Scrittura,  Vita da scrittori (e non)

La presenza dell’autore nelle storie

È inevitabile, ma assume forme diverse.

Qualche settimana fa ne parlava Daniele Imperi sul suo blog Penna Blu, nell’articolo Un romanzo può rappresentare parte dell’identità dell’autore? Credo non ci sia modo di evitarlo: in un modo o nell’altro, nelle nostre storie ci siamo anche noi – forse soprattutto noi. Quale forma assuma la presenza dell’autore, e con quale grado di invasività, dipende dalle sue scelte e dal suo carattere.

I motivi per cui un aspetto dell’autore preme per trovare spazio nella storia possono essere diversi. Si fa uscire sulla pagina ciò che si ama e si teme, ciò che si è compreso con fatica o invece nella propria esperienza resta come un nodo irrisolto. Non ho dubbi che permettere a tutto questo materiale di fare parte dei propri romanzi e racconti svolga una funzione importante nella sua elaborazione.

È vero che la storia ha sue esigenze specifiche, perciò – almeno in teoria – non tutto quello che l’autore inserisce è parte di sé. Quando un certo elemento si manifesta più volte nel tempo, però, si può dare per certo che rivesta un ruolo importante per la persona che scrive; e anche nella scelta più razionale di cosa inserire e cosa no, siamo comunque guidati dalla nostra sensibilità, che è cuore, che è pancia. Se a qualcosa siamo indifferenti, difficilmente ci verrà voglia di inserirlo nella storia. Quindi l’autore, nelle storie che scrive, è presente a più livelli, consci e inconsci.       

Se la presenza dell'autore nelle storie è inevitabile, c'è qualcosa di me anche in Veronica.

Anch’io, come tutti, compaio nelle mie storie. Mai tutta intera – la sola idea mi disturba – ma un pezzettino qua, uno là; mimetizzata anche ai miei stessi occhi, ma fino a un certo punto. Quando non mi riconosco subito, lo faccio più tardi, spesso durante la revisione. Altre volte, invece, me ne rendo conto già mentre scrivo.

Esserci solo in forma frammentata e diluita risponde da un lato all’esigenza di riservatezza, dall’altro mi permette di prendere le distanze da qualcosa che mi tocca nel profondo, per riuscire ad analizzarlo e spiegarlo meglio. Non è facile farlo, senza assumere una posizione meno coinvolta.    

L’elemento più classico, che nelle mie storie non può mancare, è il rapporto con la natura. I personaggi possono anche muoversi in città, in ambienti di lavoro e uffici, ma non esiste una mia storia in cui la natura non sia presente. A volte è lo scenario principale, altre volte si manifesta con un acquazzone oppure con un tramonto, per citare due esempi banali. Capita anche che un personaggio abbia un rapporto speciale con un animale, a volte selvatico, quindi diverso dal classico pet.

Niente di strano in questo, se non l’importanza che riveste per me. Un altro autore può inserire dettagli naturali come semplici elementi di un’ambientazione curata, ma nel mio caso quei dettagli sono centrali. La mia attenzione lì ha un picco, non scivola oltre. Nel romanzo di cui sto curando la revisione per farlo partecipare ad Amazon Storyteller 2020, per esempio, l’ambiente naturale riveste un ruolo importante nella vita di uno dei protagonisti. In lui troverete un pezzetto di me, ben riconoscibile.

Altro elemento personale che attribuisco sempre a qualche personaggio, più spesso il protagonista, è la rabbia. Qui si fondono due aspetti: sono stata per molto tempo un tipo irascibile, o quantomeno una persona che dà voce alla propria rabbia, anziché tenerla nascosta; d’altra parte percepisco nella rabbia non soltanto negatività, ma anche energia utile.

Quindi molti miei personaggi si arrabbiano, non per i fastidi della vita quotidiana, ma quando i loro valori vengono sfidati oppure si sentono destabilizzati, anche a fin di bene. La loro è una rabbia che viene superata nel corso della storia, per lasciare il posto a emozioni diverse, che lo fanno crescere. Quando il personaggio non sa andare oltre la rabbia, spesso resta bloccato nella sua evoluzione e svolge il ruolo di “cattivo”.

L’attività fisica è un altro aspetto molto presente nelle mie storie. Almeno un personaggio – anche qui, spesso è il protagonista – pratica uno sport oppure conduce una vita attiva a causa del suo lavoro o dei suoi hobby. Come non so concepire la vita lontano dalla natura, non riesco a immaginare un personaggio dallo sviluppo armonioso che non faccia movimento. Ho sempre praticato qualche forma di attività fisica fin da bambina, che fosse ginnastica ritmica, danza, tennis, taiji, yoga, e tuttora le attribuisco un ruolo fondamentale nel mio benessere psicofisico.

Piccola nota off-topic: ho scoperto in questo periodo di isolamento il Qi Gong praticato da un monaco buddista allo Shaolin Temple di Berlino, e l’idea di uno stage là ha già messo radici. (Se volte conoscere il Maestro Shi Heng Yi, vi consiglio questo TED: 5 hindrances to self-mastery)

Un’altra parte di me che finisce nelle mie storie si esprime attraverso la presenza delle Forze dell’Ordine, che nelle mie trame compaiono spesso, in una forma o nell’altra. Non hanno mai un ruolo centrale, anzi, quasi sempre restano sullo sfondo, ma il loro ripresentarsi nel tempo mi ricorda che mio padre, guarda caso, era carabiniere.

Interrompo qui un elenco che potrebbe essere lunghissimo. Mi sembra chiaro che gli ingredienti di base delle mie storie sono quelli della mia vita reale, su cui se ne innestano altri specifici della storia, più lontani dalla mia esperienza ma comunque abbastanza nelle mie corde perché io ne senta l’attrazione. Questi ultimi danno alla scrittura una dimensione esplorativa importante, che si va ad aggiungere a quella autoconoscitiva.

Anche a voi succede qualcosa di simile?
Quali parti di voi riconoscete nelle vostre storie?

31 commenti

  • Giulia Mancini

    Nei miei romanzi ci sono tanti pezzetti di me, il carattere dei protagonisti (talvolta anche delle “comparse”) di solito esprime molto di me. Il senso di giustizia del mio commissario, così anche la rabbia che nella vita cerco di contenere, ma nei romanzi trova pieno sfogo. Le parti di me che metto nei romanzi dipendono molto anche dal momento che attteaverso e diventa anche un momento catartico.

  • Ariano Geta

    In effetti Baudelaire ironizzava sugli scrittori cosiddetti “naturalisti” e la loro pretesa di raccontare le cose in modo totalmente oggettivo e distaccato. Diceva che dunque la loro narrativa si basava sul principio “questo sarebbe il mondo se io non esistessi”. E comunque già il fatto di scegliere un certo soggetto piuttosto che un altro, di enfatizzare un evento piuttosto che un altro, è una scelta dell’autore, quindi l’autore mette se stesso persino nella (apparentemente) fredda prosa realistica.
    Cosa c’è di me stesso nei miei racconti? Il sentirsi limitato. Nessuno dei miei personaggi è mai pienamente sicuro di se. So che una sensazione del genere può definirsi abbastanza comune, ma nel mio caso è quasi parossistica.

    • Grazia

      Dall’esterno non sempre si capisce quali siano i nostri punti nevralgici. Immagino che sia meglio così! Noi però li vediamo riproporsi, e li riconosciamo.

  • Daniele Imperi

    Grazie della citazione

    Parli di elementi propri della tua vita nella storia. Anche questi fanno parte dell’esperienza. Qualche volta sono presenti anche in quello che scrivo, ma per la maggior delle volte la mia esperienza si traduce nei miei gusti: inserisco ciò che mi piace, che mi attrae, ma che non necessariamente ho vissuto.

  • Luz

    Stavo ripercorrendo i passaggi salienti del mio romanzo e la mia risposta è sì, come te credo sia inevitabile.
    Anzi, mi piacerebbe dedicare anche io un post su questo aspetto.
    P. S. Io conobbi il Qi Gong una ventina di anni fa, quando mi trasferii nel Lazio. Ci fu un corso estivo gratuito per la cittadinanza, che si svolse nel parco comunale. Ne ho un ricordo meraviglioso. Mi piacerebbe riprendere, prima o poi.

    • Grazia

      Credo che il Qi Gong si sia abbastanza diffuso, anche se qui dalle mie parti ci sono ben pochi corsi. Sono sicura che nel tempo ti confermerebbe il suo valore. Ti racconto un fatto buffo: in questo periodo di reclusione, senza yoga e senza taiji, stavo cominciando ad avvertire il disagio della mancanza di movimento; così ho pensato di codificare i movimenti armoniosi che mi venivano naturali la mattina. Mi sono detta: perché no? Poi mi sono imbattuta in un video del maestro Shi Heng Yi, e ho capito che volevo inventare il Qi Gong.

    • Marina Guarneri

      È inevitabile “trasferirsi” dentro una storia che stiamo scrivendo. Anch’io non sono racchiusa in un unico personaggio, ma mi diluisco in tanti altri: distribuisco parti di me a seconda dell’elemento caratterizzante che voglio fare emergere. Per esempio parlo spesso di musica e una componente quasi sempre presente è il mare. Poi, fondamentalmente, sono aspetti caratteriali che analizzo. Quando mi dicono se ciò che scrivo è autobiografico, rispondo che non è tanto la storia a parlare della mia vita, quanto molti elementi, che senz’altro mi raccontano.

  • Elena

    Sono d’accordo con te Grazia, nelle storie c’è molto di noi, mascherato, reinventato, rielaborato, ma biografico. Si può forse scrivere di qualcosa che non ci è appartenuto? Si può forse raccontare un’emozione che non abbiamo mai provato? Temi questi che tratto nel mio romanzo, Così passano le nuvole. Sono per me un mantra, anche nella vita. Non è coerenza ma aderenza alla realtà. La fantasia è altro dall’immaginazione. Per scrivere serve quest’ultima. A meno che non vogliamo inventare qualcosa (o credere di poterlo fare in via assoluta). Un abbraccio

    • Grazia

      Questo mi fa pensare a quanto sia importante vivere con intensità, anche per scrivere. Come scrittori “facciamo sport” anche chiusi nel nostro studio, ma uscire dal nostro mondo, conoscere persone e fare esperienze ci arricchisce immensamente.

  • Ferruccio

    Le mie storie sono sempre dettate dalla mia esperienza. Che sia un cameriere, un esperto di computer, un soldato o quello che si voglia c’è sempre qualcosa di mio a muoverlo. D’altra parte non ho mai scritto una storia con una donna protagonista perché non saprei immedesimarmi.

  • Sandra

    Trovo sia doveroso staccarsi dalla autobiografia tipica un po’ per tutti agli esordi. Dopo 10 anni e 7 romanzi posso dire che nell’ultimo c’è davvero poco di me, e se qualcuno vuole vederci più di quanto ci sia (è successo) è un problema suo. Ci sono prevalentemente luoghi, se la protagonista va ala mare, trovo sia inutile farla andare in un posto dove non sono stata col rischio di inserire qualche castroneria, mi affido quindi ai miei viaggi. Poi chiaramente c’è quel sottobosco di emozioni nostre che ritroviamo nella voce, in qualcosa di impalpabile ma presente in ogni riga.

    • Grazia

      La fase autobiografica l’ho saltata, forse perché all’inizio scrivevo fantasy. Probabilmente anche la timidezza ha giocato la sua parte. Adesso è diverso.

  • MikiMoz

    Molto interessante l’argomento.
    Certo, come dico sempre… io ci sono in ogni mia storia, ma i personaggi non rappresentano me.
    Non mi sento responsabile per quello che le mie creazioni dicono/fanno.
    Però ovviamente c’è sempre tanto di me, superficialmente o meno.
    Credo sia normale per una questione su tutte: parliamo di ciò che conosciamo, viviamo e ci piace.
    Perché è ciò che riusciamo sicuramente a trasmettere agli altri, avendolo sperimentato.
    Mi piace il tuo concetto di rabbia. Vero, è energia.
    E… viva la natura

    Moz-

  • Maria Teresa Steri

    Nel tempo mi sono staccata moltissimo dalle mie esperienze personali rispetto ai miei romanzi. Però credo che questo sia vero solo formalmente. In realtà ho imparato a camuffare me stessa e cose che ho vissuto molto bene, tanto che nessuno (o pochi) potrebbero riconoscerle tra le pagine. Poi è anche vero che ci sono dei temi e dei dettagli che si ripropongono, così come hai analizzato tu in questo post. Penso che sia sempre interessante provare a riconoscersi in quello che si scrive, anche perché non tutto si inserisce coscientemente.

    • Grazia

      All’inizio non riconoscevo per niente la mia presenza nelle storie, ma più passa il tempo, più mi accorgo dei pezzetti di me che spargo. Forse succede perché è il ripetersi di certi temi e caratteristiche a renderlo evidente.

  • Nick Parisi

    Non sono uno scrittore, ma da lettore ho sempre supposto che alla fine ogni autore finisca per inserire lati di sè stesso all’interno dei suoi personaggi, magari anche in maniera inconscia ma penso che accada sempre.
    Lo chiedo agli scrittori…..Sbaglio?

  • Marco

    Mi sembrava di avere commentato!
    Comunque: alcune cose di me sono finite nei racconti. Per un pezzo ho consegnato i farmaci nelle farmacie tra Savona e Arenzano. Guarda caso in uno dei miei racconti c’è proprio uno che consegna i farmaci
    Ho lavorato come magazziniere e addetto alla vendita nei supermercati; indovina? In alcuni racconti c’è qualcuno che svolge quei lavori lì.
    Non mi piace il mare, infatti i miei personaggi nemmeno lo nominano (o quasi).

    • Grazia

      Quello che si sperimenta in prima persona è vivo, ricco di dettagli; il resto rimane nebuloso, se non si sgobba a compensare tramite la ricerca. Quindi ottimo che abbiamo della vita vera da utilizzare nelle nostre storie! (Anche a me ogni tanto sparisce qualche commento, non capisco perché. Di solito sono commenti lunghi, sennò non ci sarebbe soddisfazione. )

  • Barbara

    Forse perché scrivo racconti, e quindi testi brevi, ma non riesco a trovare pezzi di me dentro le storie, come caratteristiche fisiche, gusti personali, esperienze vissute o non so che altro. Scrivo cose diverse, forse troppo diverse da non riconoscermi in un genere, non posso usare ricordi di precedenti impieghi perché solo il consulente informatico faccio da vent’anni e no, non ho proprio voglia di scrivere del mio lavoro. Forse l’unica cosa che accomuna i miei racconti è che nascono dalla mia curiosità su un determinato tema, o visione o idea.

  • Rebecca Eriksson

    Secondo me è inevitabile: quando si scrive è necessario suscitare emozioni nel lettore. Per riuscire a suscitarle bisogna averle provate e quindi inevitabilmente si mettono all’interno dello scritto. Magari ben mimetizzate, ma ci sono.
    Fare le comparse per “firmare” il libro come faceva Alfred Hitchcock nei suoi film?
    Beh… nì. Da adolescente avevo scritto una sceneggiatura che volevo trasformare in un fumetto con un’amica disegnatrice e avevo trovato carino inserirci noi due in una scena al parco, proprio come comparse.
    Ho ambientato storie nelle Midlands Inglesi o in Veneto, per il semplice fatto che voglio scrivere di luoghi che conosco, quindi potrei dire che c’è la mia esperienza di quei luoghi.

    • Grazia

      Gli ambienti che si conoscono sono molto più ricchi di dettagli di quelli adottati. Con la ricerca si può sopperire, ma fino a un certo punto. In un certo senso sei fortunata: con le Midlands hai già la possibilità di uscire dalle ambientazioni italiane in maniera credibile. So che non tutti sentono il bisogno di… espatriare, ma per me è importante.

  • Cristina

    Penso che sia un aspetto inevitabile: l’autore trapela anche dietro le maschere che indossa. Al di là di quello, lo trovo un aspetto interessantissimo se non altro dal punto di vista “psicanalitico”. Il leitmotiv può essere anche inspiegabile, però. A me di recente capita di inserire molto coppie di gemelli monozigoti, non saprei motivare la scelta, e forse è bello che sia così.
    A differenza tua, preferisco inserire l’ambiente urbano come scenario privilegiato, anche se la natura ha sempre una parte importantissima nei miei romanzi. Penso che la città sia una specie di palcoscenico in cui si muovono i miei personaggi, perlomeno quelli ne “Il Pittore degli Angeli” e soprattutto i protagonisti del mio prossimo romanzo.

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