Scrittura

Dal cantastorie allo scrivistorie, il passo è breve?

Siamo abituati a pensare alla storia
che leggiamo o scriviamo
come se fosse l’equivalente scritto di una storia narrata a voce,
ma è davvero così?

A suscitare le mie riflessioni è stato il mio insegnante di Raja Yoga, qualche giorno fa. Stava parlando dei Sutra di Patanjali, una raccolta di 196 aforismi che ci restano del padre dello yoga ‒ Patanjali, appunto ‒ vissuto probabilmente nel II secolo a.C. Spiegava come lo yoga, prima di lui, si fosse sviluppato per secoli senza alcun testo scritto, cosa che ha prodotto numerose ramificazioni nella pratica, molte delle quali esistenti ancora oggi. Il suo punto era questo: non immobilizzare la teoria tramite la scrittura ha sì permesso la distorsione del messaggio originale, ma in questo modo lo ha anche reso “vivo”.

Chi ha parlato di parola scritta? Non c’è niente di meglio per stuzzicare il mio interesse e mettermi in cerca di nessi con la scrittura delle nostre beneamate, e a volte detestate, storie.

Le storie esistono da quando esiste l’uomo. Il bisogno di fissare i fatti nella memoria collettiva e raccontare le proprie esperienze agli altri membri del gruppo, l’urgenza di ingraziarsi le divinità in un mondo dove la sopravvivenza era sempre a rischio, forse anche il semplice traboccare della fantasia, hanno da sempre spinto l’uomo a comunicare attraverso la narrazione di storie. Immagino che inizialmente gli scopi fossero pratici e l’invenzione limitata, prima che il tempo ci facesse diventare produttori e fruitori di storie di ogni genere.

Fino all’invenzione della scrittura, le storie sono state trasmesse esclusivamente a voce, ma la forma orale è rimasta a lungo la più diffusa. La diffusione dell’alfabetismo è recente, anche nella parte più ricca del mondo. I primi libri, scritti e copiati dagli amanuensi, furono utilizzati da un numero assai ristretto di persone, e anche quando l’avvento della stampa permise la diffusione di grandi numeri di copie identiche – può sembrare strano, ma spesso i copisti “aggiustavano” i testi – solo una piccola parte della popolazione poteva accedere ai nuovi libri, per povertà, analfabetismo e difficoltà di reperimento.

In definitiva le storie trasmesse a voce ci hanno accompagnati fino a ieri, e non è detto che non ci accompagnino anche domani, almeno sotto forma di audiolibri. Ma le storie raccontate, quanto differiscono dalle storie scritte?

La storia raccontata dai bardi celtici e dai rapsodi dell’antica Grecia è fisica: passa dalla voce del narratore all’udito del ricevente tramite le onde sonore. Si basa, oltre che sulle doti vocali e recitative del narratore, sulla sua memoria e sulla capacità di utilizzare formule e schemi rodati per inserire parti nuove in storie vecchie. È un’esperienza comunitaria e in divenire: coinvolge almeno due persone, e ogni narrazione è diversa dall’altra, proprio come ogni ascolto.

In una parola, quella orale è una storia viva, in cui i termini usati acquisiscono sfumature diverse a seconda di come e dove vengono pronunciati e compresi. L’ambiente stesso, con i suoi stimoli sensoriali, partecipa in qualche modo alla storia; il racconto a una festa di corte o a una fiera di paese lasciavano certo impressioni molto diverse.

Gallo cantastorie nel cartone animato di Robin Hood di Walt Disney
*

E la storia scritta?

Nella storia scritta si trova impegnata principalmente la vista, insieme alla manualità dello scrittore. È un’esperienza solitaria, prima tra lo scrittore e la pagina, poi tra il lettore e il libro. Il contatto tra scrittore e lettore è quasi sempre assente, come anche il contatto tra i lettori. Il testo non è soggetto a interpretazione: è lì stampato, nero su bianco. Gli stimoli sensoriali influiscono poco sull’esperienza della scrittura/lettura. Per esempio in questo momento sto bevendo un ottimo, speziato tè chai, ma questo non influisce sul testo, né arriva a voi in qualsiasi forma. Peccato!

Tornando all’argomento, le differenze tra le storie orali e quelle scritte sono sostanziali, ma non sempre giocano a favore del contastorie, che può anche essere mediocre o un vero cane, mentre il testo scritto è lì, immutabile e rassicurante nella sua prevedibilità, sebbene un po’ più freddo per l’avere perso qualche caratteristica per strada.

Bisogna dire che, da lettori, non ce la caviamo male a sopperire a ciò che manca. Parliamo volentieri di ciò che abbiamo letto; sono diffusissimi blog, video e gruppi che hanno come intento proprio la condivisione delle impressioni nate dalle letture. Per tutto il resto lavora la fantasia. Quando siamo immersi in una lettura che ci prende, “vediamo” la scena, percepiamo suoni e odori, proprio come se fossimo lì; e il bello è che il nostro corpo reagisce di conseguenza.

Non si tratta di emozioni superficiali: gli studi dimostrano che la respirazione e il sistema cardiocircolatorio del lettore reagiscono alla paura, al dolore, all’istinto di fuga presenti nella storia come se fossero sperimentati in prima persona, anche se in chiave minore. Non credo che rischiamo proprio l’infarto, insomma, anche se ci piacciono i thriller, ma le reazioni fisiche ci sono, e la dicono lunga sulla nostra capacità di lasciarci coinvolgere dalle storie che leggiamo.

Poi c’è lo scrittore. Anzi, prima c’è lo scrittore. Che può riuscire a trascinarci nella storia anima e corpo, oppure lasciarci indifferenti davanti a uno stuolo di simboletti neri su fondo bianco. Il suo non è un lavoro facile, visto che deve riuscire a creare la magia della storia viva con strumenti… beh, morti. Nessuna meraviglia che la ciambella non sempre riesca col buco, come recita il vecchio detto. Per fortuna lo scrittore sensibile usa, d’istinto e/o per apprendimento, gli strumenti che ha a disposizione non solo per recuperare la vitalità della storia narrata, ma creare l’illusione della realtà. Si può sperare in un bel sorpasso a sorpresa.

Gli strumenti che producono questa magia sono tanti. Ci sono i dettagli sensoriali, per esempio, odori, sapori, consistenze, suoni e immagini che creano e arricchiscono la scena. Raccontare una storia senza usarli rischia di lasciare i personaggi a galleggiare nel nulla. Da esseri umani, percepiamo la vita attraverso i nostri cinque sensi, prima che attraverso il cuore e il cervello.

C’è chi consiglia di inserire almeno un dettaglio sensoriale (non visivo, quelli non mancano mai) in ogni pagina. Non credo sia possibile quantificare in questo modo, ma so per certo che, quando una scena mi sembra sbiadita, spesso basta un odore o un gusto a renderla più vivace. Senza arrivare, possibilmente, agli eccessi in cui incorre anche Diana Gabaldon, autrice della solita, da me iper-nominata saga di Outlander: che Claire riesca a distinguere in ogni singolo odore ‒ e ce ne sono in abbondanza, ve lo garantisco! ‒ la lista completa dei componenti, dall’elicriso al letame, dal sudore maschile alle rape fermentate, me la fa immaginare con un muso da cane che non le dona affatto.

Abbiamo a disposizione la struttura e la lunghezza delle frasi, la suddivisione in paragrafi, la punteggiatura, che nelle loro tante combinazioni sostituiscono egregiamente il ritmo della narrazione a voce. Mai sottovalutarle! Nonostante la loro apparenza minimalista e un po’ freddina, producono effetti prodigiosi, purtroppo non solo quando sono scelti bene…

La scelta dei termini ‒ il baule delle meraviglie. Se i sinonimi esistono, sono fatti per le istruzioni di montaggio, non per la narrazione. Ogni parola ha una sua musica e si sposa con le altre in un modo preciso, creando sfumature, evocando situazioni che se ne stanno lì, nascoste tra i simboletti neri, così illusoriamente innocenti.

Tanta precisione resta confinata nell’anima dello scrittore, naturalmente, perché su persone diverse le parole hanno effetti diversi, come ben sa chi ha più di un figlio da educare. Noi autori possiamo al massimo sperare che il nostro modo di percepire le parole somigli a quello dei nostri lettori, anche se parte del fascino della storia risiede proprio nella sua assoluta libertà appena rilasciata nel mondo. Nostra e non più nostra, quando altri occhi l’hanno assorbita, altri cuori l’hanno adottata.

Anche l’uso delle metafore ha un grande impatto su come viene percepita la storia (ne parlavo in questo post). Lo stesso vale per le altre figure retoriche.

In sostanza non si può dire che ci manchino gli strumenti a disposizione per far vivere intensamente al lettore la storia. Pensandoci, però, mi rendevo conto di quale portata abbia la rinuncia a curare uno o l’altro di questi aspetti della scrittura.

A volte si ha l’impressione che la revisione sia sufficiente, che un difettuccio sia accettabile, che la storia scorra bene ugualmente. Forse è così, però c’è sempre un prezzo da pagare, piccolo o grande. Quindi non dico che dobbiamo continuare a “leccare” la storia che abbiamo scritto fino a consumarla nel vano tentativo di renderla perfetta, ma piuttosto che ci sono sempre nuovi elementi cui prestare attenzione, a mano a mano che quelli più semplici ci diventano spontanei. Sono nuove frontiere, che ci aiutano a non fossilizzarci e rendono il nostro scrivere una grandiosa avventura. Se non valgono per il lavoro in corso, varranno per il prossimo!

BOLLETTINO DELLO SCRITTORE
Mi dedico ai preparativi per l’uscita di Veronica c’è. Ve ne parlerò presto, perché ci tengo e perché così dicono si debba fare: preparare il pubblico, quello reale e quello sperato, con un certo anticipo. Nel tempo non impegnato con Veronica, continuo la Nuova Storia e faccio esperimenti di promozione per Searching for Goran sul mercato di lingua inglese. Risultati, per ora, zero tondo.

BOLLETTINO DEL LETTORE
Il Tao Tê Ching, come previsto, mi ha lasciata con un bel punto interrogativo stampato sulla fronte. Non avevo capito quanto fosse sintetico e criptico, e soprattutto quanto dipendesse dal complesso lavoro di interpretazione da parte dei traduttori ‒ al punto, in effetti, da far dubitare della traduzione stessa.
Ora sto leggendo Fidanzati dell’inverno, fantasy dell’autrice francese Christelle Dabos. Per il momento i toni favolistici mi stanno facendo arricciare il naso, ma vedremo. Il fatto è che a me piace il fantasy reale, quello serio.
Altre letture in corso: il Dhammapada (testo del Canone buddhista che contiene, secondo la tradizione, le parole realmente pronunciate da Gautama Buddha in diverse occasioni) e Un tuffo nella vita, lunga intervista di Edoardo Angelino a Paolo Berta, testimonianza delle grandi risorse che permettono all’uomo di sopravvivere a eventi drammatici devastanti senza mollare la presa sulla vita.

18 commenti

    • Grazia

      Da tenere presente. Non è facile però inserire i dettagli sensoriali senza forzature, quando non sono nati con la scena. Dopo la prima stesura devo sempre andare ad aggiungerne qua e là, ma devo stare attenta all'effetto patchwork in agguato.

    • Grazia

      Dopo avere letto il mio post, ti farebbe sorridere anche leggere le descrizioni degli odori in questione… non hai idea di quante ce ne siano nell'ultimo libro di Outlander che ho letto, The Fiery Cross.

  • Marina Guarneri

    Riesco a rendere più viva una storia quando la scrivo rispetto a quando la racconto oralmente. Sì, è vero, a voce, puoi arricchirla come vuoi, allargarla, stringerla, darle un tono, "recitarla", ma riesco comunque a essere più efficace quando devo trovare le parole giuste da buttare giù su un foglio, mi diverte anche complicarmi la vita cercando tutte quelle sfumature che "facciano vedere" la scena che sto immaginando.
    I dettagli sensoriali mi piacciono quando riescono a trasmettere, non solo a comunicare, una sensazione.

  • Ferruccio Gianola

    Non sono capace di raccontare le "mie" storie oralmente. Forse per un problema di concentrazione. Se racconto una storia penso agli altri e sono immedesimato con gli altri. Li osservo, li studio, li guardo. Vedo come reagiscono. Al contrario quando scrivo ci sono solo io e sono io la prima persona che deve essere coinvolta. Poi come diceva Hemingway suscita emozioni e non descrivere emozioni e il gioco viene da sé. Se racconto a qualcuno descrivo, se scrivo suscito. Forse sono così.

    • Grazia

      Credo che ognuno abbia talenti diversi. Io non riuscirei a narrare bene a voce, perché la timidezza mi renderebbe poco sciolta, e come te sarei troppo consapevole del pubblico. Immagino che si possa imparare a farlo, forse anche con effetti autoteraupetici, ma è bello… danzare nel proprio cortile.

  • Nadia Banaudi

    Anche a me sembra un ambito "vivo" quello della scrittura, dove ciò che non vale per questa volta lo si può utilizzare la prossima. Come le storie che cambiando piccole strategiche sfumature si trasformano. A me succedeva quando raccontavo le favole e decidevo di dare maggiore risalto a un particolare, magari arricchendolo un po' e facendo volare la fantasia. Proprio con gli esempi che hai fatto si nota di come tutto sia suscettibile di cambiare di continuo, di come la stessa storia raccontata da diversi punti di vista riesca ad assumere connotati diversi, e se ci si aggiunge la voglia di migliorarla il più possibile, il lavoro può diventare infinito

  • Unknown

    Amo le parole, scritte, pronunciate, recitate. Sono uno strumento meraviglioso di comunicazione e racconto, il tessuto stesso della narrazione.
    Credo che la parola scritta abbia un connotato di intimità, crea un rapporto unico e diretto con chi legge. La parola pronunciata esce da questa dimensione " raccolta", interagisce con la voce, può essere ascoltata da molte persone, anche da una grande platea: in teatro, o con diffusione radiofonica o televisiva.
    La parola è anche stumento di interazione e confronto, penso a un saggio, o a un articolo: parola come veicolo di idee.
    A volte parlare e / o scrivere è un lavoro preparatorio, per verificare le proprie conoscenze e la solidità delle proprie argomentazione.
    Le parole sono comunque il filo delle nostre esistenze, e ci regalano molte emozioni. Personalmente amo molto parlare, anche in pubblico, ma mi trovo più a mio agio con la scrittura, strumento di elezione per far uscire sentimenti ed emozioni che confuiscono nelle mie storie.

  • Barbara Businaro

    Zia Diana è per la regola del tre anche nella scelta dei sensi da curare in una descrizione, poi qualche volta le scappa la penna e si lascia trasportare. E' anche una questione di ambientazione: sono convinta che i nostri avi avessero sensi più acuti dei nostri, perché vista, udito e olfatto erano per loro questione di sopravvivenza. Noi non dobbiamo temere un agguato dagli indiani nascosti tra i boschi o rischiare di morire o di fame o di una bacca velenosa. Se hai letto The Fiery Cross dovresti anche aver letto la scena di Jamie che fa l'elenco di tutti i profumi sul corpo di Claire, svelando tutto ciò che ha fatto durante la giornata in sua assenza…

    Mi prese la mano e se la portò al naso, fiutandola educatamente. «Cipolle», cominciò. «E aglio. Più qualcosa di piccante… pepe nero. Aye, e chiodi di garofano. Sangue di scoiattolo e sugo di carne.» Fece guizzare la lingua come un serpente, sfiorandomi le nocche. «Amido – patate – più un sentore di bosco. Funghi a ombrello.»
    (e poi continua…)

    • Grazia

      Olfatto più sensibile sì, fino a un certo punto… Non credo che abbiamo conservato fino a tre secoli fa i sensi degli uomini primitivi, e poi giù, un crollo improvviso. Improbabile, no? Soprattutto, quello che nella scena citata mi piace, messo a regime nelle descrizioni diventa un po' eccessivo. Ma non mi sono mica rovinata la festa per così poco! A Breath of Snow and Ashes è già lì che mi aspetta sullo scaffale… prima però c'è Veronica. 😉

  • Cristina M. Cavaliere

    Di recente sono stata a una presentazione, e nel dibattito che è seguito è emersa una tecnica che prevedeva la lettura ad alta voce del proprio testo come una delle forme di revisione. Questo potrebbe anche equivalere a riportare la pagina scritta a una sua forma di oralità e di drammatizzazione. E' poi verissimo quello che dici sull'uso dei cinque sensi nella pagina: basta inserire un dettaglio di olfatto o gusto o tatto, che sono sensi meno "descritti" rispetto alla vista, per rendere la scena un po' più autentica…

    • Grazia

      Già, è vero: quando leggiamo ad alta voce il nostro testo – io lo faccio, come fase finale della revisione – ci avviciniamo alla narrazione orale. Non ci avevo pensato.

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