cuore luminoso heart
Letture,  Vita da scrittori (e non)

L’importanza di amare se stessi

…più un romanzo deludente, e il quarto capitolo del Tao tê ching

Quanto è estiva questa estate! Amate questa stagione? Io non posso dire di andare molto d’accordo con le alte temperature, tanto è vero che sto perdendo l’abbronzatura da contadina guadagnata in primavera, anche se tre volte al giorno esco di casa per portare Maya a fare la sua passeggiatina di riabilitazione, dopo l’operazione che le ha sistemato il legamento crociato della zampa posteriore destra. Per il resto me ne sto volentieri rintanata, quando posso, e guardo fuori con speranza quando la luce diminuisce all’improvviso, segnalando una perturbazione in arrivo.

Ho sempre l’impressione che i miei periodi vadano a tema: in qualche modo salta fuori uno spunto di riflessione, all’apparenza casuale, che poi torna a riemergere qua e là, con insistenza, mostrandomi vari aspetti dell’argomento, mentre io seguo la traccia come un segugio. È un processo affascinante, che alla fine dà sempre i suoi frutti.

Uno dei temi al centro di questo periodo è sicuramente il mio rapporto con me stessa, e più precisamente una reale accettazione della persona che sono, con le mie luci e le mie ombre – un tema che forse tocca il sesso femminile più di quello maschile. Non ricordo esattamente da dove siano partite le mie riflessioni. Credo sia stata Martina Belli a parlarne nella sua newsletter (trovate Martina anche su YouTube e Instagram), sottolineando come sia facile essere duri verso se stessi.

“Figurati!”, ho pensato, “Semmai sono troppo indulgente…”. La fretta con cui ho liquidato la questione, però, senza avere l’ombra di un dubbio, mi ha insospettita. In che senso troppo indulgente? Cambiare non è mai facile, anche quando lo si desidera; inoltre tutto ha una sua causa, a volte nemmeno tanto nascosta, nelle esperienze passate. Non ci è voluto molto per accorgermi che razionalmente accetto i miei difetti e le mie debolezze, ma con sopportazione, non con reale comprensione e simpatia. A questo proposito mi viene in mente una frase di Linda Howe nel libro Akashic Records: “L’amore di Dio non era mai stato un problema, lo avevo sempre dato per certo; ma non ero mai stata sicura di piacergli.”

Ecco, quello cui mi riferisco è un concetto simile. Tra accettare se stessi e volersi bene c’è una bella differenza. Mi sono resa conto di essere esigente e giudicante nei miei confronti, più di quanto non sia verso gli altri. In ogni situazione critica, vorrei sempre essere più coerente, più determinata, più flessibile, più disciplinata, più compassionevole, più autonoma, più… tutto. Dico “ho fatto del mio meglio” mentre dentro di me penso “avrei dovuto fare di più”. Forse, in assenza di uno strumento di misurazione del “mio meglio”, mi sento autorizzata a identificarlo con la perfezione – una contraddizione in termini, visto che il concetto stesso incorpora tutte le inadeguatezze del caso.

Amare se stessi è importante, e più difficile di quanto si creda.
Photo by Sarah Wolfe on Unsplash

Quindi sto cercando di imparare non solo ad amare me stessa, ma a essere calorosa e cordiale in questo amore, e a guardarmi con simpatia. Ho tutte le intenzioni di apprendere questa difficile arte. Con tutto il tempo che passiamo con noi, faremmo bene a essere i nostri migliori amici! Per di più essere ipercritici verso se stessi non aiuta a migliorare, come si potrebbe credere; anzi, spesso mantiene in uno stato di sottile insoddisfazione che sabota ogni miglioramento. Come mi è spesso capitato di leggere, si può cambiare solo partendo da una reale accettazione di ciò che è.

A parte queste mie riflessioni, in questo periodo sto leggendo molto, cosa che mi espone al rischio tipico del lettore: incontrare qualche libro davvero deludente, come è successo con il romanzo After di Anna Todd. Un po’ me la sono andata a cercare, lo ammetto. Sapevo che è un romanzo rosa, ma esistono romance che riesco a leggere con piacere, sebbene li trovi spesso poveri negli argomenti (mica tutti sono come Diana Gabaldon!). After, però, ha avuto un enorme successo e le stelline si sprecano; inoltre rientra nella categoria YA, molto nelle mie corde. Perciò l’ho acquistato. E letto. Tutto, fino all’ultima pagina.

In un certo senso è stata una lettura interessante, quasi una lezione, per me che scrivo: “come creare un bestseller dal nulla”. È solo la mia opinione, naturalmente, quindi non voglio denigrare ciò che tanti (più facilmente tante) hanno amato al punto da leggere con entusiasmo anche i libri seguenti della serie. Però… davvero si possono scrivere 586 pagine raccontando soltanto del rapporto tra la protagonista e il bel tenebroso di turno, incontrato a pagina 2, senza che accada nulla se non litigi e riavvicinamenti, il tutto condito con una tale quantità di sesso da anestetizzare anche il lettore più arrapato?

Okay, lo sto denigrando. Ma, dico, magari una piccolissima trama poteva starci bene, almeno come condimento; e al di là dei cliché (lei ragazza bravina e ammodo, lui tormentato, tatuato e misterioso), è un po’ una presa in giro tenere in piedi fin dall’inizio del libro una domanda, utile ad aiutare il lettore a girare pagina, che poi nel finale trova la risposta più banale e prevedibile. Insomma, io non sarò una degustatrice di romance, ma questo romance è davvero magrissimo di contenuti, ancorché scritto in modo scorrevole. Mi ha un po’ raddolcita il fatto che l’autrice sia molto giovane. Comunque si sa, se un editore importante decide che sarà un successo, successo sia!                

Dopo queste incursioni tra alcuni dei pensieri che popolano le mie giornate, cambio decisamente argomento per proporvi la quarta “puntata” del Tao tê ching di Laozi

4

Il Tao è vuoto,
ma inesauribile,
senza fondo,
progenitore di ogni cosa.

Smussa i bordi taglienti;
scioglie i nodi intrecciati;
attenua la luce del sole con una nube;
si copre di polvere.

È nascosto ma sempre presente.
Non so chi lo abbia generato.
Sembra essere l’antenato comune di tutti gli esseri viventi,
il padre delle innumerevoli creature.

Che cambiamento di atmosfera, dopo After… dà quasi i capogiri. Questo capitolo è piuttosto difficile. La mia testa dice poco; e la pancia? Innanzitutto che mi piace trovare in Laozi questo tono tentativo nell’avvicinarsi al Grande Mistero. Potrebbe presentarci una definizione di Dio ben confezionata, invece ci elenca indizi strani e curiosi, fino a concludere con un’ipotesi: “Sembra essere l’antenato comune di tutti gli esseri viventi, il padre delle innumerevoli creature.”

Epperò che bella questa ipotesi, e che belle queste immagini del Tao “nascosto, ma sempre presente” che si infiltra nella realtà da lui creata per risolvere e modificare, ritoccando i dettagli, anche quelli più umili e banali, sempre consapevole di ogni singola molecola della sua immensa creazione.

Non vi lancio una call to action, siete in vacanza! Ma se la lettura di questo post vi ha fatto nascere qualche considerazione, sarò felice di conoscerla.

18 commenti

  • Giulia+Mancini

    L’amore per me stessa è stata una dura conquista, ci sono arrivata dopo un lungo percorso in cui chiedevo troppo a me stessa e troppo poco agli altri. Certo ogni tanto il vecchio vizio ritorna ma cerco di correggermi subito, faccio come Rossella O’Hara: giuro non smetterò di amarmi, dovessi mentire, rubare e truffare…insomma non voglio tornare indietro.
    Non ho letto After, ho tentato di vedere il film su Amazon prime, ma l’ho abbandonato dopo venti minuti, diciamo che un romance per conquistarmi deve avere una trama un po’ più consistente dei tira e molla tra innamorati (ho letto un romanzo così e mi è bastato…). Ho letto invece 50 sfumature di grigio, saltando delle pagine, ho anche apprezzato il film.

    • Grazia

      L’amore per se stessi dovrebbe essere alla base di tutto il resto, invece capita di non dargli valore. Ha ragione Rossella, non c’è niente per cui valga la pena di smettere di amarsi.
      Dopo After mi servirà un po’ di tempo per osare leggere un altro romance. Per fortuna la scelta non manca mai.

  • ariano+geta

    Non sono ancora in vacanza, quindi non mi disturbi
    Sul tema dell’auto-accettazione posso dire che ho passato periodi difficili nella mia vita legati all’incapacità di integrarmi, periodi che mi hanno causato gravi problemi a livello emotivo, e anche qualcosa di peggio.
    Tuttavia, dopo essere “sopravvissuto” a anni simili, ho finito in qualche modo per essere più indulgente con me stesso (uso il medesimo aggettivo che hai scelto tu perché “amarmi”, beh, quello ancora non ci sono arrivato, vista l’età non credo che ci arriverò più ormai).
    Paradossalmente, nel mio caso già solo essere diventato auto-indulgente è stato un gran progresso a livello di (parziale) serenità mentale.

    • Grazia

      Certo già perdere l’inflessibilità nei confronti di se stessi è un grande passo. Credo che l’importante sia mantenere la direzione. Dove si arriva, in questa specifica vita, non si può sapere, ma si cammina.

  • Ivano Landi

    Per me esiste invece solo l’Estate, nel senso che nelle altre stagioni faccio del mio meglio per avvolgermi in un mio spazio privato che me ne isoli il più possibile. So quindi bene che ogni anno devo sfruttare al massimo il periodo da giugno a settembre e godermelo in ogni suo momento di luce e calore. Quest’anno in particolare sto anche radunando le energie per affrontare quello che si preannuncia come un autunno calddissimo, sebbene non in senso meteorologico.

  • Elena

    Che bella riflessione, finalmente! Non per la riflessione, scrivi sempre cose apprezzabili, ma per i sentimenti verso te stessa che esprime. Stavo mettendo in relazione le due parti dell’articolo : la ritrovata pace e accettazione e la presenza, l’immanenza che il brano del Tao ci porta. Essere presenti a sé stesse e in questo modo in piena armonia con il mondo. Stare. Che ne pensi?

    • Grazia

      Penso che quella sia la vita cui ambire. L’una cosa non può stare senza l’altra, in effetti. Senza amare noi stessi non possiamo fiorire; senza il collegamento con le dimensioni superiori dell’esistenza restiamo chiusi, non abbiamo respiro. (Non era male, però, quel “finalmente” del tipo “dopo tante stupidaggini”! XD)

    • Grazia

      E comunque, cara coach, credo che tu non sia estranea al mio processo di risveglio. Raccontare e sentirsi dire “è davvero così?” ti fa soffermare su ciò che hai detto, e domandarti a tua volta: “è davvero così?”. Ciò che hai sempre dato per scontato come per magia diventa oggetto di indagine. Grazie.

  • Luz

    Mi viene da dirti che i limiti del romanzo rosa sono esattamente quelli. Niente trama, nessuno sviluppo, nessun progresso, solo azioni-cliché in cui si susseguono litigi e ricongiungimenti. Mi piacevano quando avevo 14 anni, quando i miei ormoni impazziti mi facevano bramare queste trame, oggi davvero mi repellono. Sarò estrema, ma provo repulsione verso il rosa. Dopo aver scoperto la letteratura, questo tipo di storielle mi sono parse improvvisamente vuote, asfittiche, sterili. Noiose. Da perdita di tempo.
    E dire che ci sono scrittrici (è materia per scrittrici questa) che invece riescono a infilarci qualcosa di interessante e fai bene a citare la Gabaldon, che non leggerei, ma dalla quale sono venute fuori sceneggiature appassionanti.
    Se mi voglio bene… diciamo nel complesso, sì. Ma ho ancora tanto da costruire e i 50 anni compiuti aiutano a immaginare nuovi orizzonti e prospettive.

    • Grazia

      Ho citato la Gabaldon un po’ a sproposito, perché definire Outlander un romance sarebbe davvero offensivo… però nel rosa canonico temo che la perdita di tempo sia spesso in agguato, anche se molte persone desiderano proprio quel tipo di leggerezza,

  • Claudia

    In questo periodo non sto leggendo nulla perché sono impegnatissima al lavoro e già faccio fatica a star dietro al blog.
    Comunque sono sempre stata molto severa con me stessa, e mi fa piacere appurare che non sono l’unica.
    Proprio non ce la faccio a farmi sconti.
    Però, in verità, ne faccio raramente anche agli altri. Solo quelli che amo davvero ne meritano.
    Sono troppo strega?

    • Grazia

      A parte il fatto che “strega” può essere anche un complimento – lo so, di solito non è così – in un certo senso è più coerente che una persona sia severa con se stessa e anche con gli altri, anche se penso di preferire l’opposto.

  • Cristina

    Ho sorriso parecchio nel leggere la descrizione del tuo approccio ad “After”, anche perché ne abbiamo parlato diffusamente a tu per tu. Non leggo romanzi rosa in generale, a parte rarissime eccezioni. Non è snobismo, ma non sono proprio nelle mie corde, dato che mi lasciano pochissime tracce anche nella memoria. Però, come abbiamo detto, leggere “After” potrebbe essere interessante!
    Dopo lungo apprendistato, posso dire di volermi bene dal punto di vista interiore, ma mi piaccio poco dal punto di vista fisico, specialmente in questi ultimi anni di accelerazione nell’età e cambiamenti radicali nel corpo. Insomma, ho aggiustato una parte, ma se ne è disassata un’altra. Anche essere indulgenti con se stessi sull’aspetto fisico può essere una dura conquista, a volte, senza continuare a fare confronti.

    • Grazia

      Il confronto è un grande nemico: tra se stessi e gli altri, tra le aspettative e la realtà, tra ideali e difficoltà… sento che starei benone senza.

  • Barbara

    Sull’accettazione, dipende. Non credo di essere dura con me stessa, lo sono stati gli altri in famiglia per parecchio tempo e forse per questo ho dovuto volermi bene almeno io. Cerco di accettare quello che non posso cambiare, ma lo accetto con rabbia, quindi figurati. Ma se è qualcosa che posso, e voglio, cambiare allora devo capire se l’accettazione non è un alibi. Se avessi accettato l’idea (di altri) di non poter riguadagnare una certa forma fisica, non sarei dimagrita, non ci avrei nemmeno provato. Idem per il lavoro e la scrittura.
    Su After, mi sa che devo ringraziarti perché mi hai risparmiato una spesa.
    Ammetto di aver visto After 1 e 2 su Amazon Prime a giugno, subito dopo aver terminato con quell’esame tosto. Faceva caldo e avevo il cervello in pappa, ma a parte le scene di sesso così così, la trama cosà cosà, non ci ho visto altro. Poi mi sono ricordata di Brenda e Dylan in Beverly Hills 90210, e che forse ogni epoca ha la sua “studentessa intelligente innamorata del bel tenebroso”. Ero qui a chiedermi se invece nei romanzi ci fosse qualcosina di più (di solito è così, per ogni genere, ammettiamolo: nel grande schermo arrivano i bignami). Direi che hai risposto alla mia curiosità.

    Introduco invece, dato che Giulia li ha citati, una questione interessante sulla serie Cinquanta sfumature, perché mi è capitato di essere tirata in mezzo a una discussione in un gruppo estero e quel che ne è venuto fuori è curioso e assurdo al tempo stesso. Si stava parlando di scrittura di romance, qualcuno aveva un’idea ma non sapeva da dove partire. La maggior parte dichiarava di non amare il genere, specie quella roba delle 50 Shades. Arrivo io, incosciente come mio solito, e dichiaro di scrivere rosa, scrivere storie vere anche rosa per una rivista, aver letto proprio le 50 Shades, dopo che mia zia ha stressato tutti che è bellissimo, mia madre me l’ha tirato in testa arrivata al “contratto”, svergognata di una figlia, e mio padre ha divorato l’intera serie in due settimane (non legge nemmeno i titoli della Gazzetta dello sport). Quindi, incuriosita, li ho letti anch’io, il primo ridendo alle lacrime, pensando alla faccia di mia madre… Poi mi sono fatta prendere dalla storia romantica, capisco molto la psicologia di Grey, meno forse quella di Anastasia, e alla fine è proprio il classico “studentessa intelligente innamorata del bel tenebroso”. Stavano anche uscendo i film, e non si rifiuta un Jamie Dornan a torso nudo con i jeans slacciati, eh!
    Ma torniamo al punto: nella discussione la tizia dichiarava di aver letto solo le prime 10 pagine, poi basta perché “la ragazza ha l’intelligenza di una porta di casa” (strani modi di dire quelli americani). Sempre incosciente, io ribatto che nelle prime 10 pagine, facciamo anche 20, nella versione italiana, c’è solo mezza intervista di Anastasia a Grey, in cui lei non mi sembra tanto stupida, la cosa più stupida è stata inciampare nei propri piedi, cosa che succede pure a me sovente (e niente tappeti a casa mia).
    Il momento interessante arriva qui: la persona (ed è questo il vero motivo di stizza verso la serie) mi risponde che quei libri sono solo “un pessimo tentativo di uno straniero di dire come funzionano le cose in America per l’infanzia”. Ehhhhh???
    Penso: 50 Shades è scritta da E.L.James, una scrittrice inglese, londinese se non erro, anche se ambientato negli Stati Uniti; in quella discussione c’erano in effetti per lo più americane, infastidite dal fatto che uno straniero (peggio: un anglais!) si è permesso di “giudicare” le procedure di affidamento del loro paese.
    E tutto questo l’ha capito nelle prime 10 pagine del libro, dove non c’è alcun riferimento alle origini turbolente di Grey o al procedimento di affido e poi adozione (citate per la loro imperfezione in mille mila altri romanzi contemporanei americani, se è per quello…). Quindi un pregiudizio, più che un giudizio, su un dettaglio, non proprio sulla scrittura o sulla storia in sè.
    Ecco, c’è da pensarci ad ambientare una trama all’estero!
    Scusa il lungo commento…

    • Grazia

      Ah, è colpa della lunghezza? WP non capisce niente, in cambio io apprezzo molto i tuoi lunghi commenti.
      Capisco che devo, DEVO, leggere le 50 sfumature. Ne ho sentite dire troppe per non avere una mia idea. Però, sai quante persone avranno seguito il mio stesso ragionamento? Tutto sommato questa autrice ha qualcosa da insegnarci, almeno dal punto di vista delle vendite! XD
      Mi piace che le mie storie siano in parte ambientate all’estero, anche se non sempre succede; ma è sempre un estero visto dagli occhi di stranieri. Non ci sono luoghi al di fuori dell’Italia che conosco abbastanza da azzardare un’ambientazione completa di quel tipo.

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *