Scrittura,  Vita da scrittori (e non)

La paura della pagina bianca

Non la conoscete? Allora siete fortunati…

Si dice che sia normale, a scuola, contemplare con vacuo orrore il foglio protocollo in occasione del compito in classe… volevo dire della verifica di italiano, prima di sospirare e iniziare a spremere sulla carta i pensieri che i neuroni stanno partorendo a fatica. Che la paura della pagina bianca inizi proprio lì?

Confesso di essere tra i fortunati che questa sensazione non l’hanno mai provata. Poteva capitare che l’argomento non fosse dei miei preferiti, e all’esame di maturità (allora si chiamava così) avevo sicuramente le mani gelate mentre scrivevo, ma in generale a scuola scrivevo i miei temi (allora si chiamavano così) con la calma meticolosa di un pavimentista o di un imbianchino.

Il foglio protocollo aveva quattro facciate. Le scrivevo per due terzi, non per metà, o mi avrebbe dato l’impressione di un testo striminzito. Ricevevo poche correzioni, perciò lo spazio vuoto era più che sufficiente. Dosavo gli argomenti, gestendoli a fisarmonica, in modo da arrivare sempre, puntualmente, oltre la metà dell’ultima facciata. Ero una specie di macchina da guerra: argomento, punti da toccare, spazio da dedicare a ognuno, via!

La paura della pagina bianca può prendere quando meno te l'aspetti...

Con questi esordi sembravo pronta a diventare una scrittrice di… manuali d’istruzioni per macchine utensili! Forse la disinvoltura con le parole c’era già, grazie alla passione per la lettura, ma il resto era un buon lavoro artigianale, senza grandi voli di fantasia.

Soltanto quando ho scoperto che potevo-desideravo-volevo scrivere, la pagina è diventata qualcosa di diverso, emozionante ma anche temibile, almeno in potenza. È vero che le prime storie uscivano di getto, come se sgorgassero da qualche fonte segreta, ma nel tempo il processo si è modificato e ha assunto modalità e ritmi diversi. Sì, perché scrivere è una maratona, non la gara dei cento metri piani. Quando finisco una storia, non sempre ce n’è già un’altra a prendere il suo posto; e anche a stesura iniziata, a volte procedere è agevole come strisciare tra i cespugli spinosi con un machete tra i denti.

La paura della pagina bianca, però, non la conosco ancora. Perché? Perché non mi siedo mai davanti alla pagina, anzi, allo schermo bianco, senza sapere cosa scrivere.

Lo facevo d’istinto ancora prima di ipotizzare come funzioni, ovvero come funzioni per me. Avevo l’impressione che i pensieri scorressero e si concatenassero più facilmente quando non ero alla scrivania, in particolare mentre camminavo e non ero impegnata in attività che richiedessero concentrazione. Sedermi davanti alla tastiera con la mente vuota, intenzionata a scrivere, mi sembrava più o meno come mettermi ai fornelli senza ingredienti da cucinare.

Gli ingredienti, quindi, li cerco in anticipo. Prima di tutto non inizio a scrivere la storia che ho in mente senza un progetto. Può essere più o meno dettagliato, ma devo almeno intravedere il sentiero che percorrerò. Il progetto subirà modifiche in quantità, anche sostanziali, in corso d’opera, ma per impegnarmi in una prima stesura devo avere qualcosa di più di qualche idea, un personaggio o una scena. Quelli sono soltanto gli elementi da cui parto per fantasticare e creare collegamenti.

Non fantastico e non creo collegamenti alla scrivania. Con carta, matite colorate e pennarelli prendo posto nella mia poltrona, oppure al tavolo della sala. Quando ho lavorato di brainstorming al progetto fino ad avere una buona quantità di materiale e la storia inizia a esercitare una certa pressione interiore – avete presente quell’effetto ossessivo? – allora posso partire.

Rientro quindi a buon diritto nella schiera degli scrittori che gli anglosassoni definiscono planners (o plotters), contrapponendoli ai pantsers, quelli che, scrivendo, fly by the seat of their pants, cioè vanno a ruota libera, assecondando l’istinto. Entrambi i metodi possono essere validi; vale la pena di sperimentare, ma in generale sono convinta che i metodi ibridi funzionino meglio dei loro parenti “puri”.

Se vi interessa approfondire l’argomento:
Programmare o improvvisare?
Consigli per scrivere meglio

Applico lo stesso sistema di brainstorming preventivo a tutte le mie sedute di scrittura. Le definisco così, ma raramente hanno questa atmosfera solenne. Più spesso, quando ho mezz’ora o un’ora libera, mi dico che posso scrivere almeno qualche riga; quando poi sto scrivendo, cerco di compiere il miracolo di trasformare quel tempo in un tempo x tendente a infinito. Non sempre funziona, ma ci provo…   

Brainstorming preventivo, dicevo. Nel corso della giornata, mentre riordino o porto Maya a fare la sua passeggiata, penso al punto in cui ho smesso di scrivere e lascio che nasca la bozza di una nuova scena. “Lascio che nasca” perché, dopo avere dato il via al processo con uno spunto iniziale volontario, mi limito a fare da spettatrice a quello che compare nella mia mente. Se lo spunto iniziale era un luogo, per esempio, qualche personaggio entrerà in scena, portando con sé i suoi problemi e il bagaglio delle scene precedenti; se invece era un personaggio, sarà lui a evocare un luogo piuttosto che un altro.    

Di solito basta poco perché la scena prenda forma, almeno in modo sommario. Quando mi viene in mente come entrarci – nel mio caso coincide quasi sempre con il paragrafo di apertura di un nuovo capitolo – sono già pronta per scrivere. Se mi tocca aspettare, nella mia mente la scena continuerà a fiorire e arricchirsi, oppure ne nascerà un’altra. (Di solito il materiale che nella mia idea iniziale dovrebbe essere un capitolo si trasforma in tre capitoli, più o meno.)

In definitiva ogni giorno scrivo ciò che ho pensato il giorno prima e penso a cosa scriverò il giorno dopo. Non sempre riesco a mantenere questo ritmo, ma sfrutto i tanti giorni in cui non posso scrivere per rimettermi in pari.   

Il punto è che non apro mai il file della storia senza sapere cosa scriverò. Alla mia benedetta scrivania, di cui ho parlato nel mio ultimo post (La tana dello scrittore) arrivo sempre avendo qualcosa in mente. In questo modo le esitazioni sono minime, e così il tempo perso.

Ma forse è un altro l’aspetto più utile di questo metodo: la scrivania per me resta un luogo sereno, non collegato ad alcun tipo di “blocco”, visto che i problemi della storia li risolvo altrove. Mi sembra un sistema efficace per conservare un buon rapporto con la postazione di scrittura. Non farà magie, ma si sa, tutto può aiutare, come tutto può diventare un ostacolo.

Prima di salutarvi, vorrei chiedere il vostro aiuto con un piccolo sondaggio: cosa ne pensate dell’insieme copertina-descrizione di Veronica c’è, che riporto qui sotto? È efficace, vi attira? Vi lascia perplessi, oppure lo trovate inadeguato?

Senza giri di parole, questo è il mio romanzo che vende di meno. La storia mi piace e piace ai lettori; anzi, ringrazio ancora Elena Ferro, blogger di Volpi che camminano sul ghiaccio, che al romanzo ha dedicato un video speciale sul suo canale YouTube. Ho usato per Veronica le stesse forme di promozione che ho usato per gli altri miei libri, ma… qualcosa non funziona. Credo che il colpevole vada cercato nella pagina Amazon del libro: copertina e descrizione. Un vostro parere può essermi davvero utile.

Grazie in anticipo per il vostro aiuto, e… ditemi, la pagina bianca vi hai mai fatto paura?    

26 commenti

  • Marco

    Mai avuto problemi di pagina bianca. Adesso pianifico un po’ di più, creo anche delle (striminzite) schede dei personaggi. Ma io credo che la storia in fondo ci sia già, basta solo fare il “bravo archeologo” ed estrarre i fossili con la dovuta cura.
    La copertina mi piace. La descrizione: forse dici troppo, oppure lo dici nel modo meno “seducente” possibile? Forse invece che stuzzicare la curiosità, la spegni? La descrizione dovrebbe far scoccare “qualcosa”, forse questa non ci riesce a sufficienza?

  • Giulia Mancini

    A me la nuova copertina di Veronica c’è piace molto, forse potresti provare a rendere più accattivante la sinossi, per esempio puoi puntare sul pericolo che Veronica corre nel suo viaggio (è solo un’idea) tipo: chi sono gli oscuri individui che tentano di rapirla, cosa vogliono da lei?
    Non ho paura della pagina bianca, ma mi capita di non sapere cosa scrivere, tuttavia se mi metto davanti al pc e mi concentro, le idee cominciano a confluire.

    • Grazia

      In pratica io e te usiamo metodi opposti! Mi piace il fatto che possano funzionare entrambi. Grazie per avere espresso la tua opinione nel sondaggio, che sta già dando i suoi frutti.

  • Ariano Geta

    Evidentemente non si diventa “scribacchini” per caso, infatti io pure a scuola non ho mai avuto paura del foglio bianco. Anzi, quando vedevo i compagni disperati per il tema in classe francamente restavo perplesso. Pensavo: ma come, è una cosa così semplice, così piacevole… (però quando c’era il compito in classe di aritmetica ero io a disperarmi
    Io sono più del tipo che procede con un’idea generica in testa ma con ampia libertà di modifica, infatti i miei manoscritti cambiavano costantemente il proprio contenuto e si sviluppavano man mano che avanzavo nella stesura del testo, fino a quando avevo la sensazione di essere infine arrivato a dire quel che volevo dire pur senza averlo ben chiaro nel momento in cui avevo inziato a scrivere.
    Riguardo la sinossi di “Veronica c’è” non saprei che dire: per puro caso proprio pochi minuti stavo commentando un post del blog di Marina e dicevo proprio che io evidentemente mantengo un profilo troppo basso nella stesura delle sinossi e non riesco ad avere un buon impatto “pubblicitario” sui potenziali lettori. Poi magari leggono il libro e gli piace, ma non perché siano stati incuriositi dalla sinossi…

    • Grazia

      La sinossi non è per niente facile da scrivere; anzi, è una vera prova! Visto che non hai citato la copertina, capisco che anche secondo te il problema sia la descrizione. Grazie!

  • Maria Teresa Steri

    Più che paura della pagina bianca, a me fa paura l’idea di perdere tempo davanti al pc quando non sono abbastanza ispirata. Purtroppo appartengo alla categoria di chi procede a istinto ma ha anche bisogno di sapere cosa sta per scrivere, quindi se mi siedo e ho le idee troppo vaghe sulla scena, è un flop assicurato. In un certo senso sono come te, ovvero prima di mettere nero su bianco, ho bisogno di ricreare nella mia testa la situazione, i dialoghi, l’ambiente, tutto. Poi vado a ruota libera.
    Per Veronica, la copertina nuova a me piace molto. Forse è da aggiungere invece un gancio alla sinossi. La parte che hai in grassetto a mio personalissimo avviso troppo lunga e poco incisiva. Lo so, non è per niente facile ideare una buona la tagline, ma alla fine tutto si gioca sulla prima impressione…

  • Cogito Ergo Leggo

    La sindrome da pagina bianca la conoscevo benissimo davanti ai temi scolastici.
    Ricordo i pomeriggi in cucina, con mia mamma: io, riversa sul foglio bianco davanti alla traccia del tema, che continuavo a ripetere “non so cosa scrivere” e mia mamma che mi dava degli spunti a cui io rispondevo “ma io non lo penso davvero!”
    Ecco… Diciamo che molto spesso chi assegna il tema non vuole davvero leggere ciò che pensa lo studente.
    Una prof in particolare, se non era d’accordo con ciò che scrivevo, tirava sopra una riga, scriveva “non condivisibile” e mi piazzava l’insufficienza.
    Ora, se uno studente non esprime idee razziste/omofobe/discriminatorie, penso che a un docente non debba fregare nulla dell’opinione espressa ma del come è espressa, se è ben argomentata e se è ben documentata. Se invece un tema è palesemente razzista o discriminatorio, non è scrivendo “non condivisibile” che lo studente inizierà a pensarla diversamente.
    Visto che il mio tema non rientrava nella casistica dell’inaccettabile (che comunque, a parere di una che insegnante non è, andrebbe indagato e discusso, non marchiato con un’insufficienza), ho chiesto più volte alla prof perché le mie idee non fossero condivisibili e la sua risposta è sempre stata “perché non sono d’accordo”.
    Ah.
    Oltre a questo, l’altra sindrome da pagina bianca di cui sono vittima sono i bigliettini di auguri.
    Non so mai cosa scriverci, per non risultare banale.
    Per quanto riguarda le storie che scrivo, invece, non mi siedo mai davanti al pc senza sapere cosa scrivere. So che è deleterio, ci ho provato qualche volta, per cui preferisco pianificare prima cosa scrivere e poi mettermi al pc solo quando l’idea è ben definita.

    Riguardo a “Veronica c’è”, la copertina è molto bella e anche la sinossi, secondo me, dice il necessario senza svelare troppo.
    Però, se avessi trovato questo libro nella lista di libri che amazon mi propone, non sarei arrivata a leggere la sinossi, a causa del titolo.
    Per fare un esempio, “Cercando Goran” (che, a proposito, mi è piaciuto molto) aveva un titolo che catturava fin da subito. Non so chi sia Goran, ma qualcuno lo cerca. Quindi mi chiedo: chi sta cercando Goran? E perché lo cerca? Sono domande che invogliano a leggere la sinossi e poi la sinossi invoglia a leggere il libro.
    Un altro titolo che invoglia a leggere la sinossi è “Eleanor Oliphant sta benissimo”, di Gail Honeyman. Non so chi sia Eleanor Oliphant, così come non sapevo chi fosse Goran, ma è evidente che quello “sta benissimo” non è vero. Quando uno dice “sto benissimo” spesso mente e questo invoglia a leggere la sinossi.
    “Veronica c’è”, invece, non mi incuriosisce. Non so cosa manchi, forse l’impossibilità di porsi delle domande sul titolo che spingano a leggere la sinossi. Non so chi sia Veronica ma il titolo mi dice che “lei c’è”. Ok, passo oltre.
    Come struttura è molto simile ai due titoli che ti ho citato, ma non ha quella suspense di “cercando Goran”, né quel velo di menzogna di “Eleanor Oliphant sta benissimo”.
    Poi questa è solo la mia opinione, basata sui meccanismi più o meno consci che mi spingono a leggere la sinossi di un libro.
    Spero di non averti offesa

    • Grazia

      Ti ringrazio, invece, per l’opinione articolata. Il tuo commento e quelli degli altri commentatori mi sono davvero d’aiuto. Certo è più difficile cambiare un titolo che cambiare cover/descrizione. Vorrà dire che dovrò migliorare la descrizione restando consapevole della carenza del titolo, e compensare come posso. Quanto all’insegnante che trovava inaccettabili le opinioni diverse dalla sua… bè, ho sempre pensato che si dovrebbe diventare insegnanti soltanto quando se ne ha la vocazione, ma capisco che sarebbe complicato dal punto di vista pratico. Per fortuna si cresce nonostante persone così, se non grazie a persone così.

  • Marina Guarneri

    Sì, io ho vissuto la paura della pagina bianca, tante volte: quando mi capita, non insisto. Faccio altro, mi distraggo e aspetto momenti migliori. Sono un po’ planners un po’ l’altra cosa, perché so che storia voglio scrivere, so come deve finire (il più delle volte), ma la ricostruzione della trama avviene anche per istinto colto nell’attimo in cui mi siedo ispirata.

    Venendo al tuo sondaggio, la copertina va bene, nella sinossi la tagline non mi suona bene: ha qualcosa che s’inceppa, forse risulta troppo dispersiva. Dovrebbe fotografare il contenuto in un’unica frase, più breve e incisiva.

    • Grazia

      Grazie del consiglio, Marina. Fino a qui, le frecce puntano quasi tutte sulla descrizione. Credo che non mi rimanga altro da fare che riscriverla e incrociare le dita.

  • Elena

    Buon pomeriggio Grazia, parliamo di un romanzo in questo post che mi è piaciuto parecchio, altrimenti non ci avvrei dedicato un video che peraltro ho girato “nature” attirandomi qualche critica da parte di chi accetta mal volentieri una donna che si mostra in video senza apparecchiatura e make up (non te l’avevo mai detto, me ne accorgo ora).
    Ora la questione delle vendite dei romanzi per me è un mistero come sai dunque non mi sento molto in grado di fare osservazioni su questo arogmento, prendo il commento di Marco, cui riconosco una competenza sul tema, e mi associo. Avendolo letto, posso confermare il suo giudizio. In particolare, l’ultima frase mi convince poco. Non solo non lascia aperta una finestra che mi porti a dire, ok lo compro!, sull’onda del commento di Cogito ergo sum, ma anche poco efficace in sè. Prova a modificarla.
    In ogni caso, 14 recensioni con 4,5 stelline è un successone che immagino del tutto naturale e non spintaneo. Hai pensato di promuoverlo come lettura per le scuole?
    Io lo troverei molto tuile…
    Quanto alla pagina bianca… la penso come te. Rimugino le idee fino a quando non sono pronte e poi scrivo. Magari ci metto un po’ a sedermi al tavolo della mia nicchia, ma poi quando ci arrivo scrivo. Mi hai fatto ricordare i tempi dei temi: io usavo spesso due protocolli… La mia insegnante di italiano mi detestava ed è stata dura coltivare la passione per la scrittura e tenere fede ai miei impulsi creativi quando qualcuno ti prende di mira… Persino sui temi storici riusciva a contestarmi date e avvenimenti che poi verificavo essere corretti! Uffa!
    Quando a quell’età sei incompresa, ci vuole tempo per risalire la china. Forse è per questo che ora scrivo a tutta birra. Magari non tanti romanzi come te, ma a cominciare da questo commento mi tengo sempre in allenamento…
    Grazie per la citazione

    • Grazia

      Mi sto già rimboccando le maniche: quella descrizione ha da cambiare, per dirla in tono manzoniano. Le scuole sono off-limits, Elena; non si riesce nemmeno a proporli, i propri libri, figurarsi a farli accettare come letture. Risultato: i miei libri per adolescenti, che sono sì libri per tutti, non hanno lettori adolescenti. Questo mi dà da pensare per il futuro. Visto che mi piace altrettanto scrivere per adulti, forse mi conviene andare in quella direzione… se non si presenta un’altra storia come Tutti gli amori imperfetti. Grazie di tutto.

  • Marco Lazzara

    La presentazione mi sembra essenziale ma dettaglia i punti necessari della trama.
    Forse avrei tagliato “un romanzo sulla potenza creatrice della volontà e dei sogni.” E’ un po’ vago, dice tutto e niente.
    La copertina mi dà una sensazione “strana”… Gli alberi che si sovrappongono al volto, fanno sembrare che la ragazza abbia la barba. Graficamente avrei provato a sfumarli, rendendoli evanescenti.

    Per quanto riguarda la pagina bianca, non ho questo problema. Quando scrivo ho già l’intera storia o almeno l’idea di base in testa. Può non funzionare una volta concretizzata su carta, e allora via tutto, ma almeno non ho il problema di guardare lo schermo senza sapere cosa scivere.

  • Cristina

    Io ho provato la paura della pagina bianca durante il compito in classe di matematica e geometria, nel senso che sotto il problema da risolvere di solito c’erano alcune cose scritte da me in modo tremolante che testimoniavano tutta la mia angoscia. Avevo proprio terrore, anzi il Terrore. Il mio processo di scrittura, come sai, è abbastanza sui generis, però come te non parto mai senza un progetto in mente, almeno costruito a grandi linee. Mi sembrerebbe di perdere tempo e andare alla deriva in mare aperto… e magari incapperei in una tempesta.
    Per la copertina mi piaceva molto la precedente, infatti avevo dato un premio l’anno scorso. Mi piaceva molto perché la fotografia dava l’idea dell’adolescenza e anche della scuola. Anche questa è bella, ma, se non sapessi nulla del romanzo, mi richiamerebbe alla memoria una storia di fantasmi o comunque di taglio esoterico. Non ci sono elementi che mi portino alla mente il reale contesto dove si muove Veronica.
    Ah, la sinossi, croce e delizia, come sai benissimo per distillare quella de I Serpenti e la Fenice ci ho messo moltissimo tempo e addirittura feci quel blind test cui hai partecipato. Forse potresti provare, come scriveva Maria Teresa, a rendere più secca la frase in neretto. E poi, nel testo, provare a isolare alcuni punti focali e lavorarci “attorno asciugando il testo.

    • Grazia

      Grazie mille, Cristina, ci proverò. Giusto, la pagina bianca non è soltanto quella delle verifiche di italiano! Le verifiche di matematica mi davano una certa inquietudine, perché sapevo che sarebbe potuto saltare fuori qualcosa di ostico. Magari non era terrore… quello mi veniva solo quando mi inceppavo davvero.

  • Rebecca Eriksson

    Mi hai riportato alla mente alle superiori quando il professore di italiano ci dide “tema libero”: il modo migliore per mandarmi nel panico.
    Alla fine impiegai il tempo a scrivere della mia capacità di indecisione su cosa potessi scrivere!
    Per la copertina di Veronica c’è noto che hai pensato di inserire le prime lettere del tuo nome scure, su uno sfondo scuro: lo prendo come un tuo marchio di fabbrica Curioso che ciò che si legge nitido è “zia Gironella”
    Sbaglio o hai migliorato anche “tutti gli amori imperfetti”?

    • Grazia

      Ho modificato il font del titolo con la funzione fx, che proprio tu mi hai fatto conoscere. In quel caso il resto della composizione mi piaceva già. Nel caso invece di copertine precedenti all’avvento di Photoshop, come quella di Veronica c’è, il problema è… uhm… che non sapevo ancora fare progetti, perciò realizzavo millemila copertine singole, su cui poi non potevo più lavorare. Quindi non posso modificare niente, solo rifare daccapo. Okay, è ridicolo. Anche “zia Gironella” non scherza…

  • Luz

    Descrivendoti sul tuo stile dinanzi a una pagina da riempire, mi hai fatto venire in mente me stessa da ragazzina.
    Lo stesso entusiasmo. La stessa passione per i temi a scuola. Non mi facevo problema alcuno di ispirazione, le pagine venivano da sé.
    Scrivere una storia, in età adulta, farlo con dovizia e cognizione di causa, è tutt’altra cosa. Al momento sto sperimentando alcuni passaggi sul romanzo, un’ulteriore sterzata, ma mi rendo conto che è difficilissimo. Molto molto complesso scrivere anche solo una decina di righe.
    Non credo si tratti di timore di pagina bianca. La scena è nella mia testa, un nuovo modo di far percepire il tempo della narrazione, eppure… le parole sono difficili da mettere in fila. La tentazione di scrivere facile è forte, ma sto cercando di andare in altra direzione.

    Riguardo al tuo romanzo. La descrizione non mi convince del tutto. Forse è quello lo snodo. Non saprei dirti cosa nello specifico manchi. Magari è una bellissima storia eppure ho la sensazione che quella descrizione non le faccia onore.
    Riguardo alla copertina. Mi suggerisce un po’ di dilettantismo, perché:
    – il nome dell’autrice non è del tutto visibile
    – l’immagine della ragazza è troppo definita e si amalgama male con lo sfondo degli alberi, ci vorrebbe un lavoro grafico di fino
    – c’è qualcosa che non va nel rapporto tra font e colore del titolo
    Chiaramente sono solo gusti personali.

      • Grazia

        E poi: scrivere facile. Questo è uno spunto di riflessione importante. Scrivere di slancio significa non disperdere l’energia iniziale della storia, oppure limitarsi ad assecondare l’istinto, senza raggiungere un livello superiore? Forse la risposta è in un compromesso tra le due cose, certo non facile.

        • Luz

          Scrivere “facile” è anche scrivere di getto, certo. Scrivere facile è scegliere un registro leggero, lineare, scorrevole e direi molto banale. La scrittura non facile è come una scalata da complesso alpinismo.

  • Barbara

    Il blocco di fronte al foglio protocollo bianco del tema mi veniva perché dovevo selezionare le idee ed esporle come sarebbero andate bene alla professoressa. In tutto l’istituto si sapeva qual’era il suo orientamento politico e i giudizi sui temi andavano di conseguenza (tant’è vero che uno che prendeva sempre 6 perché si “ostinava” a dire la sua, alla maturità prese un bel 7 e mezzo pieno). Ma scrivere per la scuola non è lo stesso che inventare storie, per quel che mi riguarda, in quanto a difficoltà.
    Adesso parto da un’idea, una folgorazione, un pensiero minuscolo. Lo lascio fermentare per giorni, anche mesi. La mente ci lavora su ogni tanto. E poi quando sento (o decido) che è ora, inizio a buttare giù la struttura. Poi aggiungo, a ispirazione, a volte taglio, oppure sposto, questo prima, questo dopo, questo non gli frega niente a nessuno.
    Adesso sono ancora dentro al “writing challenge” di novembre (almeno 20 minuti al giorno di scrittura pura, non blogging), a volte sputo 500 parole, a volte ne tolgo e vado pure in negativo. Ma in 15 giorni ho scritto un racconto, l’ho inviato lunedì per approvazione e in soli 36 minuti (da record!) ho avuto il go. Ora attendo la data di stampa.
    E nel frattempo ne sto terminando un altro. (Di contro, leggo di meno…)

    • Grazia

      Complimenti, allora! Credo che la sensazione di essere in movimento, con successi piccoli o grandi, ma comunque nella direzione giusta, sia la più piacevole e rasserenante che ci sia.

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