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Autopubblicazione,  Editoria,  Scrittura,  Vita da scrittori (e non)

Limiti da superare. Oppure no?

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Ce li troviamo davanti ogni giorno, i nostri limiti, ma li conosciamo?

In questo periodo in cui mi sento una falena chiusa in un barattolo, che cozza da una parte e dell’altra senza trovare uno spiraglio per uscire, trovo un interessante spunto di riflessione nelle parole del mio insegnante di Raja Yoga – lo “yoga del profondo”. (Ehi, come mai falena e non farfalla? Credo che la falena suggerisca meglio una situazione di oscurità. Ci sta.)

Il termine “limite” nasce dal latino limes, -ĭtis, che significa confine, frontiera, sentiero o strada che delimita, come anche bastione, baluardo. Nell’uso comune del termine, però, il limite è diventato una barriera che non può essere superata.

Nella stessa pratica dello yoga, quasi sempre si arriva all’esercizio con un’idea abbastanza precisa di ciò che si è in grado di fare e di ciò che invece è fuori portata. Le spalle… le caviglie… la schiena… ognuno ha le sue difficoltà. Le persone reali, voglio dire, perché senza dubbio non ne hanno le strafighe snelle e superflessibili che pubblicizzano varie pratiche spesso definite yoga, ma tanto simili al Pilates o ad altre ginnastiche.

Se affronto ogni movimento pensando a “dove devo arrivare”, sono fuori strada. Con la mente rivolta al traguardo, vivrò il percorso soltanto come un mezzo, senza dedicargli attenzione, e porterò con me le idee preconcette dei miei limiti – limiti che in realtà non conosco.

Intendiamoci: essere consapevoli dei nostri punti deboli, non solo nello yoga, è normale e giusto, se non vogliamo muoverci nella realtà in modo goffo, casuale, persino pericoloso. È però altrettanto importante imparare a dialogare con il limite specifico del momento attraverso l’ascolto interiore, la lentezza e la pazienza che ci permetteranno, quando è possibile, di sfidarlo senza rischio.

Ecco, arriva il dolore. Faccio un passo indietro, ma non abbandono il campo. Mi metto in ascolto. Com’è, questo dolore? Come reagisce se lo metto alla prova con delicatezza? Cede, mi viene incontro? Forse posso trovare un nuovo limite per questo giorno e questo movimento. Si mostra acuto, insensibile alle mie cautele? Allora no, meglio rispettarlo. Per ora.

Spesso il limite è un confine non definitivo, passibile di cambiamento. Se non lo mettiamo in discussione, non sapremo mai cosa siamo in grado di fare. Il mio insegnante portava l’esempio di un suo vecchio giocattolo che, una volta caricato con la molla, partiva sparato… per andare a schiantarsi contro il muro poco dopo. Aveva incontrato il suo limite, quello oggettivo, non negoziabile.

Già, perché esistono anche limiti rigidi. Una volta riconosciuti, possiamo soltanto accettarli, e cercare altrove spazi che reagiscano meglio ai nostri sforzi. Nella sfida per imparare a distinguere i limiti rigidi da quelli negoziabili, la razionalità ci aiuta soltanto quando la risposta è ovvia: se mi butto dalla finestra credendo di volare, mi schianterò. In tutti gli altri casi dobbiamo andare per tentativi.

Riconoscere i diversi tipi di limite è reso più complicato dal fatto che la nostra cultura non ci aiuta. Circola la vaga idea che tutto sia possibile, purché ci impegniamo a fondo, compiamo le scelte migliori, ci facciamo supportare dai professionisti adatti, acquistiamo i prodotti giusti…

La lista è lunga, la promessa fallace: non tutto il teoricamente possibile si rivela tale nella pratica. Il fallimento esiste, ed è normale. Il modo di percepirlo, però, cambia in base alle aspettative. Se partiamo consapevoli che andare a cozzare contro il muro è una possibilità, o persino una probabilità, ci sarà più facile accettarlo; sarà più difficile se siamo convinti che esista sempre il modo per raggiungere l’obiettivo, ma non abbiamo avuto la pazienza, la competenza, lo spirito di sacrificio e quant’altro necessario a raggiungerlo.

In questo caso il pensiero positivo gioca sia a nostro favore che contro di noi, prima alimentando il nostro impegno, poi mostrandoci come colpa il mancato superamento del nostro limite. Il “tutto è possibile” mi sembra, tutto sommato, altrettanto privo di senso del “niente è possibile”.

Se seguite il mio blog da qualche tempo, sospettate già che io stia parlando (anche) del mio rapporto con la scrittura. In effetti è così. Non posso dire di annoverare il mio percorso di autrice tra i successi. Sono stati tre lustri di gioia sotto molti aspetti. È stata una piacevole sorpresa scoprire che dentro di me c’era un tale serbatoio di energia, dedizione, voglia di imparare e disponibilità a mettermi in gioco anche al di fuori della mia comfort zone. È stato entusiasmante scoprire di sapere scrivere niente male, perdonatemi la presunzione.

Se a questo aggiungo i riscontri adorabili da parte dei lettori, non posso negare che questo tratto di vita sia stato quanto mai ricco e intenso. Lungi da me volerlo liquidare come fallimento, senza rispetto. Non posso però ignorare il fatto di avere scritto, e sacrificato volentieri tanto tempo che avrei potuto utilizzare altrimenti, con il preciso obiettivo di fare leggere le mie storie ai lettori. Per l’autore le copie vendute, ancora prima di essere denaro, sono la prova che le sue opere hanno raggiunto la loro destinazione naturale.

Purtroppo, in questo mondo globale che ci fa sbrilluccicare davanti mille opportunità, tante strade non portano da nessuna parte. Tra queste strade mi sento di inserire, mio malgrado, anche l’autopubblicazione. Mi piace decidere in prima persona tutto ciò che riguarda i miei libri e intascare una quota sensata dei proventi. Adoro essere il capitano della mia nave. Questo detto, cosa devo pensare di un libro che ha richiesto un anno e mezzo di intenso lavoro (per esempio La strada che non scegli) e si arena dopo avere venduto una quarantina di copie?

Mi sono scontrata con il mio personale “muro”. Ho fatto quello che potevo per raggiungere il mio obiettivo, allargandomi in ogni direzione alla mia portata. Non era sicuramente “tutto il possibile”, perché esiste sempre qualcosa di più, qualcosa di diverso da tentare, ma ci sono andata abbastanza vicino da sentirmi in pace con me stessa. Che poi il boccone fatichi ancora ad andare giù è chiaro dalla quantità di paragrafi che sto cassando nello stendere questo articolo, e dal fatto stesso che io abbia quasi rinunciato a scrivere sul blog per rifuggire i toni amari e lamentosi che sbucano ovunque. Li capisco ma li detesto, anche perché non mi sento particolarmente colpita dalla sorte. So bene che quella di cui parlo è una situazione comune alla maggior parte degli autori.

Se ora mi mettessi a recriminare sulle mie scelte passate, o mi dibattessi tra i dubbi su come procedere oltre, cadrei nella trappola di cui parlavo: vedere come negoziabile un limite che si è già dimostrato rigido. Del cocktail di circostanze necessarie perché un autore sia conosciuto, nel mio caso alcune non si sono presentate all’appello. Ne prendo atto, così come prendo atto dei tanti elementi della mia vita su cui non ho controllo.

Per questo, anche se fa tanto vecchia nonna, dovendo dare un consiglio a chi compie i primi passi nel mondo della scrittura, di getto sceglierei la forma dell’ammonimento: pensa soltanto a scrivere al tuo meglio, divertirti e guarire. (Chi non ha qualcosa da guarire, alzi la mano.) Il resto – pubblicazione, diffusione, valorizzazione, semplice attenzione – non esiste, fino a prova contraria. Forse così l’equilibrio può essere conservato. Fermo restando che alcune persone ottengono buoni risultati scrivendo, per motivi validissimi, dubbi, a volte incomprensibili. A tutte loro vanno i miei complimenti e i miei auguri per il futuro.

Riassumendo, e uscendo dall’ambito esclusivo della scrittura: rilevare l’esistenza di un limite, saggiarne la negoziabilità e agire di conseguenza è un buon metodo per osare e tutelarsi al tempo stesso. Che ogni limite esista solo per essere superato è un concetto figo ed energizzante, sì, ma da prendere con le molle.

Ora forse vi domanderete se ho smesso definitivamente di scrivere. Me lo domando anch’io. Se mi vedrete uscire con un nuovo romanzo, vorrà dire che ho trovato spazio per negoziare con qualche mio limite… oppure che predico bene e razzolo male, come si dice.

Prima di concludere con il quattordicesimo capitolo del Tao Te Ching di Lao-Tzu, vi propongo questo nuovo, splendido video di Green Renaissance, canale YouTube per cui curo i sottotitoli in italiano (ne ho scritto QUI). Il protagonista parla, guarda caso, proprio di limiti.

Il Tao Te Ching di Lao-Tzu
CAPITOLO XIV

Ciò che non si può vedere è detto invisibile.
Ciò che non si può sentire è detto inaudibile.
Ciò che non si può toccare è detto senza forma.
Queste tre qualità non si possono definire,
perciò sono fuse in una sola.

Ognuna di esse sfugge alla descrizione,
ma l’intuito può vederle,
sentirle,
percepirle.
Ciò che è invisibile,
inaudibile
e senza forma
è presente come unità.

Il suo sorgere non è luminoso,
il suo tramontare non è oscuro.
Innominabile,
esso torna sempre al nulla.

Se vi avvicinate, non ne vedete l’inizio.
Se lo seguite, non ne vedete la fine.
Non potete conoscerlo, ma nel corso della vostra vita
potete facilmente identificarvi con la sua essenza.

Scoprire che tutte le creature esistono da sempre
conduce all’armonia con la Via.

Grazie della lettura. Alla prossima! 😊

27 commenti

  • Marco

    Una quarantina di copie? Beata te! Io non sono mai arrivato a vendere così tanto di un libro!
    La verità è che ci sono storie (sguardi?) che vendono e venderanno sempre poco o molto poco. È così nell’editoria ufficiale, è così nell’autopubblicazione. Come scrivi tu: scrivi al meglio delle tue possibilità e non ti curar del resto

      • Giulia Mancini

        Molto belli questi video di cui curi le traduzioni, devi essere fiera di questo.
        Riguardo ai libri, premesso che ho sempre apprezzato i tuoi romanzi a partire da Goran che lessi anche nella versione vincitrice del torneo di Io scrittore “Due vite possono bastare” insomma mica un risultato da poco, “La strada che non scegli” è un romanzo bellissimo, una storia vera molto forte, sii fiera di averlo scritto, ma forse proprio per questo non incontra il grande pubblico, anche se forse supportato da una casa editrice e una promozione molto spinta potrebbe anche fare dei grandi numeri. È questo il limite dell’autopubblicazione, anche se non è sempre così, ci sono molti autori self che scalano le classifiche, non sappiamo però quanto tempo e soldi investano in promozione, io credo che dietro ogni successo di vendita ci sia dietro tanto lavoro e impegno.
        C’è il piacere della scrittura, il fatto di essersi messe alla prova e aver capito di avere il dono di saper scrivere, oltre alla cura che la scrittura riesce a portare nella propria vita.
        Anch’io ogni tanto penso al tempo speso nella scrittura, però non avrei potuto farne a meno, non avrei acquisito consapevolezze e lenito ferite antiche (e anche più recenti) senza la mia scrittura.

        • Grazia

          Grazie delle tue parole. Ho mantenuto, credo, un certo livello di autostima, ma ammetto di non avere mai pensato a essere “fiera” di ciò che ho fatto. Tendo piuttosto a notare il fallimento, guarda caso! Sono molto d’accordo sul fatto che il successo non cada dal cielo, se non in rarissimi casi. Dietro c’è non solo l’impegno, ma anche strumenti che non tutti possiamo o vogliamo utilizzare alla loro massima potenza, vedi pubblicità. Il risultato finale non è comunque una meritocrazia… ma del resto la realtà è così in tutti i campi.

  • Sandra

    Questo aspetto che evidenzi dei limiti negoziabili Vs quelli rigidi è davvero importante e non mi ci ero mi soffermata, quindi grazie.
    Come te se guardo indietro vedo tanto, tantissimo tempo speso con piacere ma anche fatica per la scrittura quando avrei potuto fare altro, però in quel momento quella era la strada che avevo scelto e il senno di poi non porta da nessuna parte, mai.
    Credo che io e te – che abbiamo entrambe nel nostro carniere pure un passato con un agente di un certo rilievo – avevamo le carte per fare/ottenere molto di più in termini di vendita e fama, semplicemente non è andata.

      • Grazia

        (Cosa stia succedendo ai commenti proprio non lo so. Qualcuno finisce sempre cestinato, e io, da parte mia, non riesco più a commentare diversi blog su Blogger.)

      • Giulia Mancini

        Credo sia lo stesso che ha lasciato una recensione a una stella sul mio romanzo Il male non perdona, ha usato la stessa espressione

        • Grazia

          Non riesco davvero a capire cosa spinga certe persone a sparare delle ca… stupidaggini a caso. Un giudizio critico okay, ma così… Il bello è che con i meccanismi di Amazon le stelline basse contano, nella media, più di quelle alte. Mi hanno spiegato che è normale. Sarà.

  • Ariano Geta

    Io pure viaggio su cifre simili e talvolta inferiori (tolta una serie di ebook che invece ha riscosso maggiore interesse) però lo scopo deve essere fare ciò che piace fare.
    Se il tuo obiettivo è scrivere, concentrati su quello.
    Un aneddoto zen parla di un medico dell’esercito che si chiedeva che senso avesse per lui curare i feriti in battaglia visto che poi venivano rispediti in prima linea e finivano col morire ugualmente. La risposta che riuscì a darsi fu: “Per me ha senso perché io sono un medico dell’esercito e questo è quel devo fare”.
    Quel che deve fare uno scrittore è… scrivere

    • Grazia

      Fare ciò che piace fare, giusto… ma non è semplice, soprattutto quando ci sono altri interessi che chiamano. Finora ho dato la priorità alla scrittura senza nemmeno pensarci, ma forse mi serve capire meglio dove voglio andare.

  • Elena

    Cara Grazia, questo è un post ricchissimo, grazie per averlo scritto. La parte sulla scrittura segue una lunga e importante riflessione su cui torno ma vista la tua franchezza ti dirò che sì, hai ragione, si possono vendere pochissime copie ma questo cosa toglie alla tua scrittura? Nulla. Essa resta quella che è, un dono per chi ti legge.
    Credo anche io che questa riflessione sui limiti sia utile, ma il termine negoziazione allude a una sorta di confronto tra parti diseguali. I “limiti” non sono sempre parti di noi? La risposta è nelle tue stesse parole e in quelle del protagonista del video, meraviglioso, che ci hai proposto: sì, lo sono. Sono quell’armatura che il dolore apre e che chiede di essere ascoltata. Adoro la tua autocensura nei confronti delle lamentele, ti sono grata, nemmeno io le tollero più. Abbiaom aspettative che sono troppo alte, sogni che non riusciamo a realizzare o che realizziamo solo in parte. Forse siamo donne che da grandi vogliono essere leoni, scrittrici, o qualunque altra cosa. Ti auguro che questo sogno così forte continui ad accompagnarti. Sarai un leone se lo vorrai. Il leone che disegna Grazia, non quello che dipinge il contatore di Amazon.
    PS: Adoro il canale e il lavoro che fate. E’ pura poesia
    PS bis: Dicci qual è la poesia di Gibran che voglio leggerla e rileggerla all’infinito!
    PS ter: faccio yoga da quai quindici anni e sono sempre rigidina. Ma lo faccio con amore e gratitudine. Sei in buona compagnia

    • Grazia

      Anche questo è vero: i limiti sono parte di noi, non un avversario. Per ringraziarti delle tue parole ti mando un abbraccio ed esaudisco il tuo desiderio.

      “Prese la parola una donna che disse: Parlaci del Dolore.
      Ed egli disse:

      Il vostro dolore è il rompersi del guscio che racchiude il vostro intendimento.
      Come il nocciolo del frutto deve rompersi perché il suo seme possa ricevere il sole, così dovete conoscere il dolore.
      Se poteste mantenere in cuore tutta la meraviglia per il prodigio quotidiano della vita, anche il dolore non vi sembrerebbe meno stupefacente che la gioia;

      E accogliereste le stagioni del cuore come avete sempre accolto le stagioni che passano sui vostri campi.
      E vegliereste sereni nell’inverno della vostra sofferenza.
      Molte pene le avete scelte voi.

      È la pozione amara con cui il medico in voi cura il vostro io malato.
      Fidatevi del medico e bevete il rimedio tranquilli e in silenzio;
      Perché la sua mano, anche se rude e pesante, è guidata dalla
      mano premurosa dell’Invisibile.
      E la tazza che vi porge, anche se brucia le labbra, è stata modellata con l’argilla che il Vasaio ha bagnato con le Sue lacrime sacre.”

      dal libro “Il Profeta” di Khalil Gibran

  • Barbara

    Quello dei limiti è un argomento affascinante, e controverso. Limiti negoziabili e limiti rigidi, bella definizione. Per anni sono vissuta con la convizione di avere tantissimi limiti rigidi e pochi negoziabili. Ho ribaltato, grazie a molte persone incrociate nel mio cammino, il concetto. Non sto parlando di scrittura, perché sono molto indietro in quel percorso (non ho ancora finito un manoscritto che sia uno, io! ), ma di altri limiti, fisici, professionali, psicologici. I limiti che dipendono dagli altri (come la pubblicazione, che dipende dal mercato editoriale e dai lettori) sono probabilmente quelli più rigidi, perché ci sono inevitabilmente una o più variabili fuori dal nostro controllo. I limiti fisici (e io questi per anni ho combattuto) sono spesso mentali che effettivi. Escludendo patologie serie e conclamate, possiamo spostare quei limiti, non dico che sia semplice, ma è possibile. Se avessi ascoltato i miei limiti di dieci anni fa, non avrei mai usato i pesi da 5 kg e mai e poi mai “buttato via” i soldi per un tapis roulant! Anche stasera ho fatto un esercizio di addominali che dieci anni fa mi sarebbe stato impossibile (ma non ho la tartaruga… quello deve essere un limite mooooolto rigido, un po’ per il mio stomaco sempre affamato, ma di sicuri per alcuni interventi subìti). Conosco persone che, almeno per la parte fisica che sarebbe benissimo in loro potere cambiare, trasformare limiti negoziabili in limiti rigidissimi, e ammantarli di accettazione. “Sono così e basta”, ma non è vero. Cercare di spostare un limite è innanzitutto una fatica mentale, più che fisica. A volte ci vuole un po’ di coraggio, altre qualcuno che creda in te, che sia dalla tua parte. Altre volte tifare per lo spostamento dei limiti altrui ci aiuta a vedere meglio lo spostamento dei limiti nostri.
    Vabbè, è tardi, ma spero che il discorso fili lo stesso…

    • Grazia

      Il tuo discorso fila, eccome. E’ proprio così: quando i limiti non dipendono dagli altri, spesso sono prima di tutto mentali. Siamo almeno in parte creatori della nostra realtà, e se crediamo che qualcosa sia fuori dalle nostre possibilità, quel qualcosa diventa davvero impossibile. Come diceva Henry Ford: “Che tu creda di farcela o di non farcela, avrai comunque ragione.” La mia stima a te, che sei capace di metterti sempre in gioco. Sono sicura che ispiri molte persone (nel numero mi ci metto anch’io).

      • Barbara

        La tua stima è preziosa, perché a me sembra di non ispirare abbastanza, o di ispirare le persone che poi non ne hanno bisogno, mentre altre non riesco proprio a spostarle dal divano. Ma del resto il cambiamento (e spostare i proprio limiti è un gran cambiamento) deve partire da noi stessi. Se una persona non ha volontà di cambiare, non c’è verso.

        • Grazia

          Gli ostacoli al cambiamento sono molto personali, perciò anche la forza per intraprenderlo deve essere personale. Senza esempi esterni, però, a volte non si accende la miccia, salvo sassolini…

  • Marco Lazzara

    La fisica quantistica è stata (umoristicamente) definita come un cieco che in una stanza buia cerca un gatto nero. Che non c’è.
    Il problema che abbiamo noi autori è che stiamo cercando disperatamente quel gatto nero, e continuiamo a cercare finché a un certo punto non si arriva a un ragionevole compromesso, che è poi quel limite di cui parlavi: cosa volevo ottenere col mio scrivere? cosa ho ottenuto? A quel punto è bene ridefinire la propria visione, perché alla fine, obbiettivo raggiunto o meno, l’immportante è essere sereni con se stessi.
    Non importa la meta del viaggio, ciò che importa è il viaggio (non importadove porta lo scrivere, importa lo scrivere, e ciò che si è raccolto lungo il percorso).

    (perdonami i sofismi zen davvero risibili, ma almeno ci provo…)

    • Grazia

      Non si può vivere senza filosofeggiare. Le sfide da affrontare sono tante; cercare di capirci qualcosa è il minimo. Rivedere la propria visione è necessario e difficile. Una volta tratta una conclusione, con tutta la fatica del caso, ci viene spontaneo inserirla tra i nostri punti fermi… che fermi non possono restare, almeno sul piano terreno, sempre che si creda che ne esistano altri. (P.S.: Non riesco più a commentare i blog ospitati su Blogger. Non trovo soluzioni, perciò sono “sparita”.)

  • Marco Lazzara

    Mah, ultimamente ho notato cose “strane” su Blogger, per quanto riguarda i commenti (alcuni finiti in spam di default, per esempio).
    Nel tuo caso una soluzione potrebbe essere commentare da anonimo, firmandoti in calce.

  • cristina

    “Non esiste il fallimento, salvo quando smettiamo di provare,” pare dicesse il rivoluzionario Jean-Paul Marat. Secondo me il fallimento, così come lo intendiamo, non esiste, e temo sia un concetto molto occidentale legato al criterio di performance, numeri e visibilità, nella vita in generale come nell’editoria in particolare. Qualsiasi cosa ti porta un’esperienza, un apprendimento, una possibilità di trasformazione. Se domani passassi a un altro piano di esistenza, mi considererei una privilegiata per aver vissuto una vita ricca e piena. Ce lo insegna anche il giovane del video di Green Renaissance: lui è diventato un leone secondo le sue possibilità. Lo prova la dolcezza delle sue parole, la luce del suo sguardo, impossibile sbagliarsi.
    A proposito, seppi l’etimologia della parola limes quando studiai Storia Romana, era il confine presidiato dalle fortificazioni come per esempio a nord oltre cui erano i popoli germanici. Naturalmente era un confine molto mobile!

    • Grazia

      Fin troppo mobile per i gusti dei Romani, sospetto!
      Performance, numeri, visibilità… certo, ci vengono propinati ogni giorno come obiettivi da raggiungere, ma ho l’impressione che la causa della mia insoddisfazione sia un’altra. Non riuscire a farmi leggere mi lascia l’impressione di non fare la cosa giusta, nel senso “continua a cercare”. Ecco, credo sia così.

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