Scrittura,  Vita da scrittori (e non)

Le discipline orientali e la scrittura

Dite che non hanno molto in comune?
Vi convincerò del contrario.

Chi frequenta il mio blog da un po’ saprà certamente che mi interesso di pratiche orientali come lo yoga, il Tai-chi quan, il Wushu e (da poco tempo) il Qi-gong. È un interesse nato più o meno vent’anni fa, che si è nel tempo ampliato fino a inglobare le filosofie orientali, il misticismo antico e moderno e molto altro (di tre dei miei maestri preferiti ho parlato nell’articolo Tre persone da conoscere).

È incredibile quanta strada si possa fare, partendo da una scelta all’apparenza banale. Quando iniziai a lavorare presso l’aeroporto di Bologna, a ventitré anni, i turni variabili mi resero impossibile continuare a frequentare il corso di danza jazz che seguivo da anni. Mi ero anche innamorata di mio marito, perciò in quel periodo avevo tutt’altro per la testa. Comunque così fu.

La mancanza della danza, però, si fece subito sentire. Ero sempre stata abituata a praticare qualche forma di attività fisica, fin da bambina. Non mi passavano inosservati, quindi, i piccoli cambiamenti quotidiani che denotavano una forma fisica in declino. Non che stessi invecchiando in pochi giorni, ma sentivo la differenza, non solo nel mio corpo, ma anche nel mio spirito.

Il movimento giusto fa circolare le energie vitali in modo armonioso, anche se allora non avrei saputo dirlo in questi termini; inoltre la danza aveva collegato nel mio cuore il movimento alla bellezza e a qualcosa di più elevato, difficile da descrivere. Creazione artistica? Spiritualità? In ogni caso non volevo rinunciarci.

Tra le discipline orientali troviamo il Qi Gong. Qui lo Stendardo di Mawangdui, che rappresenta quasi tutte le posizioni del Qi Gong moderno.
Lo Stendardo di Mawangdui rappresenta quasi tutte le posizioni del Qi Gong moderno

Di yoga parla anche Elena Ferro sul suo blog Volpi che camminano sul ghiaccio, per esempio nel recente articolo Yoga, la scienza dell’anima.

Per diversi anni passai da un’attività all’altra, barcamenandomi tra lezioni saltate e cambi turno fortunosi, senza che nessuna mi convincesse del tutto: sci, tennis, aquagym, palestra, Pilates. Quest’ultimo mi rese chiaro che anche lontano dalla danza avrei potuto trovare la calma interiore e la qualità del movimento che cercavo.

Trovai quello che cercavo quando iscrissi mio figlio a un corso di Wushu, meglio conosciuto come Kung-fu. Dopo avere aspettato e guardato Enrico per qualche settimana, decisi di abbandonare la panchina delle mamme per diventare sua compagna di corso. Finalmente un movimento esteticamente bello e tonificante per il corpo e per lo spirito!

Dopo qualche anno, però, mi accorsi che stavo iniziando a saltare troppi esercizi per… inadeguatezza dovuta all’età. Potevo fare quasi tutto, ma ruote e calci volanti, oppure movimenti che richiedevano una grande scioltezza, mi mettevano in difficoltà. Non puoi eseguirli bene senza rischiare un po’ allenandoti, e come donna e mamma adulta, io di rischiare non avevo alcuna intenzione. Perciò iniziai a cercare un’alternativa, che trovai in rete: un corso di Tai-chi quan di stile Chen, a una distanza accettabile da dove abitavo.

Da allora il Tai-chi, tra corsi e stage, è stato sempre con me, anche quando si è trattato di trasferirmi in Friuli e di cambiare più volte maestro. Quattro anni fa si è aggiunto lo yoga (Raja yoga, per chi conosce le differenze), che si è rivelato un’integrazione ideale, foriera di buoni spunti, anche grazie alla qualità dell’insegnante. Ci ha poi pensato il covid a farmi scoprire su YouTube il Qi-gong, nella persona del maestro Shi Heng Yi (potete vedere qualche suo video sul canale Shi Heng Yi Online e su quello di Shaolin Temple Europe).   

Grazie a queste pratiche ho iniziato a interessarmi al buddismo, alle filosofie orientali, ai mistici del passato e del presente… ma qui l’argomento si farebbe vasto e mi allontanerebbe dal punto di partenza per il post di oggi: ogni attività che unisce gesti materiali e implicazioni spirituali-mentali-psicologiche ci aiuta a evolvere. Discipline orientali e scrittura, quindi, vanno nella stessa direzione.

La lentezza come valore

La lentezza nel nostro mondo è spesso considerata sinonimo di incapacità o di noia. Io stessa faccio fatica a guardare video di Tai-chi come spettatrice passiva. Tuttavia nelle pratiche che ho citato (con la possibile eccezione del Wushu) lentezza significa distogliere l’attenzione dal movimento nella sua forma evidente per percepire il corpo dall’interno e sciogliere i suoi “nodi” in modo graduale e non traumatico.

Questo vale anche per la scrittura. Se ne incontrano di nodi, scrivendo! Nodi nell’autore, nodi nella storia. Non affrettare i tempi naturali della prima stesura e della revisione, dedicare a ogni dettaglio tutto il tempo che richiede, significa mantenersi nel flusso delle cose invece che volere imporre i propri ritmi.

La lentezza consapevole crea la possibilità di entrare in profondità in ciò che si sta facendo e di viverlo istante per istante. Quello che a prima vista può sembrare una forma di fuga dalla realtà, di fatto è un perfetto esempio del vivere il qui e ora, che aiuta anche a mettere in pratica lo stesso principio altrove.   

La tensione si alterna al rilassamento

Il chi o qi, l’energia vitale, deve scorrere nel modo più fluido possibile per la nostra salute e il nostro benessere. A questo scopo gli esercizi sono un costante susseguirsi di momenti di tensione tonica e momenti di rilassamento, accompagnati da un respirazione adeguata, ma il più possibile naturale. Nel caso delle arti marziali, se sei sempre “carico” non riuscirai a scaricare la forza nel colpo; se sei invece troppo molle, tutti i movimenti risulteranno vuoti. Nella lentezza c’è una dinamicità e un’intensità che spiega come movimenti così poco appariscenti possano essere lo stesso allenanti.

Nella scrittura è importante percepire l’alternarsi naturale dei tempi creativi, per non imporsi sforzi fastidiosi e inutili. Ci sono momenti in cui la mente inventa a ruota libera, altri in cui non riesce a risolvere la scena più banale. Ci sono periodi in cui si procede veloci, altri in cui sembra che scrivere sia diventato un passato da salutare con la mano. Questa alternanza non è un’incapacità di essere sempre al meglio, ma il funzionamento proprio delle cose. Anche nelle storie alterniamo momenti di grande intensità ad altri di costruzione dell’intensità futura.        

Il processo è più importante del traguardo

Questo è un ostacolo che molti incontrano nella pratica delle discipline orientali. Alcuni non riescono a superarlo e decidono, a volte dopo anni, di passare a forme di movimento più “normali”, che permettano di capire bene, di vedere miglioramenti e raggiungere traguardi. Trenta flessioni, un rovescio efficace o cinquanta vasche sono qualcosa di afferrabile, che dà soddisfazione.

I movimenti del Tai-chi o dello yoga, invece, nonostante sembrino e siano semplici, non sono facili da “sentire”, nemmeno dopo mille ripetizioni. Anche quando c’è un miglioramento, non arrivi mai a sentirti bravo o a verificare con certezza i progressi, forse perché non si può diventare bravi a essere se stessi. Questa è una grande lezione di vita, ma può anche risultare frustrante. Il senso della pratica, nelle discipline orientali, è… praticare. Anche se esistono gare e persone che non lo vivono in questo modo, naturalmente.

Nella scrittura succede lo stesso. Quando la si vive con costanza, viene naturale avere ambizioni e vederle come l’Obiettivo con la maiuscola. In questo modo però si rischia di non amare lo scrivere in sé e il rapporto con il lettoreil lettore, non necessariamente migliaia o milioni di lettori. Anche qui, se non si ama ogni passo del percorso, non si sta vivendo niente di reale.   

L’intenzione è fondamentale

Ogni movimento ha uno scopo, che sia rendere flessibile un’articolazione, raccogliere l’energia prima del colpo o difendere un lato del corpo in combattimento. La consapevolezza di questo viene detta intenzione. Se non si è consapevoli dell’intenzione del gesto, lo si esegue in modo vuoto. Rimane il suo aspetto esteriore, ma la sua utilità è fortemente ridotta.

Anche nella scrittura è importante individuare la nostra intenzione, quella che ci deve guidare nel nostro lavoro e determinerà le nostre scelte. Senza un’intenzione chiara è facile oscillare tra un’opzione e l’altra, nello sforzo di non lasciare niente di intentato, anche quando è chiaro che non tutto contribuisce alla nostra causa. Io, per esempio, ogni tanto mi faccio tentare dall’idea di scrivere qualche racconto, anche se qualche anno fa ho avuto la percezione molto chiara che quel ciclo si fosse concluso.

Dedicare tempo a un’impresa significa quasi sempre sottrarne a un’altra. Allo stesso modo può capitare di mirare alla qualità, ma essere tentati di scrivere un genere che al momento sembra avere più successo del nostro. Avere un’intenzione chiara evita la dispersione di energie e ci aiuta a rendere più efficaci i nostri sforzi. A volte sarà proprio quell’intenzione a spingerci a continuare a scrivere, anche quando le delusioni ci fanno sembrare più sensato smettere.

Cosa ne pensate? Capita anche a voi di trovare nessi tra la scrittura e altre attività?

CONSIGLIO DEL GIORNO

A qualunque autore può capitare di voler usare per promuovere un suo libro un mockup, cioè un’immagine del libro stesso da applicare allo sfondo voluto. Alcuni siti di mockup in rete includono già uno sfondo, ma non sono molti e a volte i risultati sono poco soddisfacenti. Io mi sono trovata bene con i mockup del solo libro su DYI Book Design, che vi consiglio per semplicità, versatilità e qualità dei risultati. Vi basta scegliere il tipo di mockup che fa per voi, singolo o in composizione (per esempio cartaceo+ebook, oppure e-book e mobile), caricare la copertina ed eventualmente la costa del libro, e scaricare il mockup in .jpg o .png (il secondo, se volete usare un vostro sfondo).

 

12 commenti

  • Ariano Geta

    Ho sempre avuto interesse per l’oriente quindi certamente mi intrigano le pratiche come il Qi-Gong. Non le ho mai praticate però…
    Immaginare storie tramite la scrittura (o anche tramite fumetti come ho fatto in passato e sto facendo di nuovo nel presente) per me è sempre stata un’attività per fuoriuscire dall’istante materiale presente e astrarmi in un limbo creativo che si estende anche alle attività correlate (tipo la lettura di testi per documentarmi sui luoghi in cui voglio ambientare la mia storia, o i fatti storici e le tradizioni locali che voglio intersecare nella narrazione). Mentre mi documento, mentre visualizzo mentalmente scene e immagini, mentre scrivo la prima bozza, gli spunti, le idee, mentre inizio la prima stesura, riesco davvero a dimenticare tutto il resto (e in alcune circostanze della vita può essere estremamente utile…)
    Però non saprei associare la mia attività come scribacchino ad altri tipi di discipline. Per stare sul banale (affermando peraltro una cosa sostanzialmente inesatta, quantunque ormai assai cliché) potrei dire che la scrittura è il mio metodo zen.

    • Grazia

      Sarà anche banale, ma per me è proprio così. Io credo che scrivere non mi porti fuori dalla realtà, ma in una parte di realtà che mi è inaccessibile dal mio mondo materiale. L’impressione credo sia la stessa.

  • Giulia Mancini

    Ho praticato yoga per tre anni, per la precisione si trattava di yoga dinamico (credo si chiami Ashtanga Yoga), purtroppo ho dovuto smettere perché la mia insegnante ha cambiato palestra per esigenze personali e io non potevo andare dalla parte opposta della città per seguirla, diventava complicato con gli orari di lavoro. Dopo ho scoperto il pilates e da allora seguo quello, anche se quest’anno ha subito una battuta di arresto con il lockdown, in questi mesi mi sono accontentata di tirare fuori il tappetino da yoga e fare qualche asana più semplice. Credo nelle filosofie orientali, ho avuto anche un periodo di avvicinamento al buddismo, ma soprattutto credo anch’io nell’importanza della lentezza, credo sia importante riconnettersi con se stessi e non riesci a farlo quando vai di corsa. Scrivere mi aiuta a ristabilire questo contatto.

    • Grazia

      È bello sentire che viviamo percorsi diversi ma simili. Le filosofie orientali sono una ricchezza a disposizione di tutti. Peccato che vengano spesso etichettate come moda e vissute come tale; ma non è così per tutti. Io comunque credo che l’importante sia entrarci a contatto, anche in forma moderno-superficiale, piuttosto che non entrarci in contatto affatto. Se il terreno è pronto, qualche seme germoglia di sicuro.

  • Marina Guarneri

    Non ho mai praticato le arti orientali, penso di non essere portata per lo yoga: io sono una che si distrae con poco e che arriva alla concentrazione solo in determinati modi. Non conosco la disciplina di cui parli, cioè la conosco solo attraverso le cose che racconti tu e, devo dire, sembra affascinante. Io nuoto, sono ormai vent’anni che mi rilasso in acqua. Il benessere è grande e ne avevo pure ricavato dei parallelismi con la scrittura in un vecchio articolo nel mio blog: tecniche nel nuoto, tecniche nella scrittura e costanza, tanta, perché muovere ritmicamente braccia e gambe può essere noioso, ma il risultato finale, in termini di benessere fisico e psichico, vale tutta la monotonia dei movimenti.

    • Grazia

      Ognuno ha le sue “porte”! Tu il nuoto, io le discipline orientali. Però tieni presente che non si persegue la concentrazione, nel senso comune del termine, in nessuna delle pratiche di cui ho parlato. Credo che senza provare non si possa avere un’idea di come funziona, il che non impedisce a molte persone di scappare via dopo due lezioni.

  • Rebecca Eriksson

    Per dodici anni ho praticato yoga: non ho risolto le problematiche posturali, ma presto attenzione ad adottare una posa più corretta possibile. La differenza più rilevante è stata la calma della mente: un tempo avevo sempre mille pensieri che si accavallavano ed un evento imprevisto si metteva nel suo caos, mandandomi in confusione.
    Adesso ho mille pensieri per la mente, ma riesco a selezionarli con lucidità, senza il caos del panico.
    Non ho mai abbracciato una filosofia yoga, ho affrontato i corsi sempre per questioni posturali, ma mi hanno donato la lucidità mentale fin dal primo anno. Una bella sorpresa.

    • Grazia

      Molte persone si avvicinano allo yoga proprio per problemi posturali; anche nel mio corso sono la maggioranza. Io ho riscontrato un enorme miglioramento nell’asma e, come te, una maggiore pulizia della mente, che produce meno pensieri involontari. Non è un cambiamento da poco.

  • Lisa

    L’esercizio e la concentrazione sono doti sottovalutate da molte persone, inclusa me. Le ho date per scontato fino a quando le ho perse e adesso fatico molto a ritagliarmi i tempi per ritrovarle. Io sarei la perfetta scolara, se potessi andare a scuola tutte le mattine e avere orari scanditi con qualcuno che mi da i compiti da fare sarei già al decimo romanzo. Magari non sarebbe storie appassionanti come vorrei o avventurose come so di poter scrivere, ma almeno arriverei oltre al quarto capitolo e quello mi darebbe molta soddisfazione.
    Sto rileggendo tutto quello che ho “buttato giù” negli ultimi 3 o 4 anni e ho scoperto di avere cominciato almeno 6 romanzi, con un buon incipit, personaggi interessanti e un abbozzo di trama accettabile. Poi mi succede sempre qualcosa per cui non posso dedicarmi al computer per una settimana o due e al ritorno non sono più appassionata dalla storia e ne comincio un’altra. Che rabbia!
    PS: sto leggendo Tarja dei lupi, è molto bello, pensavo fosse una trilogia per qualche motivo, invece è solo un racconto lungo allora mi ci sono dedicata subito. Come sempre, bravissima Grazia!

    • Grazia

      Tarja ringrazia! Ma sei sicura di non abbandonare le tue storie per il timore di non riuscire a portarle a termine? Sembra una sciocchezza, ma io sento in me quella paura a ogni romanzo.

  • Barbara

    Avevo scritto in effetti un post sui benefici che lo sport in generale porta alla scrittura, in particolare la camminata e/o il running (con l’esempio di Murakami, che arrivò a correre anche una ultramaratona di 100 km!) Questo perché camminare, o comunque l’esercizio intenso, mi aiuta a svuotare la mente da tutta la spazzatura della vita quotidiana. Adesso, con l’aiuto del tapis roulant, sto cercando di passare alla corsa, ma per quanto sono allenata ho sempre avuto problemi di resistenza. C’è da dire che da gennaio vedo progressi lievi ma tangibili. Come in tutte le discipline, conta la perseveranza.
    Non ho mai fatto yoga così seriamente, è capitato che qualche lezione in palestra fosse sostituita da altro istruttore e magari anche di yoga. Quest’anno poi nel programma del My Peak Challenge hanno aggiunto anche la parte Yoga, con due percorsi: lo Yin, in cui le posizioni vengono mantenute più a lungo per aumentare la flessibilità; e lo Yang, in cui si passa attraverso varie posizioni per aumentare la forza. A me serve soprattutto per sbloccare la schiena, che dopo un po’ di “normale” workout diventa “croccante” (no, non è che cigolo, scrocco proprio! )
    Però, e questa è più che altro una questione di carattere, ho bisogno di scaricare le energie in eccesso con allenamenti più dinamici. Quel che mi manca tanto è proprio tornare sul campo da tennis. Chissà…

    • Grazia

      In effetti secondo me l’ideale sarebbe mettere insieme qualcosa della famiglia yoga-taiji-qigong e qualcosa di più movimentato, per le persone che ne sentono il bisogno. Il taiji è molto più allenante di quanto possa sembrare, quindi non richiederebbe rinforzi in sé, ma deve piacere. Io ho fatto tennis per un po’, anni fa, e mi sono anche divertita, ma non mi lasciava niente di particolare.

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