Scrittura,  Vita da scrittori (e non)

Gli strumenti dello scrittore: la lama

Sotto forma di accetta, falce o bisturi, non se ne può fare a meno.

Ben trovati, lettori! Per impegni di scrittura e di altro genere, non sto riuscendo a essere molto regolare nell’aggiornare il blog. Di solito un articolo a settimana è un buon ritmo per me, che mi permette di apprezzare il blog senza viverlo come un impegno gravoso; al momento, però, impegni familiari a parte, sono ancora molto presa dalla revisione in corso.

È questione di giorni prima che io possa passare alla parte tecnica dell’autopubblicazione, quindi non oso distrarmi. Mi sto avvicinando pericolosamente al punto in cui divento incapace di valutare perché non reagisco più al testo, perciò devo tagliare questo traguardo il prima possibile.

Per rimanere negli argomenti del mio orticello, visto che non posso per ora alzare gli occhi su orizzonti più vasti, oggi vi parlo di uno degli strumenti più preziosi dello scrittore: la lama.

Escludendo usi impropri del genere tagliarsi le vene quando la storia riesce malissimo, oppure accoltellare i familiari che si stancano di vederci con gli occhi vitrei fissi sullo schermo, la lama è un’amica impagabile, soprattutto durante la revisione.  Ho selezionato per voi cinque situazioni in cui un taglio appropriato diventa un’ancora di salvezza.

La lama è uno strumento importante per lo scrittore.
Foto di Pexels da Pixabay

Nel dubbio, tagliare

Per il mio uso ho coniato il motto when in doubt, leave it out. Una situazione tra le più tipiche: la frase, o il paragrafo, mi piace per qualche motivo, ma non riesco a dargli la forma giusta. Per quante volte lo giri, lo modifichi e lo ricombini, continua a zoppicare, per nessun motivo apparente. Posso ragionarci sopra fino a convincermi che la frase va bene così com’è, ma a quel punto sono caduta in un trabocchetto. C’è sempre un motivo quando un paragrafo non suona bene. Non bisogna fidarsi del parere di nessuno, solo del proprio orecchio.

Quelle poche righe sono davvero necessarie alla storia, o posso eliminarle senza che la storia se ne accorga? Nel novantanove per cento nessuno si dispiacerà della loro assenza. È il momento di sfoderare la lama (qui sceglierei una katana). Via il male, via il dolore, come si dice. È un ottimo modo per finire di perdere tempo su qualcosa di inutile. Funziona alla grande anche sui capitoli futili e sulle descrizioni noiose.

Tagliare la testa…

Della storia – Il prologo è utile alla storia oppure è soltanto carino? Il primo capitolo è già interessante o si limita a preparare qualcosa di interessante? È proprio necessario che il lettore capisca subito il perché e il percome di ciò che succede nei primi capitoli?

Bisogna rispondere a queste domande ed essere disposti a tagliare senza piangerci su, per fare iniziare il romanzo quando c’è già qualcosa di buono per il lettore. Spesso le informazioni, servite a pezzetti anziché tutte insieme, creano suspense.

Del capitolo – Sebbene non sia un problema dei più evidenti, la scelta di come iniziare un capitolo non è banale. Spesso il capitolo inizia con qualche riga di riscaldamento, semplicemente perché gli eventi che contiene nascono sulla base di motivazioni e premesse. Questo materiale è stato utile a noi per elaborare il capitolo, ma non è detto che sia necessario nella sua versione finale. Soprattutto può essere dannoso se posizionato proprio in quel punto, dove può rendere fiacca l’entrata in argomento.

Quindi può valere la pena di dare una sforbiciata con le cesoie da giardino per “potare” i primi paragrafi, del libro e di ogni capitolo. Non per questo è necessario iniziare sempre la narrazione in medias res, cioè nel bel mezzo degli eventi. Per fortuna esistono anche vie di mezzo.

…e tagliare la coda

Della storia – Scrivere le ultime frasi di un romanzo è davvero difficile. Questo è un punto importante, che serve a lasciare nel lettore la soddisfazione per la storia che ha letto, e al tempo stesso dovrebbe fargli venire voglia di leggere altro dello stesso autore, che sia o no il proseguo di una saga. Se non si riesce a trovare la formula giusta, basata sul simbolismo, sull’ironia o sull’intensità emotiva, conviene andare indietro, paragrafo dopo paragrafo, per scoprire se è possibile concludere prima, senza lasciare la macchina della storia a sputacchiare per mancanza di benzina. Una buona accetta può essere la lama giusta per ripulire il finale.  

Del capitolo – La chiusura del capitolo dovrebbe lasciare nel lettore la voglia di proseguire la lettura, ma non si può ricorrere all’uso indiscriminato del cliffhanger, che dopo un po’ diventa fastidioso e prevedibile. [cliffhanger = interruzione brusca in corrispondenza di un colpo di scena o di un altro momento culminante caratterizzato da forte suspense (fonte Wikipedia)] Secondo me il capitolo deve finire in un modo stimolante, adatto alla storia e al capitolo stesso. Nel mio articolo 10 consigli per terminare i capitoli proponevo i suggerimenti dell’autrice K. M. Weiland.

Frammentare le battute di dialogo

Sarà capitato anche a voi di incontrare dialoghi in cui un personaggio parla senza interruzioni per mezza facciata o più. L’effetto sul lettore, secondo me, non è positivo. Il dialogo può sembrare poco naturale, perché raramente capita che una persona parli tanto a lungo senza che l’interlocutore si inserisca con esclamazioni, correzioni o opinioni da esprimere. Inoltre nella lunghezza della battuta va persa l’impressione dell’ambiente in cui il dialogo si svolge, con tutti i suoi dettagli sensoriali. Il lettore potrebbe trovarsi “estratto” dalla storia, per poi venirci rituffato poco dopo.

In questi casi un buon bisturi è lo strumento giusto: dopo avere tagliato tutte le ridondanze e le particelle inutili, si può tentare di dividere il discorso in due parti con l’inserimento di un’azione del personaggio parlante, di un gesto da parte dell’interlocutore o di qualche dettaglio ambientale, che in qualche modo risvegli l’impressione viva della scena.

Frazionare i periodi

Ogni autore ha un proprio stile, che implica anche una preferenza per certe strutture di frase piuttosto che di altre. Quando si ha la tendenza a scrivere frasi lunghe e ricche di subordinate, anche se non necessariamente involute, vale la pena di domandarsi se il ritmo della narrazione non diventi troppo discorsivo. Le scene sono pensate per risvegliare emozioni, oltre che per fornire informazioni al lettore. A questo scopo sono necessari, tra i “passi” della narrazione, anche dei “balzi”, piccoli o grandi, che si ottengono con il contenuto, ma anche alternando frasi lunghe a frasi brevi, persino secche.

L’effetto della frase breve è uno sparo, una scossa, un sobbalzo. L’occhio del lettore scorre lungo la frase e si aspetta di vederla continuare, invece trova il punto. Questo diventa un momento di mini-riflessione, che gli permette di ricevere con maggiore forza lo stato d’animo del personaggio o i suoi pensieri.

Ci sono autori che usano quasi esclusivamente frasi brevi e sincopate. Quando sono grandi autori, di solito inserisco questo tra i loro pregi; con autori meno bravi, a volte mi sembra una forzatura fastidiosa per via dei continui stop. Ma qui entro nei gusti personali.

Che le lame siano così utili durante la revisione è normale, se diamo ragione a chi dice che la storia esiste già e dobbiamo soltanto tirarla fuori dal materiale che la imprigiona, un po’ come uno scultore libera la statua dal blocco di marmo o di legno in cui si trova. È un’immagine che trovo molto azzeccata.

Devo dire che la lama, al di là della sua funzione benefica sul testo, dà anche soddisfazione. Per me tagliare è parente del riordino, quello serio, che fa buttare via ciò che non serve ma si è accumulato negli anni in cassetti e armadi. Molto gratificante!

Grazie, in chiusura, a chi ha approfittato dell’offerta dei miei libri gratis nei giorni 21 e 22 giugno. Spero che vi facciano passare qualche ora piacevole, e magari vi facciano venire voglia di scrivere una recensione.

Siete bravi con le lame, oppure vi disturba usarle sulle vostre storie?

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21 commenti

  • Marco

    Tagliare è la cosa più divertente da fare, altro che scrivere. Scrivere è una lagna!
    Di recente ho tagliato via un capitolo, sistemando le poche cose che avevano un valore in quello seguente. Probabilmente non eliminerò altri capitoli dal romanzo che scrivo, ma ci sono ancora delle parti da limare (e da tagliare, certo).

    • Grazia

      Tagliare dà una grande soddisfazione, è vero. Ricordo però che nei primi anni in cui scrivevo mi riusciva difficile, avevo l’impressione di buttare via chissà cosa. Si impara molto (e si cambia molto), strada facendo.

  • Elena

    Certo leggere il titolo di questo articolo dopo aver appena letto un commento sul blog di Giulia in risposta al mio che racconta di una donna sorpresa di notte con una lama in mano in Giappone è inquietante detto questo adoro i tagli, sono proprio la mia passione e condivido pienamente i tuoi suggerimenti. Solo la pulizia alla fine del romanzo mi pone problemi. Già due o tre volte, da persone diverse e su scritti diversi, ho ricevuto ritorni che mi invitavano a essere meno tranchant alla fine. Dunque per la mia scrittura sto lavorando bene sui tagli di scene, inframezzi, narrazioni a volte persino dialoghi che di recente preferisco più immediati e ficcanti, ma non sul finale,dove ho il problema inverso. Una lama a doppio taglio

    • Grazia

      Vado a leggere i commenti, allora! Nel finale tagliare non è facile, a volte non è nemmeno opportuno. Quando arrivi a quel punto, della storia non ne puoi più, e sotto sotto striscia il timore di non saperla terminare nel modo giusto. Risultato: via, in tre righe! A quel punto bisogna rimpolpare, semmai. E’ davvero difficile, credo per tutti.

  • Ariano Geta

    Nel mio caso servono a poco le lame, perché già sono stringato di mio. Già a scuola ricordo che i mie temi piacevano tantissimo ai professori di italiano, con gran sorpresa dei miei compagni di classe perché i miei temi erano in genere molto brevi.

  • Rebecca Eriksson

    Coco Chanel lo diceva sempre: “Less is more”.
    La cosa che sopporto meno sono le abbondanze dei dialoghi: “Ciao” – “ciao” – Come stai?” – “Bene e tu?”…
    Usate specialmente dagli autori giovani che vogliono dare la verosimiglianza del dialogo tra giovani (magari anche con termini volgari inseriti come cadenza senza un preciso senso). A loro il mio odio più profondo.
    Al secondo posto le introduzioni in cui gli autori vogliono usare paroloni solo per dimostrare competenza e magari ripetendo quattro o cinque volte lo stesso concetto.

    • Grazia

      Vero, i concetti rigirati, ribaditi e rispiegati sono fastidiosi. Nelle mie prime stesure trovo spesso problemi di questo tipo (senza paroloni) da sradicare. Evidentemente qualcosa dentro di me vuole accertarsi che il lettore capisca bene un aspetto per me importante. L’effetto però è solo di noia e pedanteria. Quando trovo uno di questi concetti ripetuti, è un piacere farlo sparire.

  • Giulia Mancini

    Io uso sia la lama che il ricamo, per il mio ultimo romanzo mi è capitato di aggiungere un capitolo perché nella rilettura mi sono accorta che mancava qualcosa su un personaggio, per il resto qualche taglio lo faccio anch’io, quasi sempre per snellire un periodo, insomma sono un po’ come Ariano…

  • Emanuela

    Guarda, io taglio praticamente tutto quando rivedo cosa ho scritto. Nel senso che vado di fino, e se qualcosa non mi convince (o mi hanno detto che non ha senso, e hanno ragione) via! tagliato. Può far male, è pur sempre un taglio, ma la storia ringrazierà

  • Tenar

    Sono pessima con le lame! Ora ho per le mani una cosa da oltre 700000 battute. Urge tagliare! E invece che tagliare penso “… Qui ci vuole qualche riga in più!”. Aiuto! Visto lo stato del lavoro sto seriamente pensando di rivolgermi a un editor. Ma con questa lunghezza mi terrorizza in costo. Insomma, non so che fare, anche perché di solito sono estremamente stringata: con questa roba elefantiaca non so dove iniziare a infilare la lama…

    • Grazia

      Non mi è mai capitato di dover sfrondare un testo così lungo! Capisco i tuoi dubbi. D’altra parte, come lettrice, se quello che leggo mi piace applico il principio “più ce n’è, meglio è”, perciò…

  • Marina Guarneri

    Io scrivo scrivo scrivo e poi taglio taglio taglio: scrivere tanto mi serve per srotolare la matassa di idee, poi però adoro eliminare il superfluo e il ridondante e mi piace quando, dopo la “potatura”, rimane l’ossatura importante della storia, quella che conta.
    Una cosa diversa è quando i tagli sono necessari per fare rientrare una storia precedentemente scritta nei parametri previsti dal regolamento di un concorso: una volta mi sono messa in testa di partecipare a una selezione per racconti che non dovevano superare le cinque cartelle con una storia che avevo già pronta ed era lunga trenta pagine. Non sai che lavoro ho fatto: ho rinunciato a metà trama, praticamente, ma il racconto alla fine aveva un suo “altro” perché.

    • Grazia

      Quella è una situazione diversa, però anche a me ha sempre fatto lo stesso effetto: il racconto perde pezzi, ma non peggiora davvero; diventa diverso. A volte ho rinunciato, però. A tutto c’è un limite!

  • Barbara

    Le lame vanno maneggiate con cura, sono pericolose, che una volta tagliato, non tutto si può ricucire…
    Esempio pratico, quella storia uscita nel giornale, tagliuzzata per motivi di spazio editoriale.
    Originale: “Gli mise davanti la tazza della colazione, lui la ringraziò con un sorriso e si mise a leggere il giornale. Mia madre tornò in cucina per abbassare la pentola dal ragù sul fuoco e prendere le sue compresse di vitamine. Quando si sedette di nuovo al tavolo, mio padre era lì, stranamente chino su se stesso, silenzioso, a occhi chiusi. Era svanito all’improvviso. Senza un rantolo, senza un saluto.”
    Quindi: lui al tavolo (in sala da pranzo), lei va in cucina, poi torna al tavolo e lo trova morto.
    Pubblicato: “Gli mise davanti la tazza della colazione, lui la ringraziò con un sorriso e si mise a leggere il giornale. Mia madre tornò in cucina per abbassare la pentola dal ragù sul fuoco e [TAGLIO] mio padre era lì, stranamente chino su se stesso, silenzioso, a occhi chiusi. Era svanito all’improvviso. Senza un rantolo, senza un saluto.”
    Quindi: lui al tavolo (in sala da pranzo), lei torna in cucina e lo trova lì… ma quando si è spostato?!
    Quando si usano le lame, stare attenti… AI DITI!!

    • Grazia

      Aargh, una sforbiciata qui e una là, un po’ a casaccio. Io le detesto queste cose. Quando avevo una editor per il manuale di scrittura, ho dovuto mandare giù che i paragrafi andassero compattati per ragioni di spazio anche quando non aveva senso. Poi va bene comunque, visto che non siamo Stephen King, però…

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