Eventi,  Vita da scrittori (e non)

La ricetta della felicità?

Giuseppe Bertuccio D’Angelo la cerca in giro per il mondo

L’idea di una “ricetta della felicità” fa sorridere, lo so; ma non è la felicità che cerchiamo in ogni modo nella nostra vita? Anche espressa in termini meno idealistici, sempre la stessa rimane.

Per molti di noi, viaggiare è uno degli strumenti creatori di felicità, se così si può dire. Ma il viaggio non sarà sopravvalutato?

Qualcuno dice di sì, forse a ragione. Nei millenni di presenza dell’essere umano sulla Terra, chi ha viaggiato, o più realisticamente si è spostato, lo ha fatto principalmente per garantirsi la sopravvivenza. Sono sempre esistite eccezioni, ma soltanto in tempi relativamente recenti si è affermata l’idea del viaggio come attività piacevole in sé, anzi, come un sogno da realizzare a ogni costo (c’è chi chiede prestiti per andare alle Maldive, per dire).

Certo non basta allontanarci da casa per abbandonare ciò che ci pesa. Ovunque andiamo, ci portiamo dietro noi stessi, quindi il problema e la sua soluzione.

Detto questo, anch’io amo viaggiare. Il viaggio mi fa prendere le distanze dalle mie abitudini, fisiche e mentali; mi mette in contatto con realtà nuove, che risvegliano attenzione, intelletto e fantasia. Ma i viaggiatori non sono tutti uguali, perciò il viaggio può essere visto in modi diversi.

Un momento di riscatto da una vita familiare o lavorativa poco gratificante. Chi non ha bisogno di uno stacco ogni tanto?

La possibilità di fare diventare verdi d’invidia gli amici con foto e racconti. I luoghi visitati rischiano di diventare elementi di una collezione cui non si presta davvero attenzione. Tacche sul fucile, in altri termini.

L’occasione di coltivare la passione per le culture diverse dalla propria, oppure per una cultura in particolare, cui si continua a tornare.

Una ricerca spirituale.

Un modo per soddisfare la propria curiosità, cui il quotidiano non fornisce sufficiente materiale.

Forse, nella maggior parte dei casi, questi elementi si combinano. Il cocktail che ne esce è spesso piacevole, altre volte discutibile, ma sempre interessante.          

Giuseppe Bertuccio D'Angelo cerca la ricetta della felicità
Giuseppe Bertuccio D’Angelo

Come vive il viaggio Giuseppe Bertuccio D’Angelo?

Mi piacerebbe saperlo; anzi, spero di domandarglielo al suo ritorno in Italia. Il 16 settembre è iniziata l’impresa di questo ragazzo di 29 anni, nato a Messina, milanese di adozione, che per un anno intervisterà uomini e donne nei sei continenti. L’argomento delle sue domande, in questo che si chiama Progetto Happiness, sarà la ricetta della felicità.

Non voglio definire eccezionale l’impresa di Giuseppe. Fare il giro del mondo oggi non è come farlo ai tempi di Marco Polo, quando si rischiava la vita ogni giorno. L’impresa di Giuseppe gode di supporto tecnologico ed economico; le difficoltà però esistono, gli imprevisti pure. Non so quanti di noi, amanti dei viaggi, sarebbero disposti a mettere a così dura prova il proprio spirito di adattamento!

Rimanendo tranquilla al mio PC, mi piace seguire le tappe di Progetto Happiness. Mi sembra un’iniziativa che mette in circolo energie buone, quelle di Giuseppe come quelle di chi nel progetto sarà coinvolto; e se parlare di felicità ‒ o farlo in questi termini ‒ può sembrare banale, sarà interessante scoprire quali saranno le risposte di persone diverse per sesso, età e formazione, nelle varie culture con cui il progetto entrerà in contatto.

Quando ho iniziato a seguire Giuseppe su Instagram, mi è arrivato un messaggio in cui mi chiedeva a chi avrei voluto porre le sue domande sulla felicità. Ho pensato che fosse carino far partecipare in questo modo le persone al suo viaggio. La mia scelta è caduta su un pastore che vivesse in modo tradizionale (la mia solita passione per le pecore…).

Non mi aspettavo di ricevere un nuovo messaggio qualche giorno dopo, in cui Giuseppe diceva di avere vissuto per qualche giorno con un pastore in Pakistan (ho visto le foto), senza però intervistarlo, perché il pastore non aveva voluto rispondere alle sue domande. Immagino che avesse altro da fare!

Il Progetto Happiness porterà (o ha già portato) Giuseppe a toccare Israele, Giordania, Iraq, Kuwait, Pakistan, India, Cina, Australia, Corea, Giappone, Russia, Alaska, Argentina, Antartide, Tanzania, Finlandia… Mi fermo qui, ma la lista sarebbe ancora lunga. Giuseppe prevede di essere di nuovo in Italia per il settembre 2020, in tempo per festeggiare il suo trentesimo compleanno.

Ed ecco qui le domande che sta portando in giro per il mondo, formulate insieme agli esperti di Psya Italia, società specializzata in benessere psicologico sul lavoro, con le mie risposte.

Qual è la piccola cosa che ti fa sempre sorridere?

Io sorrido spesso. Animali e piante mi fanno sempre sorridere, di qualunque specie, forma e grandezza siano. Anche i sassi, a volte. Sorrido anche alle persone, ma in modo diverso.

Qual è il tuo primo pensiero appena sveglio?

Un buongiorno all’Universo, al mio corpo e alla giornata che inizia.

Che profumo ha la felicità?

La mia felicità sa di bosco e di cane. Immagino che con il cane il concetto di profumo sia improprio…

Qual è la cosa più preziosa che possiedi?

La voglia di crescere. Esco volentieri dalle abitudini. In generale cambiare non mi costa fatica, e anche quando è faticoso, sono comunque propensa ad andare incontro al cambiamento, se lo trovo positivo (spesso lo è).

Quale pensi sia la più grande sfortuna che ti possa capitare?

A volte penso a quanto cambierebbe la mia vita se perdessi la vista. Alcuni membri della mia famiglia soffrono di maculopatia degenerativa, perciò sono abituata a sentirli parlare delle loro difficoltà. Almeno loro non leggono e non scrivono, se non per le necessità minime quotidiane. Per me sarebbe dura.  

Quale evento ha avuto l’impatto più significativo sulla tua vita?

Ho sempre pensato che il mondo materiale non fosse tutto quello che c’è. Il punto di svolta è stato quando mi sono resa conto che per saperne di più… bastava informarmi. C’è stato comunque un libro che mi ha dato una spinta energica.      

Cosa significa morire?

Tornare a casa per fare il punto della situazione e capire cosa devo ancora imparare, prima di ricomparire sulla Terra per “un altro giro di giostra”, come diceva Terzani.

Se potessi dare un unico consiglio a tuo figlio, cosa gli diresti?

Conosci te stesso, e non accontentarti. Ooops, sono due.

Guardati allo specchio. Sei orgoglioso di chi vedi?

L’orgoglio non mi piace. Non c’è niente che io abbia realizzato da sola, senza supporti esterni. Però sono contenta del mio percorso, questo sì.

Quando tra cinquant’anni anni qualcuno racconterà la tua storia, cosa dirà?

Dunque, io non ci sarò, a occhio e croce… perciò potrebbe essere un necrologio: “Era un tipo solitario, ma accogliente. Ha scritto bellissime storie.” L’ultima parte in particolare è una speranza!

Avete anche voi una vostra “ricetta della felicità”?

Per seguire il viaggio di Giuseppe Bertuccio D’Angelo:
Instagram: progettohappiness
Sito Progetto Happiness
Canale YouTube

16 commenti

      • Giulia Mancini

        Che bel post, mi piacciono molto anche le tue risposte.
        il profumo della felicità per me è quello dell’aria in un giorno di primavera (o comunque in una bella giornata) magari con un bel caffè.
        Comunque anche nelle giornate fredde riesco a trovare un motivo di felicità. Un bel viaggio può essere una bella spinta verso la felicità, sarò curiosa di scoprire i risultati del nostro giovane viaggiatore

  • Elena

    Bella idea il giovanotto! Felicità sarebbe poter fare un viaggio come il suo! Siccome non mi è possibile, mi accontento di ciò che ho nel mio quotidiano. Non mi manca nulla

    • Grazia

      Secondo me è il quotidiano su cui puntare più di tutto. Quello che si fa soltanto quando se ne presenta la possibilità, una o due volte l’anno, non può avere lo stesso peso. Anch’io mi sento fortunata per il mio quotidiano. 🙂

  • Elizabeth Sunday

    Ho conosciuto Giuseppe grazie a te che ne hai parlato in un commento al mio blog, e ora siamo in contatto. Anche a me piace seguire le sue storie, quelle in Pakistan erano molto divertenti!
    “Era un tipo solitario, ma accogliente.” – bel necrologio 😀

  • Barbara

    Lo invidio, è davvero un gran bel viaggio (i Sagittari sono per istinto viaggiatori, anche se io detesto l’aereo). Mi sono subito iscritta per seguirlo su Instagram e vedere che straordinari incontri farà/ha già fatto.
    In Bhutan misurano la felicità della popolazione, non il PIL Prodotto Interno Lordo, ma il FIL Felicità Interna Lorda. Ci aveva girato un documentario in due parti il nostro Pif, con Il Testimone un paio di anni fa. E benché sia un paese povero, sono più contenti di noi. Quando stanno male hanno due medici, il medico del corpo e il medico dell’anima. E a scuola sono proibite le merendine confezionate. Come se il consumismo portasse l’infelicità (e non è poi tanto strano, no?) Chissà se Giuseppe è già passato per il Bhutan… 🙂

  • Maria Teresa Steri

    Una gran bella iniziativa, che emana tanta gioia e voglia di mettersi in discussione. Penso che viaggiare sia un modo unico per guardare la propria vita e se stessi con una prospettiva nuova, distaccata, e quindi riuscire a trarne grandi insegnamenti. Detto ciò io non amo viaggiare, però allontanarmi da casa è anche per me un sistema per fare ordine interiormente. La ricetta per la felicità trovo che sia star bene in ciò che la vita ci offre.

  • Marina Guarneri

    Resto sempre sbalordita quando qualcuno affronta viaggi così importanti e significativi (intendo non di piacere: vacanze, viaggi di nozze, ecc.), perché c’è una filosofia di vita dietro che trovo straordinaria. Forse proprio perché non sarei in grado io di affrontare esperienze del genere, dunque ammiro qualcosa che vedo lontanissima da me: non amo viaggiare, sono proprio il tipo che si sgomenta solo all’idea di andare in un posto con abitudini diverse, dunque cibo diverso, dunque cultura diversa. Però mi piace conoscere queste realtà a distanza: mi godo sempre con il massimo interesse i documentari o i reportage delle trasmissioni dedicate (tipo “alle falde del Kilimangiaro” per intenderci)
    Comunque, bellissimo il progetto Happiness: io sono felice quando vedo le persone attorno a me felici. È una sensazione contagiosa e mi basta un sorriso vero o motivato dalla bellezza per sentirmi in sintonia con l’universo intero.

    • Grazia

      Un sorriso vero o motivato dalla bellezza… è un bel modo di esprimerlo. Sono sorrisi così spontanei che a volte non ci si accorge di sorridere, in quei casi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *