Blogging,  Vita da scrittori (e non)

Da dove nasce l’esigenza di scrivere?

Vi racconto ciò che ho scoperto

Perché scrivere? Una domanda troppo delicata per il post di oggi, mi dico mentre apprezzo una minipausa di silenzio tra gli smartellamenti e i trapanamenti dei ragazzi che mi stanno montando il condizionatore. Se dirò qualcosa di strano, sappiate che è colpa dei decibel fuori controllo!

Inverto l’ordine degli argomenti proposto nel titolo, e parto da me.

Cosa c’è di tanto interessante nella mia persona di cui parlare?

Forse molto, e forse niente. Ho letto una volta che ognuno è l’eroe della propria storia, e sono certamente d’accordo. Questo però non ha come ovvia conseguenza che il mio viaggio personale sia motivo di interesse per gli altri. Ma può un blog esistere senza che il blogger metta in comune con i lettori qualcosa di profondamente suo? Non credo. E la mia “piccola” scoperta di questi giorni è molto profonda e molto personale: da dove nasce, per me, l’esigenza di scrivere.

Ne ho già parlato cento volte, lo so. Però aspettate: questa volta l’ho scoperto!

biblioteca con vetrate sul bosco
Che ambiente fantastico per leggere e sognare!

Ad aiutarmi è stata la lettura di Writing Spirit, di Lynn V. Andrews. (Non la pianto mai di leggere libri sulla scrittura? No, mai.)

Della Andrews non vi fornisco alcun link, non per reticenza ma perché mi troverei fortemente in imbarazzo nella scelta tra i siti che parlano di lei come una donna sciamano di grande spiritualità e quelli che la definiscono una bugiarda approfittatrice degli animi bisognosi di guida. Nel mio caso parto dal presupposto che ciò che è valido resti tale da chiunque provenga, perciò la seconda possibilità non mi turba più di tanto.

A un certo punto del libro, la Andrews suggerisce al lettore due domande, secondo lei fondamentali:

“Da quale parte del mio corpo proviene ciò che scrivo?”
“Cos’è a rendermi lo scrivere necessario?”

Del fatto che scrivere per me sia una necessità e non solo un passatempo, alla faccia delle mie pretese razionali, ho già parlato in un post recente. Sul resto ho dovuto riflettere un po’.

La prima domanda suscitava in me una risposta univoca, anche se priva di logica apparente: la mia scrittura viene dalla gola. Ma sul perché mi fosse necessario scrivere mi si proponeva la solita, vecchia risposta-tormentone, ribadita sempre e dovunque: scrivo per comunicare. Capirai che sorpresa, che illuminazione…

Poi una lucina si è accesa, ed eccolo lì, il nesso con la mia vita, pulito e nitido come non lo avevo mai visto.

La mia è stata un’infanzia da figlia unica piuttosto solitariamolto solitaria, in effetti, almeno fino all’adolescenza, quando ormoni e circostanze hanno congiurato per far fiorire qualcosa di me e metterlo in contatto con il mondo esterno. Fino a quel momento ho trascorso il tempo a leggere, leggere e ancora leggere, spesso fino a quando la vista cedeva al buio – perché naturalmente non potevo interrompere la lettura per accendere la luce! Di fatto, pur conducendo una vita all’apparenza normale (scuola, ginnastica, corso di inglese) vivevo rintanata nel mio guscio.

Anche all’interno della famiglia la comunicazione non era delle migliori, per motivi del tutto indipendenti dall’affetto, che non mi è mai mancato. Mio padre infatti era di carattere piuttosto introverso, oltre che assente molte ore per lavoro, e mia madre… cosa usava come punizione quando si arrabbiava con me (e succedeva spesso)?

Il silenzio.

Che strana sensazione. Nel tentativo di collegare la scrittura con la mia vita i ricordi mi hanno letteralmente assalita.

La mancanza di dialogo è una punizione meno cruenta di altre, se vogliamo; ma per me era terribile sapere che ogni collera portava con sé giorni e giorni in cui mia madre non mi rispondeva, non mi sorrideva, nemmeno mi guardava. Mi nutriva e provvedeva alle mie necessità materiali, ma per il resto non esistevo. Ero perfettamente sola, o almeno così mi sentivo.

Non restavo inattiva in quel deserto. Trascorrevo tutto il mio tempo a escogitare il modo per indurre mia madre a parlarmi. Dovevo fare qualcosa per sottrarmi all’angoscia; perché certo, a parlarne ora non sembra così terribile, ma allora era angoscia vera… o sembra terribile anche adesso? Non so. Ma ero piccola, e lo strumento che conoscevo meglio – da brava lettrice compulsiva – erano le parole, perciò era con le parole che cercavo di aprire una breccia nel muro che lei aveva eretto.

La strofa di una canzone. Uno scherzo.
Un commento che fingeva di essere casuale.
Le scuse e le suppliche no, quelle non facevano effetto.
Una domanda! La domanda doveva funzionare per forza… alle domande si risponde, no?

Non sempre.

La cosa buffa è che una semplice frase scritta su un libro abbia messo in luce con tanta potenza la genesi del mio bisogno di comunicare e il suo nesso con l’atto di scrivere. Ecco la gola, ecco la parola. Per questo ho pensato di condividere questa piccola scoperta con voi. Non senza remore, veramente. Non intendo farmi compatire – ci sono bambini che soffrono esperienze molto più drammatiche – né vorrei uscire troppo clamorosamente dall’argomento del blog.

“Di questo ai lettori non importa”, mi dico ogni volta che qualche fatto personale tenta di infiltrarsi nei miei post. “Chi mi legge lo fa perché si interessa alla scrittura, non alla mia persona.” Eppure… dietro questo blog ci sono io, non soltanto un generico qualcuno che parla di scrittura, e io sono anche quella bambina che inventava frasi per spezzare il silenzio.

In fondo non è proprio questo a farmi apprezzare certi blog più di altri: la sensazione di poter entrare in contatto con l’umanità della persona che scrive? L’originalità della voce, l’argomento o la competenza nel trattarlo, che pure sono caratteristiche importanti, non hanno lo stesso valore per me.

Prendete Maria Teresa: la sua precisione nel trattare gli argomenti e il garbo con cui li propone mostrano il suo rispetto nei confronti dei lettori e anche il suo carattere poco amante dei riflettori.

Antonella: non dà toni trionfalistici ai suoi post, ma ci mette la sua esperienza vissuta, e non solo di scrittrice. Non per niente nel blog c’è anche la sezione “Io e il mio ombelico”, con fiori, gatti, caprette e marito.

Cristina: Scrive e parla di scrittura, ma anche di poesia e di letture con passione e profondità, perché sono argomenti che ama, al di là della loro popolarità.

Monia: Lady Metafora ha un modo di trattare gli argomenti estroso e talvolta difficile da seguire per la mia mente razionale, ma il suo entusiasmo e il suo modo di trovare il meglio in ognuno e di trarre lezioni da ogni cosa mi conquista.

Chiara: Ha il piglio deciso di chi vive le cose con intensità e senza troppi compromessi, moderato dalle esperienze spirituali di cui parla senza imbarazzo.

Un bel post piagnucoloso con sviolinata finale alle colleghe blogger?

Questo sembra, in effetti. Ma che ci posso fare? I blog che preferisco al momento sono questi, restando in argomento scrittura, e mi fa piacere dirvi perché. Forse in futuro vi racconterò di altri blog che seguo, di cucina e di viaggi… chissà. Per ora gli operai hanno smesso di smartellare e il condizionatore è installato, perciò è dalla nuova calma di casa che vi giro le domande di Lynn V. Andrews:

Da dove viene il vostro scrivere?
Cosa ve lo rende necessario?

LO HA DETTO… STEPHEN SONDHEIM

L’arte narrativa deve essere chiara, ma anche misteriosa. Qualcosa dovrebbe restare non detto, qualcosa appena al di fuori della nostra consapevolezza, un segreto. Se è tutto chiaro, è kitsch; se è tutto misterioso (cosa molto più semplice), è condiscendente e pretenzioso, e viene a noia presto.

55 commenti

  • Cristina M. Cavaliere

    Carissima!! Prima di tutto adoro la tua sviolinata, e sono fiera di essere stata inserita tra i tuoi blogger preferiti.

    Leggendo il tuo post, mi sono rispecchiata nelle tue esperienze infantili molto simili alle tue: figlia unica anch'io, e viziatissima. Padre estroverso MA assente per lavoro, madre introversa anche se affettuosa. Bambina timida e poco comunicativa, mi rifugiavo nei libri.

    Qual è la parte del corpo con cui scrivo? Credo proprio che siano "gli occhi". Cioè immaginare un mondo che sorge al mio sguardo, nel minimo dettaglio, e popolato di mille cose. Non penso sia un caso che io ami così l'arte, che è un altro argomento prevalente del blog. Un tempo, scrivevo per evadere, oggi non so… forse è ancora così.

    • Grazia Gironella

      La tua risposta mi ricorda che c'è sicuramente anche una propensione individuale verso certe situazioni, e non solo l'esito di fattori esterni. Se così non fosse, dovremmo vedere fratelli sempre simili, cosa molto lontana dal vero. Probabilmente io ero già di mio una bambina solitaria e riflessiva, e l'ambiente ha fatto il resto.
      Gli occhi… ecco, vedi, per cercare una controprova, io non potrei dire di scrivere con gli occhi, perché ho sempre la sensazione che la mia attenzione sia rivolta a qualcosa di interno, a me o agli altri. Se colgo qualche dettaglio nella realtà è solo grazie alla scrittura, perché altrimenti non noto assolutamente nulla, anzi, tendo a non vedere nemmeno ciò che cerco. Gli episodi in cui dico di non trovare qualcosa pur avendolo già sotto gli occhi (o sugli occhi, nel caso degli occhiali) sono ridicoli e frequentissimi. Chissà che effetto fa, vedere come vedi tu.

    • Cristina M. Cavaliere

      A dirti la verità io ho fortissimi problemi di vista, sono un'ex-grande miope! Ora mi si sta ancora abbassando la vista per il lavoro che faccio.

      La scelta degli "occhi" come organi privilegiati è sempre collegata anche ad uno sguardo interiore, altrimenti sarebbe pura superficie, e non andrebbe bene. Non so come spiegare, ma è come se vi fossero delle rispondenze tra l'esterno e l'interno.

    • Grazia Gironella

      Anche così sono sicura che sai vedere meglio di me… comunque scrivere al PC non aiuta certo la vista; io quando scrivo molto uso gli occhiali per leggere, quando scrivo poco no.

    • Cristina M. Cavaliere

      Ad ogni modo credo che la vista sia un senso altamente illusorio. Per questo ho fatto mio il motto "Niente è come appare"!

  • Enzo Pallotta

    Sì, anch'io credo fermamente e fortemente ci sia un nesso tra l'introspezione interiore e l'arte dello scrivere (poi c'è a chi riesce bene, come te. Ma questo è un altro discorso).
    Poi ci sono, all'improvviso (a noi paiono tali; in realtà, disegni superiori hanno già predisposto ogni cosa),
    episodi [b]seri[/b] che ci fanno sentire (I feel, adoro 'sto verbo) di trasmettere tutto.

  • Enzo Pallotta

    "Sì, anch'io credo fermamente e fortemente…".
    Sì, la so la storia sugli avverbi e la scrittura: ma quanno ce vo', ce vo'!!!

    • Grazia Gironella

      Beh, ci mancherebbe che dovessimo silurare tutti gli avverbi! E poi due avverbi di seguito, usati così, hanno evidenteMENTE uno scopo stilistico.
      Credo anch'io nelle casualità poco casuali, Enzo. Magari non le vedo come qualcosa di già deciso altrove, ma come occasioni di crescita che ci vengono offerte. In questi casi si spera di riconoscerle… e si dice "grazie"!

  • Chiara Solerio

    Grazia, questo post è veramente bellissimo, ti ringrazio per averlo scritto. Mi piacerebbe trasformarlo in un meme e provare a scriverne anche io uno simile, se non ti spiace…

    Venendo alla domanda che poni, credo che abbiamo una storia piuttosto simile e al contempo diversa. I miei genitori hanno sempre lavorato entrambi. Io sono la maggiore di due sorelle e, quando dopo la separazione mia madre ha conosciuto il mio patrigno, vedovo con due figli maschi, lo sono diventata di quattro… Ho sempre avuto un'indole un po' solitaria. Non mi è mai piaciuto il caos. Tendevo quindi a rinchiudermi nel mio mondo personale, fatto di amici di penna e libri. Nell'adolescenza riempivo la "Smemo" come tutte le ragazzine, di frasi, pensieri, aforismi. Poi sono passata alle poesie e poi alla bozza di un romanzo mai concluso, che mi ha schiavizzata per anni e a cui ho dedicato attenzioni alterne. Era un'idea troppo autobiografica, dalla quale ho sentito la necessità di staccarmi per un po'…

    Ora, che sono tornata, se mi chiedi qual è la parte del mio corpo che scrive mi viene da dire il cuore. Certo, la gola ha la sua importanza. Nei giorni in cui ho tante idee e poco tempo mi si blocca sempre e devo farmi l'autotrattamento per riequilibrare il chakra… però senza amore le mie parole risulterebbero solo inutili simboli spaccicati a caso sulla carta. Amo i miei personaggi, amo la mia storia, amo la sensazione che la scrittura mi da e, quando scrivo, riesco ad amare anche me stessa. è questa la cosa più bella, dal momento che ho sempre avuto un problema di autostima. Scrivere è l'unica attività che mi consente di esprimere me stessa così come sono, e di farlo al 100%. è significativo che tu abbia parlato di "piglio deciso": nella scrittura sono un treno, nella vita un agnellino. E se è vero che la vita insegna a scrivere, spero che prima o poi anche scrivere possa insegnarmi a vivere un po' meglio

    grazie per la citazione: ti abbraccio forte.

    • Chiara Solerio

      P.S. Nella vita ho sempre scritto anche racconti, però è una forma letteraria che mi stimola solo in parte, perché mi da l'impressione di reprimere qualcosa. Il romanzo, invece, è per me espansione. Mi offre maggior appagamento. Non ho mai capito perché

  • Chiara Solerio

    P.S. 2 mi sono permessa di copiare il tuo disclaimer, in quanto proprio ieri parlavo della necessità di tutelare il mio neonato blog. Spero che questo non ti dia fastidio.

    • Grazia Gironella

      Nessun problema, né per il disclaimer (che io stessa ho copiato non so più da chi… senza chiederlo, ehm…), né per l'eventuale meme.
      Però, che bello sentire tutte queste impressioni diverse. Scrivere per essere se stessi. Stupendo, e io non ci avevo mai pensato. Invece vedi come è comune questa indole tranquilla, che sente il bisogno di rifugiarsi tra i libri… mi sa che, come spesso succede, nei cliché sullo scrittore c'è del vero.

    • Chiara Solerio

      Eppure se ci pensi la scrittura è un'attività che richiede enorme apertura agli altri. Forse cerchiamo inconsciamente di compensare il senso di solitudine provata da bambini…

  • Tenar

    Ti ringrazio molto per la citazione. Non è solo per quello che ho apprezzato il post. Mi riconosco molto in questo tuo desiderio di comunicazione. Anche per me il desiderio di essere ascoltata nasce dal profondo. Con mio padre ci sono sempre difficoltà di comprensione, l'affetto non è mai in discussione, ma interessi e abitudini sono tanto diversi che davvero a volte sembra di parlare due lingue diverse, mentre mia madre da una quindicina d'anni lotta con un problema neurologico che la limita molto. Inoltre in alcune fasi della mia vita ho faticato a stringere vere amicizie con i miei coetanei, tanto da farmi l'idea di essere troppo noiosa perché qualcuno potesse fermarsi ad ascoltarmi. Quindi la narrazione è anche una pura esigenza comunicativa, un gettare un ponte. Per me lo è sempre stato. La solitudine e la timidezza, ad esempio, l'ho superata grazie ai giochi di ruolo, proprio mettendo in campo la mia voglia di narrare e di dare vita a dei personaggi.
    Poi, ovviamente c'è anche altro. Scrivere è anche un modo per andare a scavare dentro di sé, inoltrarsi magari nei meandri oscuri della propria mente, con la rete di salvataggio di parlare di un personaggio "altro".
    Infine, c'è la gioia pura del viaggio in un altrove non raggiungibile nella realtà tangibile.

    PS: eh, sì, non posso evitare di parlare di ciò che amo, compresi fiori, gatti, conigli e caprette. E gli asinelli vi sono stati risparmiati solo perché non mi escono mai delle foto decenti…

    • Grazia Gironella

      L'esperienza di scrivere in effetti ha molti risvolti, tutti importanti. Quello di vivere eventi tramite i personaggi, quindi con la rete di salvataggio, lo sento molto.
      Giochi di ruolo? In che forma hai giocato/giochi?
      P.S.: A me gli animali piacciono tutti, inclusi quelli che di solito le persone considerano solo con la suola della scarpa. Conoscerei volentieri i tuoi asinelli!

    • Tenar

      Gioco tutt'ora, un ottimo modo per tenere vive le amicizie. Usiamo sistemi classici, in questo momento D&D3.5 e Star Wars, ma ovviamente il gioco si è modificato col tempo e ora siamo molto più attenti a trama e interpretazioni (anche se massacrare gli orchi ogni tanto serve a scaricare i nervi, non a caso siamo quasi tutti prof, mi sa che gli orchi ce li immaginiamo con le facce di certi alunni…)

    • Grazia Gironella

      Sono GdR da tavolo, giusto? Pensavo giocassi su PC o consolle. Deve essere davvero un bel modo per godersi la compagnia.

  • animadicarta

    Wow che bello che ti sei aperta con tutti noi e hai scavato così a fondo! Ti ringrazio per questa condivisione e per la citazione tra i tuoi preferiti
    Carina anche l'analisi del nostro bloggare!
    Credo che anche per me l'origine dell'amore per la scrittura sia nell'infanzia, sicuramente ho sempre avuto grande fantasia e tendenza a vivere un po' "sopra le nuvole", e da questo poi è nato anche il bisogno di mettere su carta le storie che immaginavo. L'evasione è stato sicuramente un punto di partenza e forse è tutt'oggi così. Scrivere è appagante soprattutto perché rappresenta un modo per vivere una vita parallela senza muovermi da casa, visto che sono anche tanto pigra!!
    La parte con cui scrivo? La tua domanda mi coglie impreparata, non ci ho mai pensato…

    • Grazia Gironella

      Grazie a tutte voi, che oltre all'ascolto mi offrite la possibilità di conoscervi meglio.
      Mi domando quanti bambini siano come siamo state noi e non trovino uno sbocco creativo. In fondo scrivere è un bel privilegio. Ma ci sono altri modi; l'importante è trovarne uno.

  • Laura Tentolini

    Ciao,
    ecco perché sei una comunicatrice compulsiva!
    Però prevale la voglia di dire, non di ascoltare, altrimenti la tua scrittura verrebbe dalle orecchie, giusto?

    • Grazia Gironella

      Scrivo per raccontare, sì; anche se c'è una dose di ascolto: ascolto la storia che mi parla, visto che non è del tutto sotto il mio controllo. Però non l'avevo mai pensata come possibilità: scrivere per ascoltare. E' così per te?

  • Laura Tentolini

    Per me è ancora tutto molto variegato, mi lascio trascinare facilmente da un nuovo progetto di scrittura ma poi passo subito ad altro.
    Sono ancora nella fase del bambino che sperimenta!

    • Grazia Gironella

      Bello! La nostra fetta di bambino che sperimenta va protetta come una specie in via di estinzione. Io mi sento così quando mi interesso a qualcosa di nuovo, cosa che succede spesso, per fortuna.

  • Lisa Agosti

    Che bel post! Grazie! La mia prima reazione è stata di pensare "non ho idea da dove venga la mia scrittura" e invece già sapevo che viene dalle dita. E mentre pensavo "vabbè però non ho idea del perché" mi sono rivista bambina seduta al pianoforte impettita che tentavo di compiacere mio padre realizzando il suo sogno anziché il mio. Anch'io ero figlia unica e solitaria, e il mio passatempo preferito era scrivere le didascalie sotto le figurine degli album Panini.

    • Grazia Gironella

      Stupenda questa tua immagine al piano! La scrittura nelle dita… cerco di immaginarla. Ma cosa ci scrivevi sotto le figurine Panini? E poi, che figurine erano?

    • Lisa Agosti

      Quando avevo quattro anni, mia cugina Simona ne aveva dieci. Lei faceva i compiti e io imparavo l'alfabeto. Indovina un po'? Lei fa la maestra e io scrivo! Le mie figurine preferite erano quelle di Holly Dolly, almeno mi sembra si chiamasse così ma in realtà non riesco a trovarla su Google e adesso mi ossessionerò tutto il giorno a pensarci!!

    • Grazia Gironella

      Deve essere lei. Era un sacco di moda quando io ero ragazzina… mi meraviglio che sia durata fino a quando eri piccola tu!

    • Lisa Agosti

      Brave! Era proprio Holly hobbie! Che tuffo nel passato!
      ps: ehm, io sono del 78, devo cambiare la foto del profilo perché mi fa sembrare troppo giovane!

  • Francesca

    Ciao Grazia! Un bel post, certo, ma soprattutto un post che non mi sarei mai aspettata da te: ti credevo una scrittrice che rifuggisse da qualsiasi cenno autobiografico, sono piacevolmente sorpresa.
    Da dove viene la scrittura? Non so, non può venire da tutto il corpo? Secondo me dipende dai momenti. Di solito dal petto.
    Effettivamente scrivo quando mi rode qualcosa che nessuno sembra capire se lo esprimo in forma di comunicazione quotidiana. A quel punto capisco che è arrivato il momento di passare a un livello di comunicazione diverso e scrivo.

    • Grazia Gironella

      Scrivere per far capire quello che non si riesce a far capire altrimenti. Anche questo è interessante. Posso chiederti cosa scrivi?
      P.S.: Che bella cosa scoprire di poter essere più personali sul blog senza annoiare! In realtà non ho mai deciso consapevolmente di essere impersonale. All'inizio parlavo di scrittura su una pagina di Facebook, e l'idea era "se vi può essere utile qualcosa che io so, eccolo qui", e anche "se volete comprare il mio manuale sono contenta". Non pensavo ci fosse altro da mettere in comune con persone che di fatto non conoscevo. Poi la pagina si è trasformata nel blog, e per qualche tempo ho lasciato che mi ronzasse intorno un pensiero insistente: ma non c'è troppa "maestrina" qui, e troppo poco "me"? Perché parlare di scrittura è interessante, ma se non c'è differenza tra leggere un libro e venire sul mio blog, che gusto c'è? Quindi, felice che mi abbiate dato una dritta!

    • Francesca

      Scrivo narrativa, semplicemente…non mi sono ancora bene inquadrata in un genere, forse perché per anni ho scritto solo poesie e da poco ho intrapreso l'avventura di scrivere in prosa.

  • jamila

    Pensavo che lo scrivere venisse "dalla testa", è la prima cosa che ho pensato quando ho letto la domanda del post.
    E invece nessuna di voi lo ha detto.
    Non so perché questa cosa mi sorprenda…
    Si vede che le scrittrici hanno una forma mentis fuori dal comune

    • Grazia Gironella

      Benvenuta! Uno scrittore cerebrale può esserci, perché no? Però per il momento la testa non è stata nominata (e anche i piedi, e tante altre improbabili parti del corpo). Sarebbe interesante ampliare la base del sondaggio. Tu scrivi?

    • Grazia Gironella

      Mi piace questo "intrufolamento"! Questo non è un circolo chiuso, perciò sei la benvenuta. C'è del vero in quello che dici: il sentire è di tutti, l'esprimerlo è di chi ci prova e magari ci riesce almeno un po'; e il lavoro razionale di cui parli c'è, per plasmare il materiale che la sensibilità ha prodotto fino a fargli raggiungere la sua forma migliore. Chissà, forse quel "dalla testa" ha davvero un significato da scoprire.

    • Anonimo

      Grazie. (Scusa, in effetti mi sono intrufolata qui "clandestinamente" dal blog di Tenar). Non sono una scrittrice, per cui il mio è un punto di vista da non addetto ai lavori, però credo di sapere perché mi sia subito balenata quell'idea. Si dice che perché un'opera funzioni deve essere in grado di coinvolgere il lettore, facendo leva sulle sue emozioni e i suoi sentimenti, permettendogli di immedesimarsi o di "empatizzare" con ciò che legge. Premesso che senza un'anima la storia non si regge, mi viene però da notare che in realtà molte persone provano quei determinati sentimenti, emozioni ecc, quindi non è tanto "il sentire" a distinguere lo scrittore, quanto invece la sua capacità di esprimere queste cose, cioè trovare il miglior modo possibile per farlo a parole: narratore interno/esterno/onnisciente, uno o più narratori, il punto di vista più idoneo, lo stile più adatto, come montare la fabula e via dicendo, che sono poi le cose su cui vi confrontate nei blog. Ecco, trovo che tutto questo sia un lavoro estremamente razionale. Non cerebrale, razionale, nell'accezione più positiva del termine. Io credo (ma potrei sbagliarmi) che il passo che distingue uno scrittore da "uno che scrive" sia proprio la capacità, alla fine, di affrontare in maniera razionale il distacco da ciò che ha prodotto (mi viene in mente il motto di una pubblicità che andava un po' di tempo fa: la potenza è nulla senza controllo). E non si tratta di freddezza. Non so se sono riuscita a rendere l'idea…
      Poi ci sarà anche una ragione più personale del perché mi sia venuto in mente "dalla testa", che prima o poi salterà fuori.

      Jamila

  • Gas

    Ecco, la sincronicità! Mi apro e leggo aperture. Poco alla volta inizio anche io a definire le diverse identità, ci si appassiona e si inizia a riconoscere la persona dietro lo schermo. Il suo stile, il suo modo di vedere il mondo, le sue qualità. I più tecnici, i più sognanti. E i più caotici… XD.
    Concordo con chi dice che la mancanza (la solitudine forse è altro) spinga a buttarsi sulla parola scritta. Il primo paragrafo che scriviamo è sempre un giorno piovoso, un punto di domanda, e la ricerca di quel senso d' amore che ci dovrebbe essere e non è ancora arrivato. Poi chissà dove deviamo in questa ricerca… Bell'articolo, grazie!

    • Grazia Gironella

      Grazie a te per il commento. "Mi apro e leggo aperture", oltre a essere una frase bellissima, mi fa pensare alle correnti che percorrono la mia vita e scopro essere avvertite anche da altri. C'è qualcosa di entusiasmante in questo. Vediamo dove ci porta. (La mancanza è una molla potente. Ricordo bene il sollievo nel leggere o nello scribacchiare quando ero piccola e mi sorbivo due mesi di noia al mare con il parentame. Ero una privilegiata, ma una privilegiata recalcitrante.)

  • SamB.

    Finalmente mi hanno portato il modem nuovo e posso rispondere!
    Comincio ringraziandoti tantissimo per la citazione

    Mi piacciono i tuoi post che parlano di scrittura: li trovo ottimi non solo per come li scrivi, ma anche perché offri sempre qualcosa su cui riflettere.
    E mi è piaciuto molto anche questo. Anche per me è stata una piacevole sorpresa: hai rivelato qualcosa di davvero molto personale e profondo e l'hai fatto con semplicità e schiettezza, senza scrivere un mero sfogo. E poi, come sempre, mi hai dato modo di pensare un po' al mio rapporto con la scrittura.
    Chiunque tenga un blog personale finisce per dire qualcosa di sé, magari solo esprimendo le proprie preferenze in fatto di letture, musica o film. C'è chi si mostra di rado, chi in pillole giornaliere e chi si mette al centro: ognuno ha il proprio modo di farsi conoscere. Io ho scelto di tornare al blog "diario" perché ho provato a gestire uno spazio standomene in un angolino, solo per scoprire di non sentirmi abbastanza ferrata per affrontare la scrittura "in generale", evitando di fare riferimento a qualcosa di "concreto"; e "concreto", volente o nolente, sono i miei tentativi, i miei fallimenti e i miei (piccoli) trionfi.
    Tuttavia, nonostante questo, non so se ci riuscirei a pubblicare un post come il tuo: i miei sono sempre ironici per autodifesa – in pratica parlo di me, ma più o meno come se fossi nascosta dietro una tenda, tipo una gatta
    Per certi versi, la mia esperienza è simile alla tua: io sono la maggiore di tre sorelle; mia madre ha sempre mostrato una spudorata preferenza per la seconda, arrivando a tenere comportamenti davvero scorretti – e ogni volta che protestavo, anche io venivo punita col silenzio; e non solo. Il mio essere introversa e taciturna dipende dal come sono stata costretta a vivere la mia infanzia e la mia adolescenza.
    Ma lo scrivere ha a che fare con questo solo in parte: evito di infilare la mia vita nelle mie storie e non scrivo per "esorcizzare demoni" o altro, anche se qualcosa riesce a passare lo stesso. Il motivo principale per cui scrivo è che ho sempre avuto la testa piena di storie e in qualche modo devo sfogarle. Alle elementari, nei temi, prendevo dei pessimi voti perché scrivevo delle panzanate terrificanti. Una di quelle, però, mi ha fatto vincere il mio primissimo (e unico) premio "letterario" XD Era una storia su un fiore nero, corredata di disegno. Peccato che tra un trasloco e un altro sia finita in qualche cassonetto.
    La scrittura per me è divertimento, innanzitutto; ma non solo. Scrivere è il mio modo di parlare. Tutto quello che non dico riguardo a come la penso su ogni aspetto importante della mia vita, lo riverso su carta.
    Quanto alla parte del corpo da cui nasce la mia scrittura, per me è senza dubbio lo stomaco. Non è raro che scriva per digerire la classica palla da cannone piantata nelle budella; anzi, capita che approfitti proprio di certi stati d'animo: scrivo di pancia e butto fuori tutto quanto. E poi ci torno su a mente fredda.
    … Okay, a questo punto mi sa che anche io approfitterò di questo tuo post per tornare a scrivere sul LWM

    • SamB.

      Mi rendo conto che potrebbe sembrare che ci sia una contraddizione tra "evito di infilare la mia vita nelle mie storie" e "tutto quello che non dico riguardo a come la penso su ogni aspetto importante della mia vita, lo riverso su carta", perciò ti rubo ancora un pochino di spazio per spiegarmi
      Non scrivo nulla riguardo al rapporto con mia madre, per esempio; o riguardo quello burrascoso con una delle mie sorelle. Mai scritto del mio primo amore o del legame che sto vivendo attualmente. Certi aspetti preferisco tenerli per me. Nelle mie storie dico la mia a proposito di cose comunque importanti, che "sento" anche più dei rancori e dei dissapori in famiglia, come il diritto a vivere la vita che vogliamo e non quella che altri vogliono per noi. Non a caso, una delle mie "ossessioni scrittorie" è il tema della libertà.
      Ecco, volevo solo chiarire questo aspetto

    • Grazia Gironella

      Anche per me esiste la distinzione di cui parli. A parte questo mio ultimo post, che si agganciava alla scrittura, anch'io tengo private le parti della mia vita che mi fanno piangere e/o sudare, mntre riverso nella scrittura ciò che per me è davvero importante e mi sembra di interesse generale: la tolleranza, le condizioni degli animali, l'amore per la natura, il bisogno di perseguire l'armonia, per fare qualche esempio. Non lo faccio con premeditazione, perché mi piace predicare; solo mi viene istintivo salire sulla sedia per dire a tutti "ehi, pensateci! E' importante!". Me lo fa rilevare mio figlio Enrico quando legge le mie cose e scuote la testa (con comprensione, per fortuna) e dice: "ma quante cose di te ci sono in questo romanzo!".
      Però, tornando al discorso blog, il fatto che tu ti protegga non mi impedisce di "sentire" te, anche con le tue protezioni, che però non sono una maschera. Sei molto lontana da quello che chiamo l'"effetto deserto"!