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Scrittura,  Vita da scrittori (e non)

Tenere vivo lo slancio: un consiglio da Roald Dahl

…e da Ernest Hemingway. Mica due sconosciuti.

Uno dei problemi fondamentali per lo scrittore che sta scrivendo un libro, cioè un’opera di una certa lunghezza che lo impegnerà per circa un anno, è imparare a tenere vivo lo slancio. Questo vale anche quando stai scrivendo un saggio di quattro o cinque pagine, ma quando devi scrivere per un anno sei costretto a interrompere e tornare sul lavoro moltissime volte.
Io non torno mai a una pagina vuota; mi interrompo nel bel mezzo dell’argomento. Fronteggiare la pagina vuota non è piacevole. Hemingway
[suo caro amico, N.d.R.] mi ha insegnato il miglior trucco per scrivere un lavoro lungo, vale a dire – detto con le sue parole: quando stai andando bene, smetti di scrivere.
Significa che quando tutto fila e sai esattamente come deve finire il capitolo e cosa faranno i personaggi, non devi continuare a scrivere fino a quando hai terminato, perché se lo fai poi ti domanderai: “okay, e adesso?” Ti alzerai in piedi e ti allontanerai dal PC, e non avrai voglia di tornare al lavoro, perché non saprai come proseguire. Ma se smetti di scrivere mentre vai di slancio, come diceva Hemingway… allora sì, saprai cosa scrivere dopo. Ti obblighi a smettere, abbandoni la tastiera e te ne vai. A quel punto non vedi l’ora di tornare al lavoro, perché sai cosa vuoi scrivere e sai che ti piace, e che devi provare a scriverlo. Questo ogni volta, ogni giorno del tuo anno di lavoro. Se smetti quando sei a un punto morto, allora sì, sei nei guai.

(Roald Dahl)
Roald Dahl con i suoi due cani
Roald Dahl

Roald Dahl nasce nel 1916 nel Galles, da genitori norvegesi. Trascorre l’infanzia e l’adolescenza in Inghilterra e a diciotto anni va in Africa a lavorare per una compagnia petrolifera. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale si arruola come pilota nella RAF, ma la sua prima missione si conclude con uno schianto al suolo, dal quale esce vivo per miracolo. Dopo il congedo raggiunge gli Stati Uniti per conto del controspionaggio alleato ed è lì che scopre la sua vocazione di scrittore. Tornato in Inghilterra, scrive la sceneggiatura di uno dei film di James Bond, Si vive solo due volte, e di Chitty Chitty Bang Bang. Negli anni Ottanta scrive quelli che possono essere considerati i suoi capolavori: Il GGG (1982), Le streghe (1983) e Matilde (1988). Muore nel 1990, la salute minata dalle conseguenze del terribile incidente di volo avvenuto durante la guerra. (fonte Il Libraio)

Il problema di cui parla Dahl è ben conosciuto da chi scrive storie lunghe. Già accumularlo, lo slancio, non è per niente facile. Quando si fantastica sulla storia, nelle fasi iniziali, è ancora tutto troppo cerebrale o troppo istintivo. Magari l’idea di fondo ci piace molto e abbiamo già in mente qualche bella scena, oppure un finale fantastico, ma di fatto i personaggi che abbiamo in mente non sono ancora vivi al cento per cento, perciò non ci parlano con confidenza, come accadrà – se tutto va bene – più avanti. La storia quindi, almeno per me, prende slancio strada facendo. Se per iniziare a scrivere dovessi aspettare quella spinta, resterei davanti allo schermo bianco per un pezzo!

Il metodo Hemingway funziona, ma mi capita raramente di utilizzarlo, non per mia scelta: finisce il tempo a disposizione e… voilà, mi tocca smettere di scrivere sul più bello. In assenza di problemi di questo tipo, quando vedo che riesco a proseguire, tendo a sfruttare l’occasione per buttare fuori tutto quello che ho elaborato nelle ore o nei giorni di inattività. Arrivo a fine seduta spesso “scarica”, ma so che poi, lasciando la mente libera di vagare per la storia mentre passeggio con il cane o svuoto la lavastoviglie, ritroverò il filo che mi porterà alla scena successiva. In genere funziona anche così.

Se la storia è tiepida, e soprattutto se mi angustia il fatto che lo sia, lascio dilatare il tempo della fantasticheria oziosa e rimando di un po’ il momento in cui mi siederò a scrivere. Non troppo, o il tiepido diventerà freddo. Quando però scrivo con costanza, senza preoccuparmi di battute quotidiane, né di quanto sia buono ciò che esce, di solito proseguo serena, senza sbalzi. Dopo il lungo periodo di fermo – o di blocco dello scrittore – di qualche mese fa, è proprio così che sto scrivendo ora. Il fatto di non fare passare più di un giorno senza aggiungere qualcosa alla storia fa evaporare la soggezione che tuttora mi susciterebbe la pagina bianca. Tutto diventa normale, come lavarmi i denti, e il mio Critico Interiore sonnecchia, recuperando le forza per attaccarmi più avanti. Lo so già, ci sono preparata.

Non posso dire che ignorerò i suoi messaggi. Di fatto non so se la Nuova Storia stia crescendo bene o male, non ne ho proprio idea. Sarebbe assurdo, quindi, non prestare orecchio alle critiche proprio quando mi saranno davvero utili. Conto però di riuscire a distinguere tra le critiche sensate e quelle della parte di me che mira solo a farmi sentire inadeguata, alla faccia delle tante storie scritte e degli anni di esperienza. Quella non cambia mai, e ogni volta è come la prima! Ma proprio l’esperienza mi aiuterà a distinguere, quando sarà necessario. Alla fine il Critico Interiore è molto prevedibile nei suoi attacchi.

La storia non è abbastanza originale. Chi vuoi che la legga? Figurati, ogni volta la stessa lunga trafila per cercare lettori e recensioni… che poi, servono? Mah, non fa tanta differenza. Vuoi spedire il romanzo agli editori, di nuovo? Ah, solo quelli importanti, certo. Perché no? Ti farà bene qualche mese di riposo per capire che pubblicherai anche questa storia da indie…

Eccetera. Eh, la so già tutta, mio caro. Ti aspetto, non mancare all’appuntamento. Mi sentirei sola senza le tue caz… la tua ironia. Tanto sai, come io so, che posso sorriderti e ignorarti, senza problemi. L’ho già fatto tante volte.

L’importante, per me, è non lasciare che si spezzi il filo che mi lega alla storia, nemmeno quando incontro un problemino-ostacolo-guaio. In fondo è lo stesso intento espresso da Roald Dahl ed Hemingway. Piuttosto preferisco continuare a scrivere ogni giorno un po’, anche senza vero entusiasmo, come una macchinetta accumula-battute, solo con la pazienza di scavare per vedere cosa viene fuori. È questo che facciamo, non è vero? Scopriamo cosa vogliamo dire strada facendo.

Come riuscite a tenere vivo lo slancio iniziale?
E anche: come ve la cavate con il Critico(ne) Interiore?    

Volete sapere una cosa carina, nuova per me, ma forse non per voi? In Laos c’è qualcuno che si occupa di trasformare i residuati bellici in gioielli. Questo è il sito di NOWAR FACTORY.

BOLLETTINO DEL LETTORE
Sto leggendo Books di Larry McMurtry (l’autore di Lonesome Dove, di cui parlavo QUI), il noiosissimo racconto del suo rapporto con i libri acquistati, venduti, collezionati. Invece mi ha pienamente soddisfatta All the Bright Places, romanzo YA di Jennifer Niven, la storia di “una ragazza che impara a vivere da un ragazzo che vuole morire”. Stupendo, e… preparate i fazzoletti, se come me siete facili alla commozione.

22 commenti

  • Marco

    Il criticone? Il criticone è sempre all’opera. Meno vendo e più lui alza la voce!
    Io continuo a scrivere finché non finisco il capitolo. Poi mi dico: Come procedo? E dopo poco tempo procedo perché, in fondo, la storia è solo sepolta. Io la porto alla luce

    • Grazia

      A volte è un lavoro di piccone, a volte di pennello, ma piano piano la storia esce. Il criticone è un tipo arrogante. Dà una certa soddisfazione mostrargli la prima stesura finita. Poi lui gongola sulle scarse vendite… poveretto.

  • Lisa Agosti

    Maledetto criticone interiore! Ha accesso diretto al mio cervello e si piazza sempre tra me e la tastiera! È ora di mandare in quarantena pure lui! Anzi, lei! Solo una donna può essere così brava a criticare instancabilmente!

  • Maria Teresa Steri

    Per me la parte più importante è quella di restare legata alla storia, perché solo così riesco a portarla avanti. Nonostante tutti gli espedienti per non perdere il legame, però accade ciclicamente di allentare un po’ il filo e così devo aspettare il recuperarlo. Direi che smettere di scrivere proprio sulla cresta dell’onda (come dice il consiglio) mi sembrerebbe un sacrilegio!
    Il Criticone è sempre in agguato, anzi ora si è installato qui a casa e non se ne vuole andare. Sarà pure lui in quarantena, uff.

    • Grazia

      La clausura sicuramente non aiuta a distrarlo! E poi ha energie inesauribili, beato lui… Con te che hai finito la prima stesura, poi, sarà a nozze.

  • Elena

    Tengo a bada la criticona ogni giorno, se la ascoltassi non scriverei un tubo! Quanto al metodo suggerito, non so se funziona ma so che non riuscirei a seguirlo. Col poco tempoc he ho, quando è il momento buono non me lo lascio scappare… Devo ammettere che non ho il problema del foglio bianco e della voglia, ma solo del tempo!

  • Giulia Mancini

    Io non mi curo del mio terribile criticone interiore, ci provo almeno. Io punto a scrivere un capitolo e poi un altro, passo dopo passo, cercando di tenere le fila della storia. Nessun metodo Hemingway per me quindi, anzi quando ho le idee cerco di buttarle sulla carta più in fretta che posso, prima che volino via.

    • Grazia

      Sono sempre più convinta che questo metodo lo abbiano usato solo Hemingway e Dahl… ma forse loro non sentivano il problema del tempo limitato da dedicare alla scrittura.

  • Luz

    Questa è una riflessione nuova, alla quale non avevo mai pensato.
    Intanto anche solo immaginare che due scrittori come quelli abbiano sentito il bisogno di ricorrere a un metodo per non trovarsi dinanzi alla pagina bianca, quando magari pensi che i grandi siano stati sempre perfetti.
    Io non so se ce la farei a smettere di scrivere mentre mi trovo in una buona fase creativa. Piuttosto smetto se ho anche la più vaga sensazione di stare sforzandomi. Non temo il vuoto perché di solito mi accade che lasciando il testo per qualche giorno si accumulano nuove idee – come in pratica succede anche a te – e quindi torno tranquillamente a creare dopo.
    Il Criticone… beh. Quello c’è in tutto quello che faccio e creo. Ne parleremo presto io e Marina in un dialogo a due.

  • Rebecca Eriksson

    Io sono un disastro verso la costanza della scrittura: non riesco proprio ad averla ed impormela. Quindi quando ho lo slancio creativo è bene che lo sfrutti fino al suo esaurimento, perché poi non so quando riprendo a scrivere ed il più delle volte passa parecchio tra una sessione ed un’altra.
    Quando riprendo appunti vecchissimi mi ritrovo addirittura frasi lasciate in sospeso e non c’è speranza che mi riesca a ricordare cosa volessi dire in quel punto.

    • Grazia

      Almeno sai che può passare parecchio tra una sessione e l’altra, ma poi riprendi. Quando faccio una sosta lunga, il Criticone mi assale al suo peggio, e mi sembra di non sapere più scrivere… salvo poi accorgermi che la scrittura è sempre lì, e mi ha aspettata, magari sbuffando per i miei problemi sciocchi.

  • Cristina

    Curioso il metodo Hemingway “quando stai andando bene, smetti di scrivere”, ma non mi convince per niente (del resto sono una grande detrattrice di Hemingway, mentre adoro Dahl). Non capisco perché si dovrebbe balzar giù dalla bicicletta mentre tira la volata finale per andare a rotolare tra i cespugli… e poi avrei troppa paura di dimenticarmi quello che volevo scrivere.
    In questo periodo lo slancio creativo è piuttosto sopito, ma di solito lo tengo vivo in molti modi, non da ultimo prendendo appunti su meditazioni e sogni. Anche nella fase di revisione ci sono momenti di sorpresa e slancio creativo. Il Criticone è sempre in agguato, altrimenti che Criticone sarebbe?
    Ho dato un’occhiata al sito di Nowar Factory, davvero straordinario.

    • Grazia

      Che bella immagine: balzare giù dalla bicicletta mentre tiri la volata finale per andare a rotolare tra i cespugli! Anche i miti vanno smitizzati… del resto anche Hemingway aveva i suoi problemi, come tutti.

  • Marina Guarneri

    No, io col criticone interiore ho chiuso. Basta, mi stava affossando, quella lagna perenne nemica di ogni ottimismo. Via, non lo ascolto più e scrivo libera.
    In realtà, il consiglio di Hemingway non fa per me, ragiono più come hai fatto tu: finché ho la cartuccia carica approfitto, ché non so mai, poi, quando mi ricapita. Forse è un ragionamento che faccio perché manco di costanza, però se lo slancio è alto… chi lo molla! 😁
    Di solito, prendo piccoli respiri, intendo dire: scrivo con le idee chiare, poi a un certo punto mi fermo per qualche minuto, anche per piccole cose, bere un bicchiere d’acqua, stare qualche minuto al balcone, rifare un letto… Quando mi risiedo, riprendo con una verve incredibile. Questa cosa è di nuova sperimentazione e sta funzionando.

  • Barbara

    Interessante metodo, staccarsi sul più bello che stai scrivendo veloce e senza intoppi. Sarebbe come fermarsi a metà allenamento, quando hai i muscoli finalmente caldi e inizi davvero a bruciare calorie. In quel caso non va bene affatto (nemmeno continuare ad oltranza però). Se mi capita, con la scrittura intendo, è perché come te è scaduto il tempo e sono costretta a fare altro: preparare pranzo o cena, lavoro (se scrivo il mattino presto, rarissimo), una telefonata importante, andare a dormire (frequente, dato che scrivo la sera e mi devo imporre di dormire).
    Dall’altra parte, il Re, Stephen King, dice di non alzarsi dalla sedia se almeno non si hanno scritto tot parole al giorno, non importa quali. Insomma, le ricette sono diverse e spesso contraddittorie. Forse dipende dal fatto che abbiamo anche palati diversi.
    Ma All the Bright Places di Jennifer Niven è l’italiano “Raccontami di un giorno perfetto”, adesso anche film per Netflix? Sono stata tentata di acquistarlo in offerta su Kobo, ma mi è venuto il dubbio che non finisca bene… e sai che non lo posso sopportare… proprio adesso poi… me li voglio tenere stretti i personaggi.

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