I dialoghi non devono governare la scena
(Gloria Kempton)
Ho letto storie di scrittori (non pubblicati) composte per l’80-90% da dialoghi, e posso dire che questo tipo di storie non funziona, a meno che l’autore non sia un mago dei dialoghi e il tipo di storia renda necessario questo squilibrio.
I dialoghi sono uno strumento per far progredire la storia, per approfondire i personaggi, per fornire al lettore informazioni sul contesto, per creare suspense e tensione. Non sono un fine in se stessi.
In un testo imperniato sulla trama, sono gli eventi a far progredire la storia; in un testo imperniato sui personaggi sono le loro trasformazioni interiori a farlo. I dialoghi sono soltanto un modo per impegnare i personaggi nelle scene e farli muovere, esternamente o interiormente – meglio ancora entrambe le cose.
Quando permettete ai dialoghi di guidare la scena, a meno che non siate degli esperti i vostri personaggi finiranno con il parlare tutto il tempo degli eventi della storia e degli altri personaggi, danneggiando così sia l’azione che la narrazione. I personaggi risulteranno piatti, perché staranno soltanto parlando. Non pensando o agendo, ma muovendo le labbra e basta. Sappiamo bene che opinione abbiamo delle persone reali capaci solo di parlare.

Nata a Bologna nel 1963, vive ai piedi delle montagne friulane. Scrive storie di persone comuni, spesso alle prese con ciò che nella vita resta irrisolto o lascia un segno. Nel tempo libero ama camminare. Ha pubblicato Il segno della rondine, La strada che non scegli, Cercando Goran, Veronica c’è, Tutti gli amori imperfetti, La pace di Jacum e il manuale di scrittura creativa Nel cuore della storia.
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