I personaggi ricorrenti
Nelle mie storie, uno di loro è l’outsider. Nelle tue?
Guardare al passato non è la mia specialità. La mia tendenza naturale va verso il girare pagina e non rivangare quello che è stato, nemmeno nei momenti in cui sarebbe carino e potenzialmente utile. Il passato, in effetti, spesso lo dimentico. Memoria selettiva, che mi fa trattenere soltanto quello che inconsciamente percepisco come importante? Memoria scarsa, senza giustificazioni? Il dubbio resta. Nel frattempo, accetto il fatto che per me, se il passato è… passato, significa che ha già svolto la sua funzione. Se deve avere un posto, è dietro le quinte, non sul palco.
Con il passare del tempo, però, mi viene più spesso la tentazione di tirare le somme della mia vita com’è stata fino a oggi. Diventa anche importante attingere al serbatoio dei momenti belli per non lasciarli scorrere via senza conservarne traccia. Quindi mi impegno ad andare controcorrente: faccio foto, prendo appunti, seleziono e organizzo le tracce del passato più recente, diciamo gli ultimi vent’anni (recente?). Sono bravina a trovare motivi per darmi una pacca d’incoraggiamento sulla spalla.
Forse è inserita in questo nuovo corso di pensiero, oppure collegata alla recente pubblicazione de Il segno della rondine, l’idea di passare in rassegna i miei vecchi scritti, pubblicati e non. Un po’ lo faccio per la curiosità di scoprire che impressione mi fanno adesso, ma anche perché, sotto sotto, forse cerco un appiglio che mi aiuti a ritrovare la voglia di scrivere.
È obbligatorio, come se la scrittura fosse una specie di condanna a vita alla quale è immorale sottrarsi? Ma no, perbacco. Sono convinta che si debba accettare il cambiamento quando si rende opportuno o necessario. Nel mio caso è arrivato un momento in cui mi sono dovuta chiedere: scrivere come sto facendo, mi fa bene o mi fa male? La risposta giusta era la numero due, senza miglioramenti possibili nella situazione. Quindi ho fatto la scelta giusta per il mio equilibrio, e mi sono dedicata al resto che la vita richiede e propone – un sacco di roba, come per tutti. Però ho imparato anche quanto costi abbandonare qualcosa che si ama, e quanto grande sia il vuoto lasciato dalla sua assenza…
Ma torniamo alla rilettura dei miei racconti e romanzi. Spesso l’effetto è di sorpresa: quel racconto dell’orrore l’ho scritto io, sul serio? Sembra incredibile, ma poi mi torna in mente che per anni mi sono divertita a sperimentare, per scoprire quali fossero i miei gusti e limiti. Alcuni dei racconti – una trentina in tutto – sono stati premiati in passato e inseriti in antologie, altri sono liberi da contratti, perciò potrei utilizzarli in qualche modo. Altri concorsi, altre antologie, oppure cassetto forever, è da vedersi.
L’interessante è notare quali elementi, piccoli e grandi, sono cambiati nella mia scrittura e quali, invece, sembrano irrinunciabili. Il punto e virgola, per esempio, così come è passato di moda in generale, è quasi uscito dal mio modo di scrivere, sostituito dal punto e da frasi più brevi, senza una vera scelta da parte mia. L’influenza delle letture, non solo di libri, è forte. Magari nel tempo riuscirò anche a rinunciare al congiuntivo e a trovare normali gli orrori che sento in giro (ne dubito molto).
Resta, mai contrastato, il finale positivo. Le mie storie non possono finire male, o non avrei né voglia né motivo di scriverle. C’è già la vita reale a ricordarci che non tutto va per il verso giusto, o che, se anche va in quella direzione, non sempre ci piacerà. Il finale non può nemmeno essere aperto. Mi sembrerebbe di non avere terminato il lavoro, una scorrettezza nei confronti del lettore, che dovrebbe scegliere su quale esito puntare.
La vera sorpresa è stata notare certi miei personaggi ricorrenti, in particolare vecchi e bambini. Come protagonisti, comprimari o comparse, spuntano qua e là e fanno sentire il loro peso, con un’insistenza che mi spinge a domandarmi: perché sono così importanti per me?
Bambini e vecchi
Nella vita reale e conscia, non ho mai manifestato particolare interesse né per gli uni, né per gli altri.
Nel caso dei bambini il mio distacco nasce dall’estraneità. Figlia unica in una famiglia in cui non c’era nessuno della mia età, inserita nella scuola solo in prima elementare, da piccola ho sempre guardato gli altri bambini con stupore e diffidenza. Erano maneschi, insensibili verso gli animali e verso le persone più timide, come me… altro che angioletti innocenti! I miei amici di quel periodo sono stati i libri. Poi è arrivata l’adolescenza a farmi uscire dal guscio, ma non ho mai iniziato a guardare ai bambini con simpatia, unica eccezione mio figlio.
Anche i vecchi – li definisco così, perché parlo di persone che vanno ben oltre l’anzianità – sono rimasti per me un mondo poco conosciuto. In famiglia non ci sono state figure di nonni carismatici, né rapporti stretti con persone di quell’età, per motivi che non sto a spiegare. Nella realtà, queste persone puntano il dito sul percorso che aspetta ognuno di noi, se abbiamo la fortuna di invecchiare. Che accada bene o male, non è un viaggio che esprima allegria. Immagino sia per questo che tutti amano circondarsi di giovani, anche quando i giovani in questione tendono a guardare come alieni gli over-40 (anche gli over-30, se ricordo bene la mia adolescenza).
Doppia sorpresa carpiata, quindi, nel trovare nei miei scritti una valorizzazione delle persone anziane e dei bambini! Forse i cliché hanno la meglio, alla fine, oppure qualcosa dentro di me riconosce un valore dove coscientemente non lo vedo. Sta di fatto che la presenza di vecchi e bambini è costante, e strettamente legata al loro “essere fuori”.
Outsider per età e per scelta
I bambini non sono ancora stati modificati dalle convenzioni e dalla cultura in cui cresceranno. Se non innocenti, sono “puliti” perché insensibili ai filtri e alle pastoie che gli adulti applicano alla realtà, perciò capaci di cogliere la verità più profonda. Hanno una visione semplice e chiara del mondo che li circonda, anche se non lo comprendono a fondo nei suoi meccanismi. In loro scorre una vena di istinto animale non ancora domato.
Capita che i bambini svolgano nelle mie storie il ruolo di angeli: compaiono, si esprimono e svaniscono, senza che sappiamo niente di loro. Altre volte invece li troviamo in situazioni difficili, che affrontano con un buon grado di saggezza istintiva, diventando fonte di ispirazione per gli adulti incapaci di mettere fuori la testa dalla realtà cui sono abituati per dare una svolta alla loro vita.
I vecchi sono outsider per età, ma anche per scelta. Il tempo che passa ha prodotto in loro una quieta ribellione alle convenzioni e alle pressioni esterne. “Chissenefrega”, sembrano dire – una formula magica molto efficace. L’avvicinarsi della fine del percorso rende necessario scegliere bene come impiegare il tempo e di cosa preoccuparsi. Quali che siano state le loro esperienze passate, ne hanno tratto conclusioni profonde e personali, che li hanno dotati di un plus di consapevolezza rispetto al mondo che li circonda. Spesso questo li porta a cercare (guarda caso!) l’isolamento e il contatto con la natura.
Non sempre se la passano bene. Spesso non vengono apprezzati o sono scherniti dalle persone più inquadrate, ma capita anche che proprio queste si ricredano nel corso della storia. Se non succede, non è un problema. Questi vecchi si sanno reggere da soli, almeno fino a quando l’età o la malattia, e alla fine la morte, non presentano loro il conto. Sono la dimostrazione che vivere fuori dagli schemi proposti-imposti dalla società è possibile, anche se c’è sempre un prezzo da pagare.
Portatori di saggezza
I miei outsider sono personaggi salvifici, esempi a cui guardo in cerca di ispirazione. Guai se non esistessero anche nella vita reale! Nessuno di loro tiene per sé ciò che ha capito. Tutti lo mettono a disposizione degli altri, quando le circostanze lo rendono possibile. C’è chi non raccoglierà il loro messaggio, ma qualcuno lo farà, e forse la sua vita verrà cambiata dall’incontro.
Il catalizzatore di cambiamento
C’è una persona precisa che da sempre ringrazio per avere dato un tocco di consapevolezza alla mia vita di outsider. Qualcuno tra voi avrà forse già letto di lei sul blog, una mia compagna – poi amica – alle scuole medie che si comportava in modo… molto personale, diciamo. Durante le lezioni gironzolava spesso per l’aula, chinandosi verso un compagno o l’altro per bisbigliargli qualcosa. Nelle ore di educazione artistica capitava che andasse a sedersi sulle ginocchia dell’insegnante con la massima naturalezza, oppure punteggiava le lezioni di italiano di strilli – “che carino!” era la formula classica – per segnalare alla prof che qualcosa le era piaciuto.
Ho sentito mormorare “pazza furiosa”, per caso? Be’, nel caso lo capisco. Messi per iscritto, certi comportamenti suonano davvero strani. Ma vi assicuro che Elena – questo il suo nome – era una persona deliziosa, ben disposta verso tutti, di intelligenza vivace. Era anche molto popolare, sia tra gli studenti che tra gli insegnanti, sebbene qualcuno, un po’ più rigido degli altri, rimanesse preso in contropiede e arricciasse il naso davanti alle sue performances.
Senza tanti discorsi di filosofia, l’esempio di Elena fu efficacissimo: si può rimanere fedeli a se stessi e coltivare le proprie differenze senza per questo essere matti o brutte persone. Da outsider, si può anche essere catalizzatori di cambiamento che svelano verità nascoste e spingono le persone del loro mondo a diventare migliori versioni di sé.
Negli outsider… ci sono io
Mentre penso e ripenso a questi personaggi, mi rendo conto che mi identifico in loro. Mi capita spesso di sentirmi fuori dal coro – a chi non succede? Non sempre è un “fuori” che nobilita. A volte mi lascia come un’aliena sul pianeta Terra, senza radici e senza nuove scoperte da incamerare. Però i miei outsider mi dicono che è possibile restare fuori dal coro senza perdere il contatto con l’umanità, senza diventare soli e indifferenti.
Ma poi – mi domando – chi sono questi bambini e questi vecchi presenti nelle mie storie? Sono realistici? Ho detto “guai se non esistessero anche nella vita reale!”, ma… ne conosco davvero di tipi umani così, come li descrivo? Nessuno, nemmeno vagamente. Di cosa sto parlando, allora?
Ho premesso che queste età umane mi sono rimaste pressoché estranee, per quanto possa sembrare strano. Allora il mio parlarne così spesso nelle storie, forse, ha uno scopo diverso da quello che avevo ipotizzato all’inizio: non fare risaltare le loro doti più o meno nascoste, ma reinventarli, e attribuire loro caratteristiche che sento necessarie quanto carenti nel mondo che mi circonda – caratteristiche sovrumane, tipiche degli esseri umani illuminati, se non di entità vicine al divino.
Che ipotesi affascinante. Forse tutti i personaggi delle nostre storie svolgono una funzione precisa, che a volte riconosciamo, altre volte intuiamo appena. Detta così non sembra neanche una grandiosa scoperta, ma per me, in questo momento, lo è. Quanto alla mia parentela di outsider con il mondo divino, non andrei oltre…
Trovate anche voi personaggi ricorrenti nelle vostre storie? Capite da dove vengono e che ruolo svolgono per voi?

Nata a Bologna nel 1963, vive ai piedi delle montagne friulane. Scrive storie di persone comuni, spesso alle prese con ciò che nella vita resta irrisolto o lascia un segno. Nel tempo libero ama camminare. Ha pubblicato Il segno della rondine, La strada che non scegli, Cercando Goran, Veronica c’è, Tutti gli amori imperfetti, La pace di Jacum e il manuale di scrittura creativa Nel cuore della storia.
Dalle esitazioni a... IL SEGNO DELLA RONDINE
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9 commenti
Elena
Sono Elena, ma non la Elena di cui parli, anche se un guizzo di follia non mi è mai dispiaciuto. Nelle mie storie pubblicate, solo due, i bambini appaiono nella seconda e hanno un ruolo importantissimo. Sono loro che traduono i comportamenti degli adulti e che li costringono a crescere. Ho molta fiducia come avrai capito nei piccoli, anche se, molto più di te, dato che non ho figli, mi manca la familiarità del quotidiano con loro. Mi ha colpito la quantità di storie che conservi nel cassetto. Io non ne ho. Di tutte quelle che ho creato ne ho fatto qualcosa. Le altre si perdano, com’è giusto che sia.
Nell’ultimo mio post parlo della teoria del pesce rosso di Ted Lasso. Vale anche per le cose antiche che in fondo non ci appartengono più. Bisogna dimenticarle
Grazia Gironella
In realtà ho scritto tante storie, ma non così tante sono rimaste nel cassetto. Ora parlavo di cassetto perché sto rivalutando se mi piacerebbe partecipare a qualche concorso con i racconti, ma non sono certa che lo farò. Però quando le cose passate non ci appartengono più, riporle dietro le quinte è la scelta migliore, più ancora che dimenticarle, secondo me. Il dimenticare sano è un processo naturale; non c’è nemmeno bisogno di deciderlo, accade e basta, altrimenti sarebbe rimozione. Nelle mie storie mi riconosco a volte più, a volte meno, ma per fortuna non ho mai provato un senso di totale estraneità nel rileggerle, al massimo un “oh no, questo proprio non voglio farlo circolare!”, più divertito che altro. Se poi questo rileggere mi porterà o meno a tornare a scrivere, non ne ho idea, ma la seconda possibilità non mi spaventa più.
Daniele Imperi
Non ho mai pensato ai personaggi ricorrenti nelle mie storie. Quello che chiami outsider c’è, in alcune sicuramente e anche nel mio romanzo storico. Un vecchio saggio c’è, anzi, per me in alcuni generi letterari e in alcune storie non può mancare. I bambini, invece, appena accennati, anche se sono stati protagonisti di due miei racconti dell’orrore.
Grazia Gironella
Forse l’outsider è importante come punto di vista alternativo rispetto a quello degli altri personaggi. Chissà.
Salvatore
Hai messo un sacco di argomenti in questo post, non proverò quindi a dare una risposta a tutto altrimenti finisco per scriverne un altro nella forma di commento: e ho davvero troppe cosa da fare per potermelo permettere.
Capisco la tentazione di dire basta, l’avevi già preannunciato in qualche modo. Ma anch’io ho detto basta tante e tante volte, eppure eccomi ancora qua. Quindi…
I bambini che scrutavi con diffidenza da piccola sono gli adulti di oggi: facciamoci due domande…
Infine, il vero argomento del post: i personaggi ricorrenti. Non scendo nei dettagli, ma credo che se in un romanzo ho inserito un personaggio è perché in qualche modo quel personaggio me lo sono portato dentro per tanto tempo. Quindi, in linea di massima concordo con il tono dell’articolo. Meno con la tua decisione di smettere. Ma ti attendo al varco! 😉🫶
Grazia Gironella
Non ho capito bene: dici che forse io adulta, adesso, guardo con la stessa diffidenza gli altri adulti, senza capirli? Può essere, anche se non mi sembra, ma vai a sapere… e forse non intendevi questo. Quanto a parlare del dramma smettere-o-non-smettere-di-scrivere, è un tormentone che mi fa ridere ogni volta che rileggo gli ultimi articoli: dico sempre le stesse cose. Per il resto rido poco. Vedremo.
Salvatore Anfuso
No no, intendevo in senso letterale quando dici: “Erano maneschi, insensibili verso gli animali e verso le persone più timide”. Il problema non eri tu, ovviamente, erano loro. E così come erano da piccoli, sono rimasti una volta cresciuti. E li vediamo in giro, per le strade, continuare a fare i bulli, comportarsi da prepotenti, egoisti, edonisti ed egocentrici. E soprattutto analfabeti: se gli suggerisci di leggere un libro ti guardano come se gli avessi proposto di – perdona l’immagine – assaggiare dello sterco. Se il mondo sta andando a scatavascio un motivo c’è, e il motivo sono le persone che lo abitano. 🫶
Giulia Mancini
È capitato anche a me di rileggere i miei romanzi e di avere quasi l’impressione che fossero stati scritti da un’altra persona. Mi spiego meglio: rileggendoli, mi sorprendo ancora oggi di aver scritto così tanto e, soprattutto, di averlo fatto per così tanto tempo. Quanto ai personaggi ricorrenti, posso dire che nei miei romanzi tornano spesso figure dotate di un forte senso etico, animate dal desiderio di perseguire la giustizia tra gli uomini, pur trovandosi a fare i conti con l’amara realtà.
Forse è anche per questo che ho scritto una serie di romanzi gialli, attraverso i quali ho potuto esplorare e raccontare diverse tipologie di crimini, più o meno efferati, e le molteplici sfaccettature della natura umana.
Grazia Gironella
Non avevo mai considerato i gialli da questo punto di vista, ma è vero, ti danno la possibilità di indagare l’animo umano nei suoi aspetti più estremi. Quanto all’impressione che i romanzi di qualche tempo fa siano sembrino scritti da un’altra persona… be’, per me lo considero vero. Io sono un’altra persona.