Ospiti

Intervista a Elena Ferro

Oggi sono felice di ospitare la terza tappa del blog-tour
dell’amica Elena Ferro,
per farvi conoscere il suo libro Tecniche di oratoria.

(Se vi siete persi le prime due tappe, le trovate qui e qui.)

Ho letto con grande interesse questo libro, che credo possa risultare utile a chiunque. Forse non tutti si trovano a dover affrontare un discorso in pubblico, ma chi non vorrebbe comunicare in modo più efficace e raccoglierne i benefici nel quotidiano? L’efficacia di cui parlo, però, non è la capacità di convincere l’ascoltatore; infatti il suo approccio di Elena all’argomento è molto diverso. È il momento di lasciare a lei la parola: prima di tutto, benvenuta!

Grazie per la generosa ospitalità. Sono felice di approdare sul tuo blog per parlare di temi che mi appassionano molto e che ci accomunano nel nostro modo di sentire e relazionarci. Ora spara, sono tutta tua.

Nel tuo libro ho trovato un’attenzione costante all’umanità del lettore, alle sue paure e alle sue emozioni. Quanto è importante per te questo tipo di empatia?

Credo molto nella possibilità di cambiare le relazioni attraverso una comunicazione positiva tra le persone. Questo a mio avviso significa usare toni, parole e atteggiamenti di un certo tipo per costruire piuttosto che confliggere e spesso distruggere. Ciascuno di noi può nel suo piccolo contribuire a cambiare l’ambiente in cui vive. Il linguaggio è lo strumento principale a nostra disposizione e dobbiamo usarlo bene. Essere consapevoli del potere della comunicazione è dunque parte sostanziale di questa scelta. Ho deciso di inserire nel mio manuale piccoli suggerimenti concreti proprio per aiutare chi legge a cimentarsi con questa opportunità. Credo possano fare la differenza, anche nel nostro quotidiano.

A proposito del quotidiano: nella vita di tutti i giorni siamo accompagnati da persone che lasciano su di noi un’impronta della loro presenza. Nella tua vita c’è stato qualcuno che ha giocato un ruolo importante nell’apprendimento dell’arte oratoria?

Mia madre mi ha sempre incoraggiata a dire ciò che penso e questo mi ha aiutata molto, specie in classe nelle prime esperienze di socialità. Ma come spesso accade sono le critiche più feroci che ci fanno crescere. Ricordo una donna anziana, nemmeno tanto tempo fa, che mi disse dopo uno dei miei interventi in pubblico: “Hai parlato bene, ma non ho capito esattamente tu cosa pensi.” Non dobbiamo solo parlare correttamente e in modo affascinante, ma avere molto chiaro cosa vogliamo trasmettere e qual è il nostro pensiero. Quello deve diventare il centro del nostro discorso. Il resto va modulato in relazione a questo.

Mi sembra un criterio importante da tenere a mente. Non deve essere sempre facile, però, avere idee così chiare. Ti è mai capitato di non riuscire a mettere in pratica i tuoi stessi consigli?

Direi di no, perché quelli che offro nel manuale non sono consigli cercati qua e là in rete o letti su qualche altro manuale, ma tattiche e strategie che ho imparato a mie spese e nella mia esperienza quotidiana durante molti anni. Li applico ogni volta che devo parlare in pubblico perché trovo che siano utili ed efficaci. Magari non li applico tutti insieme ma di certo sono testati e credetemi, funzionano sempre!

Intervista a Elena Ferro, che presenta il suo libro "Tecniche di oratoria".

Sono sempre in cerca di nessi con la nostra comune passione per la scrittura, è inevitabile! In diversi punti del tuo libro definisci importante la spontaneità, ma sottolinei anche che l’improvvisazione va limitata. Si applicano anche alla scrittura questi concetti, secondo te?

È una domanda complessa, che richiederebbe un lungo approfondimento. Mi limito qui a sottolineare la differenza tra improvvisazione e spontaneità: la prima, che viene dal teatro, richiede una grande tecnica oratoria o scrittoria per riuscire a inventare un testo o uno speech d’improvviso, senza rete. È molto utile se ci troviamo a dover esprimere un’opinione su un tema che già conosciamo in un momento inaspettato, perché di solito ci tira fuori dai guai. Ma se invece per improvvisazione intendiamo tentare la fortuna, usando le nostre abilità oratorie e magari anche un po’ di faccia tosta, allora trovo che sia poco funzionale. Di solito chi millanta si riconosce subito, non fa una buona figura.

Spontaneità per me significa assenza di secondi fini o di coercizioni di sorta. Qualcosa che ha a che fare con l’autenticità. In un romanzo, così come in un dialogo aperto al pubblico, rende ciò che scriviamo o raccontiamo vero e riconoscibile come tale. Per essere autentici dobbiamo muoverci dal cuore, ovvero dal profondo del nostro essere e per come abbiamo vissuto ed elaborato quel concetto, quella storia, quell’emozione.

Comunicare positivamente non è inventare, ma creare una manifestazione visibile di noi stesse. Il più alto grado di comunicazione che possiamo garantire agli altri, qualunque forma decidiamo di utilizzare.

L’autenticità – un concetto che mi piace molto – riesce sempre a fare breccia nel guscio degli ascoltatori, oppure qualche tipo di pubblico si dimostra poco sensibile?

Mettere in gioco se stessi è a mio avviso una buona carta da giocare. Ma non è detto che tutti l’apprezzino, come hai giustamente sottolineato. Se hai di fronte a te persone con pregiudizi di qualunque genere, diventa difficile sormontare quel muro di diffidenza che si crea tra te e loro. Capisci quasi subito se c’è questo clima ed è un vantaggio: si può provare a costruire una via d’uscita. Ad esempio mettendo a valore le loro competenze, idee, opinioni sin da subito. E da lì risalire.

Non un oratore che riversa le sue idee sul pubblico, quindi, ma un flusso di comunicazione nei due sensi. Il tuo punto di partenza è quello che definisci il “punto nave”. Puoi spiegarci perché è così importante?

È un termine mutuato dalla navigazione. Fare il punto nave significa conoscere la propria posizione incrociando alcuni dati che l’osservazione dell’ambiente circostante ci offre. Un punto cospicuo a terra, in cielo aiutandosi con le carte nautiche. Quando si tratta di trasmettere qualcosa agli altri occorre avere ben presente dove siamo e chi siamo noi in un determinato momento. Può sembrare una sciocchezza ma è fondamentale per non lasciarsi trasportare da chi ti ascolta, essere presenti a se stessi e consapevoli dei proprio limiti ma soprattutto dei propri punti di forza. Significa avere ben in mente la propria direzione, fondamentale per non perdere la bussola del discorso.

Questo ci aiuta anche a compensare i nostri lati deboli, immagino. Nel libro sottolinei che la paura non va combattuta, ma accettata e utilizzata. Perché?

Tutti noi abbiamo paura. Ma se la accettiamo potremo guardare dentro quel sentimento e capire cosa ci sta comunicando. Speso la paura ci mette in guardia da potenziali errori od omissioni. Conoscerli in tempo significa correggerli, se ne siamo in grado, oppure prepararci in modo adeguato per affrontarli. Ti faccio un esempio: supponiamo di avere paura di non conoscere in maniera approfondita i dettagli di un certo argomento che dobbiamo presentare. Se non ascoltiamo quella paura e ci lasciamo prendere dal panico tralasceremo quegli aspetti oppure, al contrario, ci cadremo dentro senza nemmeno sapere come! È la Legge di Murphy.

Se invece ascoltiamo la nostra paura, tenteremo di informarci meglio oppure saremo pronte, quando verrà l’occasione, a dire che su quel tema occorre approfondire e per intanto si può chiedere all’uditorio un contributo in questa direzione. Non è importante sapere tutto ma essere un riferimento, anche per il dopo.

Ho trovato sorprendenti le percentuali di importanza dei vari tipi di comunicazione: il 55% dell’impatto su chi ascolta è dovuto alla fisicità dell’oratore, il 35% proviene dal linguaggio paraverbale e solo il 7% al messaggio nudo e crudo. Come deve comportarsi il povero scrittore di narrativa?

L’abilità dello scrittore sta nel materializzare attraverso immagini forti quel 55% che può attribuire ai suoi personaggi. Essi sono vivi esattamente come noi. Queste percentuali, che sono ovviamente indicative, possono essere da stimolo per farci lavorare sulla costruzione dei personaggi. Questo non significa che dobbiamo tralasciare i dialoghi, ma ci rende consapevoli di come un personaggio descriva se stesso in un racconto. Non sono un limite ma un’opportunità per scrivere meglio.

La persona che parla in pubblico deve essere preparata a una flessione nell’attenzione del suo pubblico dopo i primi 15 minuti. Secondo te anche l’interesse del lettore per la storia ha un andamento simile?

Il cambio di ritmo in un romanzo è dato dallo scorrere dei capitoli. Se ci fai caso, i tempi più o meno coincidono. Il trucco sta nell’interrompere il flusso del racconto al momento giusto, per spingere il lettore a voltare pagina. Dopo aver tirato il fiato e assaporato la storia, deve avere voglia di proseguire la lettura. Non dimentichiamo che anche la punteggiatura ha un ruolo nella definizione del ritmo del racconto e dunque nel mantenimento dell’attenzione del lettore a livelli accettabili.

Nel tuo libro dici che lasciare alcuni argomenti soltanto accennati, senza trattarli compiutamente, può aiutare il pubblico a sentirsi più partecipe. Ritieni che questo si possa applicare anche alla scrittura?

Penso di sì. Non mi piace spiegare al lettore come deve pensarla su ogni cosa e occorre lasciare spazio all’immaginazione guidata dall’autore. È molto difficile da mettere in pratica. Diciamo che è uno dei punti di attenzione, quando scrivo.

So che sul tuo blog e nel tuo interessante canale YouTube, che portano entrambi il curioso nome di Volpi che camminano sul ghiaccio, hai dato utili consigli agli autori che si preparano a tenere presentazioni delle loro opere. Potresti darci un piccolo assaggio, senza rivelare troppo, naturalmente?

Raccontate di cosa parla il romanzo, senza entrare troppo nei dettagli della narrazione. Chi ascolta deve essere coinvolto dal messaggio del vostro romanzo, dai personaggi che lo popolano e dall’ambientazione. Sono questi i temi su cui a mio avviso vale la pena di concentrarsi. Senza dimenticare qualche chicca da dietro le quinte. Raccontare qualche fatto inedito o personale avvicina le persone che ascoltano a voi e al vostro lavoro.

Costruire ponti, coltivare relazioni di qualità nel tempo. È un leitmotiv anche per me, in questo periodo. È questo il vero scopo di ogni forma di comunicazione, al di là della semplice trasmissione di un messaggio?

Il linguaggio costruisce relazioni in un contesto sociale in cui le stesse stanno perdendo il loro valore centrale nella costruzione e mantenimento di una comunità. Ripartire da qui, con i mezzi che abbiamo a disposizione, è certamente qualcosa su cui investire nel tempo. Non sempre si vedono subito i risultati ma prima o poi verranno. Tutto torna cara Grazia.

Mi chiamo Elena Ferro, ho cinquant’anni e ho dedicato la mia vita al sindacato. La passione per la scrittura mi ha travolta fin dalle elementari, dove raccontavo i miei viaggi immaginari in modo tanto credibile che la maestra dovette convocare la mia famiglia per avere spiegazioni.
Prima di dedicarmi al sindacato, ho svolto incarichi politici e amministrativi, fatto ricerca come antropologa dello sviluppo e approfondito le tematiche della comunicazione verbale e non verbale.
Al mio attivo ho un diario di viaggio a Cuba Il futuro di Cuba c’è, il romanzo Così passano le nuvole, e Tecniche di Oratoria. Guida all’arte di parlare in pubblico.
Volpi che camminano sul ghiaccio è il mio storytelling on line. Appena posso leggo, scrivo, navigo a vela, cammino in montagna e viaggio ovunque mi capiti.
Non è importante dove siamo diretti, ma se siamo capaci di goderci il viaggio.

Contatti:
E-mail: elenaferro@elenaferro.it
Blog: http://www.elenaferro.it
Canale YouTube: https://www.youtube.com/channel/UCJfY4eCom-07oG-q5h0qlEA/videos

13 commenti

  • Nadia Banaudi

    Ho gustato l'intervista come se foste in una trasmissione televisiva. Mi sembrava di vedervi e immaginavo Elena gesticolare e mimare con le espressioni del viso ogni risposta. Che dire se non che ogni parola è da mettere in pratica in una qualsiasi situazione, e di certo il manuale è un'ottima guida per farlo.
    Bellissima terza tappa! Complimenti a entrambe.

  • Brunilde

    Bella intervista, imperniata sulla comunicazione di cui la parola – scritta e pronunciata- è soltanto uno degli strumenti, insieme ad altri.
    La contrapposizione – solo apparente – fra spontaneità e improvvisazione offre spunti di riflessione importanti, sia in relazione ad un processo creativo, sia alla finalità della trasmissione di un messaggio.
    Il punto nave…me lo segno! La navigatrice Elena tiene conto della propria posizione in relazione ai dati ambientali circostanti, mentre io, da subacquea, tengo d'occhio le bolle,che andando verso l'alto mi indicano l'obiettivo finale, ovvero la risalita, perchè un disorientamento sarebbe fatale. Entrambi grandi insegnamenti che vengono dal mare: tener conto di tutti gli elemnti e non perdere mai d'occhio l'essenziale.
    Complimenti a entrambe!

    • Elena Ferro

      Cara Brunilde, ottimo l'esempio in relazione alla subacquea, questo me lo segno anch'io! Quando siamo i difficoltà o pensiamo di non farcela, guardare nella direzione delle bolle aiuta a trovare la strada per uscine. E respirare, respirare profondamente per recuperare. Ecco la più semplice e più efficace delle strategie!

  • Rosalia Pucci

    Complimenti a entrambe per avermi arricchita con tanti spunti, in particolare mi ha colpito molto la necessità di essere autentici. L'autenticità è il quid che fa breccia nell'uditorio così come nei lettori, senza dubbio:)

    • Grazia

      Anche secondo me l'autenticità è fondamentale, anche come franchezza nei confronti degli altri, ma soprattutto – perché lì è l'origine – nei confronti di se stessi, come rispetto della propria natura più profonda. 🙂

    • Elena Ferro

      Grazie Rosalia. IL tema dell'autenticità è quello per me preordinato rispetto a qualunque altro. Se non sei quello, qualunque cosa tu dica o faccia non sarà vissuta come vera, sincera. La gente non cerca geni della lampada, ma persone vere, come cercano di essere loro, con fatica, ogni giorno.

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