Autopubblicazione,  Editoria,  Vita da scrittori (e non)

Le scoperte dello scrittore

Piccole illuminazioni, che servono a cambiare rotta.

Scrivere può essere tutto e il contrario di tutto, a seconda della persona e del momento. Quando si fanno discorsi generali, quindi, si esce dal terreno solido per addentrarsi in una palude dove le certezze, se ci sono, sanno nascondersi bene. Ripensando al proprio percorso, però, ognuno sa quali siano state per lui le scoperte fondamentali, quelle che hanno richiesto un aggiustamento di rotta, senza le quali non sarebbe al punto in cui si trova ora.

Le scoperte dello scrittore sono di diversi tipi. Alcune per me sono maturate con fatica, altre sono sbocciate di colpo, ma solo all’apparenza. Se una di queste fosse mancata, starei ancora scrivendo? In alcuni casi credo di sì, in altri avrei forti dubbi. Se scrivete, avete vissuto anche voi punti di svolta nel vostro percorso di autori? Se non scrivete, o non scrivete ancora, quali pensate siano i più delicati per gli scrittori? Ma ehi, non è ancora tempo di call to action. Prima voglio raccontarvi le mie scoperte, banali ed epocali, dalla prima all’ultima.

Le scoperte dello scrittore creano un percorso a sorpresa.
Photo by Lili Popper on Unsplash

Davvero posso scrivere?

Il mio percorso inizia qui. Avevo scritto qualche pagina di una storia fantasy quasi per scherzo, per dimostrare di essere all’altezza di un’autrice che non mi piaceva, in quel periodo molto lodata. Non avevo intenzione di scrivere un romanzo, figuriamoci. Le idee, però, si concatenavano le une alle altre e non accennavano a esaurirsi…

Questo mi lasciò molto stupita. Che io potessi imitare uno scrittore “vero” per qualche paragrafo era credibile, entro certi limiti; che io fossi davvero in grado di inventare storie… no, non lo avrei mai immaginato.

Quello che scrivo piace!

Le poche pagine scritte per scherzo diventarono un romanzo fantasy, che già minacciava di diventare una saga. A quel punto usai mio figlio, allora dodicenne e ottimo lettore, come cavia. Parere positivo! L’ipotesi della pubblicazione fece capolino in quel momento, solo come un piccolo punto interrogativo del genere “e se…?”. Ma era il caso, prima, di ricevere una valutazione più obiettiva. Inviai il manoscritto a un sito rivolto agli aspiranti scrittori, che tra le altre cose offriva valutazioni gratuite.

Ricevetti una scheda ben dettagliata, piena di commenti entusiastici. Li ritenni sinceri, visto che il sito non proponeva servizi a pagamento che rendessero opportune le sviolinate. Del resto la storia a me piaceva molto… come se l’avesse scritta qualcun altro. A quel punto mi parve più che normale iniziale a spedire il manoscritto a destra e a manca, con tutte le ingenuità del caso: invio a me stessa di una copia per evitare il rischio di plagio, scelta degli editori ad caxxum, attesa ansiosa del postino. Da ridere, a pensarci adesso.

Quello che scrivo non piace proprio a tutti

Gli editori – fatto inspiegabile – non si dimostrarono pronti a srotolarmi davanti un tappeto di velluto rosso (anche blu notte sarebbe andato bene). La EAP, editoria a pagamento, era già molto discussa in quel periodo, perciò non la presi nemmeno in considerazione. Mi era ben chiaro che, una volta in possesso di un certo numero di copie stampate del romanzo, da sola non avrei saputo dove piazzarle.

Qualche editore fece lo sforzo di rifiutare il manoscritto con un messaggio standard; la stragrande maggioranza non rispose affatto. Il significato era comunque chiaro. Cercai di aggiustare il quadro in base alle nuove informazioni: a qualcuno potevano piacere le mie storie, ma i veri giudici (allora li consideravo così), al di là della loro maleducazione, le consideravano insufficienti.

Non solo si insinuò in me il sano dubbio di non essere in grado di scrivere. Mi balenò anche l’idea che gli autori, da me fino a quel momento immaginati come un consesso di anime belle, fossero divisi in due categorie: quelli bravi e… gli altri, una massa di individui mediocri che, annaspando nel mare della propria (spesso malriposta) autostima, allungavano le mani per afferrarsi alle sponde della barca-editoria, mentre gli editori pestavano loro le nocche con i remi per impedirne la salita a bordo. Ho reso l’idea? In ogni caso una cosa mi divenne chiara…

C’è tanto da imparare.

A Bologna c’è un modo di dire: deciso come un bricco. Il bricco, da quelle parti, è il montone. Così partii io, a testa bassa, una volta scoperto di non sapere un bel niente del mondo in cui volevo entrare, e in fondo nemmeno della scrittura.

Mi feci ripetuti impacchi di siti dedicati agli aspiranti scrittori. Frequentai per qualche anno un forum in cui si postavano racconti, che poi venivano valutati dai partecipanti. Questo si rivelò molto utile. Tra il considerare già buoni i miei scritti e l’accettare che gli editori non li leggessero nemmeno, si aprì uno spazio in cui potevo capire quali fossero i miei punti forti e le mie debolezze.

Iniziai a partecipare ai concorsi letterari, con buoni risultati. Partì anche il mio tour tra i manuali di scrittura creativa, scelti tra approcci diversi, più e meno tecnici. Da allora ne ho letti una cinquantina, fermandomi (non del tutto) soltanto in tempi recenti. Può darsi che abbia esagerato, ma il viaggio è stato utile sia a sentirmi parte di una Grande Famiglia (non la marmaglia di cui parlavo prima), sia a capire cosa significhi imparare da chi ha più esperienza.

Ma allora il primo romanzo non è stato un colpo di fortuna…

Se una rondine non fa primavera, come si diceva una volta, un romanzo non fa lo scrittore. Per molto tempo ho creduto che il serbatoio delle storie si sarebbe richiuso, e buonanotte a tutti. Invece non fu così. Forse le idee per nuove storie non pullulavano, ma qualcuna che mi piacesse la trovavo sempre; e una volta trovata, potevo lavorarci per migliorarla e arricchirla, fino a farla diventare giusta per me.

In questa fase ho iniziato ad avere una certa fiducia in me stessa, almeno dal punto di vista della scrittura in senso stretto. Avevo la voglia di scrivere, avevo la disciplina per farlo con costanza. Anche se questo sembrava non crearmi delle opportunità, il mio passo si stava facendo più sicuro.    

Cosa significa “successo”?

In quegli anni, mentre studiavo, stavo continuando a scrivere. Avevo concluso quattro libri della mia saga fantasy e un romanzo di genere Urban Fantasy. Quando ebbi l’idea di creare un manuale di scrittura stile Bignami e un editore si disse disposto a pubblicarlo, mi buttai nella nuova esperienza. Speravo che fosse una porta per il mondo dell’editoria, o almeno una finestra sul retro; invece fu soltanto un sano incoraggiamento a continuare a scrivere.

Pubblicare non significa vendere. Questo è particolarmente vero quando si parla di un piccolo editore, che spesso non può permettersi una buona promozione. Il mio manuale (che trovate QUI, in versione aggiornata, con il titolo Nel cuore della storia) era un testo di nicchia, quindi non potevo trarre grandi conclusioni dai suoi risultati; lo stesso, anche informandomi in rete, capii che la pubblicazione era soltanto una tappa, verso qualcosa oppure verso il nulla, a seconda di una quantità di fattori difficili da controllare.

Devo svincolare la scrittura dai risultati pratici.

Essere finalista all’edizione 2012 del Premio IoScrittore mi permise di pubblicare con il gruppo Mauri Spagnol, in versione digitale, il romanzo Due vite possono bastare (l’attuale Cercando Goran). Quindi l’avevo trovata, questa benedetta porta per entrare nel mondo dell’editoria?

Niente affatto. Dopo avere venduto qualche decina di copie e incassato ben sedici euro di royalties, ero al punto di partenza. Stavo cominciando a sentire il peso delle aspettative deluse, che andavano a riflettersi anche sulla mia autostima. Se lavorare sulle mie storie con passione e determinazione non bastava, se il gradimento dei miei beta-reader non significava niente, cosa poteva cambiare la mia situazione di autrice invisibile?

La mia testa. Non è sempre così? Tutto nasce dentro di noi, e da noi deve nascere il cambiamento. In questo senso è vero che creiamo la nostra realtà. Avevo bisogno di tornare a vedere la scrittura come una gioia e non come un fallimento. Sembra facile, e per qualcuno forse lo è. Non così per me. Avevo sempre pensato che le mie storie avrebbero avuto lettori, e che scrivere potesse, nel tempo, diventare il mio lavoro – e che magnifico lavoro! Invece dovevo accettare che questo sogno potesse non realizzarsi mai. Dovevo, se volevo continuare a scrivere con gioia, in libertà.

Iniziai a leggere le esperienze degli autori che si autopubblicavano. Non stavo valutando l’idea, ma tenersi informati è importante. Io cercavo ancora la conferma da parte dell’Autorità Editoriale: “Certifichiamo che tu, Grazia Gironella, sei in grado di scrivere e puoi avere una carriera come autrice di romanzi.”

Bello, no? Solo che intanto non avevo più voglia di proporre le mie storie agli editori – i rifiuti bruciano… – e avevo anche meno voglia di scriverle, perché a cosa servono le storie, quando nessuno le legge?

Posso camminare da sola.

Il passo che mi ha portata alla pubblicazione in self ha avuto una lunga, silenziosa incubazione. Nemmeno io ho capito in anticipo di essere pronta. Quando però ho deciso, è stato senza esitazioni prima, senza ripensamenti poi.

È stato un sollievo non cercare più l’approvazione di un’autorità esterna per ciò che facevo. Certo, era un’assurdità cercarla già prima; ma stiamo parlando non di valutazioni razionali, bensì di un modo di sentire, che non si lascia scalzare così facilmente dai ragionamenti.

Adesso scrivere è davvero un lavoro.

Non ha smesso di essere un piacere per diventare un dovere; tutt’altro! E nemmeno è diventato un lavoro perché mi dà di che mantenermi. Credo, però, di essere entrata nella fase adulta della scrittura. Adesso oneri e onori sono miei, nel bene e nel male.

Non c’è più il momento di relax in cui dico: “ecco, adesso ho fatto la mia parte, vediamo cosa succede”, perché il lavoro di un autore indie non è mai finito. Mentre scrivo e dopo che ho scritto, c’è da pensare a copertine, descrizioni, parole chiave, ads, piattaforme, richieste di recensioni; nel frattempo devo controllare come procedono i libri già pubblicati e valutare se dare loro una spinta di qualche tipo. Mentre l’editore dopo il primo anno passa ad altro, l’autore non abbandona così facilmente le sue creature.

Non si può fare tutto, e farlo bene.

Questo è l’ultimo momento illuminante che ho sperimentato. Per molto tempo ho cercato di imparare tutto quello che poteva servirmi per agevolare il percorso dei miei libri, sperando di non lasciare indietro niente. Ho capito che questo non è possibile.

Gli strumenti sono tantissimi, non tutti e non sempre utili come sembrano a una prima occhiata. Puntare su pochi strumenti efficaci, che siano anche nelle mie corde, mi sembra la scelta più giusta, oltre che l’unica davvero possibile. Arrabattarmi mediocremente su tutti i fronti non solo produce scarsi risultati, ma mi lascia addosso le sensazioni sgradevoli delle cose fatte di malavoglia. Dubito che questo possa giovare alla causa della scrittura.

Sono curiosa di fare la mia prossima scoperta. Intanto, mentre termino la revisione della biografia di Amela, sto facendo tradurre in spagnolo Cercando Goran tramite il sito Traduzione Libri. Vi racconterò più avanti come procede (se procede…) questa nuova esperienza.

Quali sono state le vostre scoperte, come scrittori?
Avete avuto momenti che hanno cambiato il vostro modo di intendere la scrittura?          

44 commenti

  • Silvia

    Bella domanda: che cos’è il successo? Ho cercato di capirlo a lungo. Ora penso che il successo per me sia l’essere soddisfatta di quello che ho fatto, anche se è pur vero che spesso noi siamo i nostri giudici più temibili.
    Io credo che tu abbia fatto, e stia facendo, un bel percorso di crescita sotto diversi punti di vista. Si percepisce dalle tue parole una notevole serenità per quanto riguarda il tuo rapporto con la scrittura e penso che sia una delle cose più belle a cui può aspirare uno scrittore.

    • Grazia

      E’ vero, in questo periodo sono serena nel mio rapporto con la scrittura, ed è anche vero che il vero successo è essere soddisfatti del proprio percorso. Sai che quel */%£^ di FeedDemon si è di nuovo “sganciato” dal tuo blog? Sembrava funzionare, così avevo creduto che tu non stessi pubblicando niente. Vado a recuperare i tuoi ultimi articoli. (Non c’è nel tuo blog una possibilità di iscriversi?)

    • Grazia

      Il sito offre traduzioni in una quantità di lingue. Avevo cercato traduttori per il tedesco, il francese e lo spagnolo, scegliendo l’opzione gratuita, quella che non richiede l’offerta iniziale di una somma a piacere per invogliare i candidati. Risultato: nessuna proposta per tedesco e francese, alcune proposte per lo spagnolo, tra cui ho scelto quella che era stata più apprezzata dagli utenti (Cercando Goran è già stato tradotto in inglese). Speriamo che vada tutto bene. Racconterò.

  • Brunilde

    Complimenti per il tuo percorso ma soprattutto per la consapevolezza e la serenità che hai raggiunto.
    Ognuno ha esperienze – e delusioni – diverse. Forse è proprio da come si reagisce che si scopre qualcosa di noi, del nostro rapporto con la scrittura e della nostra determinazione.
    Ho amato molto il tuo Cercando Goran, fai benissimo a farlo tradurre, sono certa che avrai altre soddisfazioni .
    Indipendentemente dai risultati e dai buchi nell’acqua, io sento di essere comunque in cammino: scrivere fa ormai parte di me e continuerò a farlo, e magari anche a proporre quello che scrivo, vada come vada, a costo di… ” magiare un bricco con le corna”!

    • Grazia

      Goran & Friends ringraziano. Il romanzo è già stato tradotto in inglese, con zero risultati, perciò spero che con lo spagnolo vada meglio. Per il resto, sentirsi in cammino per me è il massimo, in tutti i campi.

  • Sandra

    Il tuo è proprio un gran bel percorso, alti e bassi, delusioni e ripartenze ma sempre in crescita e profondamente connesso con la scrittura autentica e la consapevolezza. Io mi sento più ballerina, ci sto ragionando giusto in questi giorni e sono felice che questo tuo post mi offra spunti ulteriori, quindi grazie e continua così.

    • Grazia

      Mi godo questo buon periodo, sapendo che facilmente dubbi e frustrazioni torneranno, è nella loro natura. Anche tu, però, sei sempre pronta a rialzarti e proseguire, quindi ti faccio i miei complimenti.

      • Sandra

        Beh, ma grazie. Sì, in effetti dai, mi rialzo sempre. E poi va detto che qualsiasi visione attuale della scrittura è inevitabilmente condizionata dal periodo, insomma conta poco.

  • Maria Teresa Steri

    Anche se le nostre storie sono diverse, mi riconosco molto nel tuo percorso interiore e penso di essere arrivata più o meno alle stesse “scoperte”. Mi è piaciuto quando hai detto che “l’autore non abbandona così facilmente le sue creature”. Questa è una delle cose che più amo dell’auto pubblicazione, poter dedicare la cura che desideriamo per i nostri figlioletti anche a distanza di anni dal lancio. Nell’editoria tradizionale non è così, bastano pochi mesi e un libro va subito nel dimenticatoio. E quindi… avanti tutta.

    • Grazia

      Ho sempre avuto anch’io l’impressione che i nostri percorsi siano diversi fuori, simili dentro. Anche per me è importante non passare semplicemente da un libro all’altro, ma avere tutti i miei libri vivi e vitali sotto la mia ala.

  • Barbara

    Interessante leggere tutto il tuo percorso, offre molti spunti di riflessione per chi, come me, ha appena lasciato la costa e non è certo né della direzione nè dell’andatura. Credo di essere ancora alla fase “c’è tanto da imparare” e del resto scrivo raccontini ma il testo “lungo” ancora non l’ho finito. Aggiungerei nel mezzo “Per la scrittura ci vuole tempo”, scoperta non banale, visto che continuano a chiedermi “quando lo pubblicherai un romanzo?” “Quando vincerò al superenalotto e potrò rimanere a casa senza fare altro che scrivere…” XD

    • Grazia

      Non ho incluso il fattore tempo perché tre anni dopo avere iniziato a scrivere ho smesso di lavorare per trasferirmi in Friuli. Anche in questo modo il tempo non abbonda, ma almeno… esiste!

  • Lisa

    Anche se conoscevo già bene il tuo percorso l’ho ripassato volentieri arricchito delle tue emozioni. Quante peripezie!
    E pensare che dovresti essere già nella top 10 degli scrittori italiani considerando il tuo talento e la tua dedizione.
    La cosa che mi lascia più perplessa è la completa mancanza di visibilità offerta dal concorso ioscrittore! Non ho mai partecipato a un concorso e non credo lo farò, sembra una perdita di tempo.

    • Grazia

      Grazie per le tue parole e per la pazienza! Ultimamente parlo del passato più del solito… o sto invecchiando (questo è certo), oppure sto ricapitolando per andare oltre.

  • Ivano Landi

    Io ho cominciato a scrivere per esercizio della memoria e non per diventare uno scrittore, tanto è che ho cominciato a trasformare una parte di quello che avevo scritto in qualcosa da pubblicare solo alla fine del 2010, dopo aver accumulato pagine di scrittura per circa un quarto di secolo. E in una certa misura sono rimasto ancorato a questa concezione. Nel senso che per me ancora oggi è più importante scrivere che essere uno scrittore.

    • Grazia

      Immagino che questo elimini molte forme di stress. Per me, invece, il piacere di inventare storie è collegato a quello di raccontarle. Non dico che non scriverei niente se non avessi un pubblico; tengo diari da sempre, quindi credo che continuerei a farlo, ma è qualcosa di completamente diverso.

  • Ariano Geta

    Un bel percorso sicuramente. Il mio parte da più lontano, perché ero bambino e già scrivevo storie. Mio padre aveva creato un ufficio nel soppalco del suo negozio, con tanto di Olivetti per dattilografare lettere ai fornitori e quant’altro. Io la utilizzavo per scrivere storie. All’inizio per gioco, poi con un minimo di impegno. Passando da racconti fantasy a verismo contemporaneo, dall’avventuroso al comico al quotidiano, senza pormi alcun limite.
    Diventato “adulto”, per così dire, verso i trent’anni, avevo accantonato questo piccolo “hobby” (perché così lo avevo sempre considerato. Ma mi mancava tanto. Ogni tanto disegnavo anche dei fumetti (anche quella è una passione che ho sin da bambino) ma neppure li mostravo agli altri perché le mie mani sono allergiche al bel disegnare.
    Alla fine, malgrado il lavoro, gli impegni famgliari e tante altre cose che mi toglievano tutto il tempo, ho ricominciato a ritagliarami degli spazi per scrivere almeno durante il fine settimana, al mattino. Era un’abitudine che mi mancava, un’attività di cui avevo necessità. Ho fatto qualche tentativo di pubblicazione, qualche concorso (compreso IoScrittore che citi, io passai solo la prima fase ma venni eliminato nella seconda).
    Però in quello stesso periodo avevo già scoperto gli autori autopubblicati del web, e avevo deciso di provarci. Mi sono convinto di non essere bravo, ma di avere una necessità inevitabile di scrivere. E scrivere senza che nessuno legga ciò ch scrivi non ha senso. Non importa se i lettori sono dieci anziché diecimila, va bene uguale per me, l’importante è mettermi alla prova.
    Dalla scrittura sono passato all’altra vecchia passione dei fumetti grazie a un software che permette di ovviare all’incapacità grafica delle mie mani. Non penso di essere bravo neppure in questo settore, però… pazienza, ci tenevo troppo a creare i “miei” fumetti. E non è detto che non ricominci anche a scrivere narrativa.

  • Giulia Mancini

    È stato molto interessante leggere il tuo percorso, mi ritrovo in alcune tappe. Io ho sempre desiderato scrivere ma ci ho provato seriamente solo da un certo momento della mia vita, ho capito che quello che scrivevo poteva piacere solo partecipando al concorso IoScrittore (eh sì anch’io però non ho vinto). In quel concorso mi sono classificata tra i primi duecento finalisti con un romanzo scritto per partecipare a un concorso letterario di Mondadori, insomma concorso chiama concorso.
    Io scrittore mi fu molto utile perché capii che quello che scrivevo poteva avere un pubblico, così mandai il romanzo a un paio di case editrici che non mi risposero e decisi per l’auto pubblicazione.
    Credo che questa scelta sia stata una svolta perché mi sono sentita libera di scrivere e, oltre ad aver imparato tanto, sono esplose tante nuove storie dentro di me che forse non avrebbero mai visto la luce.

    • Grazia

      Credo che i concorsi, come altre attività collegate alla scrittura, abbiano un grande valore soprattutto come incoraggiamento, che non è affatto scontato. I dubbi iniziali sono dannosissimi.

  • Elena

    Questo post arriva in un momento per me di “quasi” scoperta, ma è presto per parlarne. Comunque ho adorato questa tua frase: ” dovevo accettare che questo sogno potesse non realizzarsi mai. Dovevo, se volevo continuare a scrivere con gioia, in libertà.” E’ proprio lo switch che ci serve per imparare a scrivere davvero senza vincoli né aspettative. Un passaggio fondamentale che ho fatto qualche anno fa e che ora mi consente di vivere i miei tempi di scrittura con la massima libertà. Tanto come dici tu non c’è nessuno che ti aspetta con un contratto duori dalla porta e allora prendersi il tempo della vita è tutto ciò che conta per poi avere il tempo di raccontarla.

    • Grazia

      Molto vero, Elena. Se pensi di sacrificare tutto alla scrittura – un’idea che può suonare bene – in realtà stai spesso sacrificando tutto alle tue speranze di risultati. E’ importante vedere chiaro dentro se stessi, se non si vogliono prendere lucciole per lanterne, come recita il detto.

  • Marina

    Mi hai fatto ricordare i miei primi tempi da “scrittrice” vincitrice di concorso. Mi sembrava tutto strano: io avevo tenuto il mio romanzo per anni chiuso dentro un cassetto e solo dopo averlo fatto leggere a una persona fidata, decisi di mettermi in gioco. Puntai subito al riconoscimento massimo per un esordiente, il Premio Calvino, e, paradossalmente, il giudizio della commissione, con la scheda di lettura allegata, mi aveva lusingata, nonostante non avessi vinto quel concorso. Da lì, il coraggio di partecipare ad altre competizioni fino a quella risolutiva. Però, non lo so, mi rendo conto, che questa esperienza non mi ha gasato come avrei voluto, non ha spinto in avanti la mia attività scrittoria, anzi, paradossalmente, il fatto di addentrarmi in questo mondo ha inibito i miei slanci, caricandomi addosso un’incertezza, di cui avrei voluto fare a meno.
    Un ricordo che, adesso, mi fa sorridere: ero convinta che bastasse dire ai contatti Fb di mio marito, di amiche e parenti (nemmeno miei, io non ero nemmeno iscritta all’epoca della vittoria del concorso), che avevo scritto e pubblicato un libro, pensando che sarebbero stati in tanti a leggerlo. 🤦🏻‍♀️

    • Grazia

      Chi non ha fatto pensieri del genere? Se ti dicessi i miei… Secondo me un ostacolo è anche avere aspettative troppo alte su ciò che si scrive dal punto di vista della qualità. Se ci si mette a fare paragoni, inevitabilmente si finisce con il dire “non c’è bisogno di me”. Su quel fronte sono forse avvantaggiata dal fatto di non partire mirando troppo in alto. Scrivere una buona storia, per me, è già qualcosa di speciale e per niente scontato. Se poi andando avanti il livello della mia scrittura si alzerà, non opporrò certo resistenza, ma intanto mi godo il percorso.

  • Luz

    Leggo questo tuo bilancio di un percorso e immagino il mio. Mi sento in sintonia con tanti aspetti del tuo sentire la scrittura.
    Mi sento anzi quella stessa ingenuità che ha animato un po’ tutti all’inizio. Perché non c’è niente da fare, tutti abbiamo immaginato un inizio col botto. La scrittura è un “animale” difficile da abbattere e ha ragione la Murgia, è stato ormai inventato tutto, quello che può renderci originali è solo il modo di dirlo. Il giusto modo di raccontare deve essere la missione di ogni scrittore.

    • Grazia

      Sono perfettamente d’accordo. Credo sia questo che si intende con “cercare la propria voce”. La voce non la si costruisce, né la si sceglie; evolve con la pratica, come se si cercasse da sola. E l’ingenuità… che simpatia, dopotutto!

  • Marco

    Sorrido perché questo post è praticamente un condensato della prima metà del mio racconto “I Misteri dello Scrittore”, come vedrai.
    Diciamo che per chi come noi ha scelto l’autopubblicazione, è una bella possibilità, che non c’era anche solo una ventina d’anni fa. Il rovescio della medaglia è che ti porti addosso l’etichetta di quello che si pubblica da solo perché nessun editore serio l’ha voluto. Un po’ pregiudizio, un po’ realtà, considerando che viene fuori di tutto. Ma del resto ci sono cose indicibili anche nei big (esempio: grossa casa editrice che ho beccata a inventarsi di sana pianta le biografie degli autori).

    • Grazia

      Vero, un po’ pregiudizio e un po’ realtà. Non credo che sarei arrivata all’autopubblicazione se i miei libri non fossero stati ignorati dagli editori. Questo percorso però nasce anche dall’ignoranza. Per me, e penso per quasi tutti, almeno inizialmente l’editoria è vista come “la porta”, perché è la via più semplice e più conosciuta. Di default, imbocchi quella. Adesso invece esito all’idea di proporre qualcosa ai big, perché non so se voglio rinunciare a quello che la pubblicazione indie mi offre. (La biografia creativa mi sembra fantastica. Inizio a inventare. ;))

  • Marco

    Da una parte c’è il fatto che come indie hai la massima libertà: puoi scrivere quello che vuoi, senza nemmeno dover “sottostare” alle indicazioni di un editor (cosa che può essere sia un vantaggio che uno svantaggio, a seconda). Diventa persino divertente, per esempio crearsi la copertina da soli (anch’io uso GIMP). Il divertimento cessa un po’ quando il libro è fatto e lo devi promuovere, tutto da solo, e sono più le porte che ti vengono sbattute in faccia che quelle lasciate aperte.
    Sul proporre ai big, temo non sia nemmeno più una strada perccoribile. Ti potrei fare il nome di un intero gruppo di grandi CE che non accetta nemmeno esordienti. Il canale per arrivarci, ahimè, sono avere alle spalle una fama (lo youtuber, l’instagrammer, il personaggio televisivo, il politico…) oppure passare da un’agenzia letteraria, consapevoli di cosa ci si va a ficcare.

    • Grazia

      Scusa, mi puoi dire quale Marco sei? Sennò non so dove dare seguito all’indicazione su “I Misteri dello Scrittore”. Da qualche giorno WordPress non mi mostra più i gravatar dei commentatori; nel tuo caso non c’è nemmeno il link. Spero ancora che tutto si rimetta a posto da solo…

  • Rebecca Eriksson

    Ammirevole la tua determinazione, specilmente nel sostenere da sola la parte promozionale del progetto indipendente. “Farmi conoscere” e specilmente mantenere attivi i rapporti col pubblico è una cosa che mi scoraggia parecchio: non riuscirei a rimanere costante.
    Intendiamoci, non sono contraria a incontri con l’autore, fiere, sessioni di firme… è la parte meramente commerciale che proprio non sopporto.

  • Cristina

    Accidenti, la barca-editoria con gli editori che pestano le nocche a chi vuole salire a bordo è un’immagine davvero dantesca. Del tutto in linea, tra l’altro, con le celebrazioni in onore del Sommo Poeta quest’anno.
    Mi riconosco in molto di quello che hai scritto, inclusa la vincita del concorso e l’ansia iniziale rispetto alle risposte di eventuali editori, i quali peraltro una volta rispondevano alle tue missive. Mi riconosco anche nell’equazione che a qualità corrisponde il giusto riconoscimento, in fondo viviamo in una realtà idilliaca dai colori rosei…
    Il vero momento illuminante mi è arrivato da Ruggero che, all’ennesima delusione, mi ha detto: “Tu hai una capacità che non tutti hanno. Devi scrivere per te stessa senza badare ai cosiddetti successi. Tutto il resto non conta”.

    • Grazia

      Ruggero è saggio. Credo davvero che sia impossibile, sul lungo termine, continuare a scrivere se non ci si libera dalle aspettative di risultati. Chi ha successo fa eccezione, ma immagino affronti tensioni e frustrazioni di tipo diverso.

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