Vita da scrittori (e non)

Siamo tutti influencer

Se non lo siamo… è un guaio.

Influencer: persona in grado di influenzare scelte d’acquisto, politiche o decisionali di altre persone. L’influencer gode, nella vita reale o in quella virtuale, di autorevolezza ed è riconosciuto come esperto di un determinato argomento.

(dal sito Web in Fermento)

Scelgo per iniziare questa definizione realistica, che non tenta di trovare sostanza in ciò che non ne ha. Non parlo degli influencer come persone, naturalmente, ma della categoria. Ogni singolo individuo merita un discorso a sé.

L’influencer, capisco, è tale non per qualche sua dote specifica e riconosciuta, ma soltanto per gli effetti che ha sul suo pubblico. “Essere in grado di influenzare” è una forma di potere; “essere riconosciuti come esperti”, però, non equivale a esserlo.

Quindi stiamo parlando di aria?

Ooops, no. Stiamo parlando di grossi numeri. Soldi, in altre parole.

Visto così, questo “fenomeno” non mi ispira grande simpatia; però vorrei fare altre considerazioni.

Persone che vengono scelte come guide per i motivi più discutibili ne sono sempre esistite; a volte è loro bastato alzare la voce più degli altri, mentre altre volte hanno lasciato il segno per motivi nobilissimi.

Attribuire a queste persone un’etichetta nuova non cambierebbe niente, se non fosse per il can-can che ci si scatena intorno.

Non credo alla supposta mancanza di spessore della categoria. Sono poche le persone capaci di conquistare un grande seguito senza lavorare duro, sotto forma di studi, impegno, costanza o coerenza. Il successo gratis, nato dal nulla, è rarissimo.

(Il fatto che molte influencer siano belle ragazze non dovrebbe essere una colpa, giusto?)

L'influencer spicca tra la folla.

Mi rendo conto che il desiderio di miti è molto forte, spesso anche in chi gli influencer li detesta. Cambiano soltanto gli oggetti di adorazione.

Del resto, perché no? Il bisogno di figure di riferimento è umano, e particolarmente comprensibile in un mondo dai cambiamenti rapidi e poco rispettosi, degli individui come dell’ambiente.

L’influencer ‒ mi dico ‒ non fa altro che essere un se stesso assertivo in mezzo a una folla di persone che assertive non sono, o non credono di essere. Spicca come un melone in una cassetta di mele, senza bisogno di forzare la mano più di tanto. Poi arriva il fruttivendolo di turno e decide di trasformarlo in una macchina per fare soldi.

Ma… le mele?

Le mele faranno bene a badare a se stesse. È un mondo duro per frutta e ortaggi…

Per fortuna gli influencer possono anche svolgere un ruolo positivo, in base ai valori che rappresentano. Basta ascoltare i TED Talks, per esempio; ma penso anche a Sadhguru, consulente per le Nazioni Unite. Tanto di cappello a simili influencer!

Cosa davvero non mi piace di questo “fenomeno”?

L’ipotesi che le persone possano essere tentate di demandare ad altri l’espressione del proprio pensiero e della propria creatività. Quel pensiero, quella creatività, possono anche tacere o esprimersi in modo sommario, ma capita che si sviluppino in riflessioni interessanti o in gusti originali, in hobby artistici o in dibattiti con chi la pensa in modo diverso. In idee per scrivere storie, anche.

Capita, insomma, se ne hanno il modo, che seguano il loro iter normale per arricchire la vita, nostra e di chi ci circonda ‒ e può essere una gran bella folla, nell’era di internet.

Non vorrei che i meccanismi umani si innestassero su quelli internettiani per produrre una strana idea: che a esercitare una vera influenza siano soltanto ‒ o soprattutto ‒ le persone cui è stata apposta l’etichetta con le stelline sbrilluccicanti, che avrebbero più idee, più interessanti e meglio espresse, diversamente da noi persone normali, che avremmo sul mondo un impatto ridotto. Così ridotto, forse, che non vale nemmeno la pena di impegnarci a migliorarlo…

Io a questa idea non credo affatto. Credo invece che siamo tutti influencer, e che facciamo bene a rendercene conto.

Quanto siamo determinanti nel nostro contesto familiare e locale? Come si diramano gli effetti del nostro modo di essere? Qual è la portata delle ripercussioni, in positivo e in negativo? Sfido chiunque a indovinarlo.

In ogni caso anche l’impatto più piccolo può essere determinante.

Un giorno camminavo con Maya nella campagna vicino a casa. Era uno di quei momenti bui in cui ogni pensiero sembra nascere apposta per spingerti più giù. Non c’era un’anima in giro. Poi lungo la strada arrivò un trattore. Il signore anziano alla guida mi salutò con un cenno ‒ non lo conoscevo, ma qui ci si saluta tutti ‒ e mi rivolse un sorriso così dolce che mi misi a piangere. Non per la tristezza; per il sollievo.

A volte mi capita di ripensarci. Anche se fossi stata molto più disperata di così, sono sicura che il sorriso di quell’ignoto agricoltore avrebbe avuto l’effetto di una mano sbucata dal nulla a tirarmi indietro dall’abisso.

E poi cosa sarebbe successo? Forse sarei tornata a casa e avrei abbracciato mio figlio; forse non avrei fatto niente di particolare. O magari avrei fondato un’associazione di sostegno alle persone depresse, vai a saperlo. Ma non dubito che quell’uomo simpatico fosse un influencer.     

E internet? Le parole che scriviamo saranno ancora in rete tra venti, cento anni, a incontrare chissà quali lettori (se non ci annientiamo prima in qualche modo stupido, naturalmente).

Non per questo dobbiamo sentirci addosso un peso epico ogni volta che scriviamo due parole, ma c’è sempre una responsabilità implicita nella diffusione delle idee.

Per questo siamo tutti influencer. Compiamo ogni giorno piccoli miracoli, senza riconoscerli come tali. Riusciamo persino a combinare disastri, cosa che probabilmente gli influencer canonici non fanno. Anche questo dimostra chi sia ad avere un impatto reale sul mondo…

Cosa ne pensate degli influencer? Ne seguite qualcuno?

La luna si è scoperta e la sua luce mi fa intravedere tra gli alberi un’ipotesi di percorso che mi riporterà indietro, nel buio del bosco più fitto. Trattengo i passi che vogliono prendere la corsa, li obbligo a rallentare per allontanarmi in silenzio dalla strada. Nessuno si accorge di me.

Non torno. Adesso so perché sono scappata.



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30 commenti

  • Marco

    Io sono un potentissimo influencer: ti ho fatto scoprire George Mackay Brown! 😀
    Ma il più grande successo l’ho scoperto anni fa. Un giorno sull’autobus un ragazzo mi si avvicina, mi dice: “Tu sei Marco Freccero!”.
    Be’, sì; non ho negato.
    “Avevi ragione. Bisogna studiare, bisogna leggere. È troppo importante, leggere e studiare”.
    Era uno dei ragazzi che frequentavano il doposcuola qui a Savona. Per mesi mi ero sgolato a spiegare che se non imparavano, se non studiavano, sarebbero stati vittime di chi invece studia, e sceglie per essi. Uno, almeno uno, ero riuscito a convincerlo. Mi basta.

    • Grazia

      Mi fa piacere sentirtelo dire con leggerezza. In passato ho avuto un’esperienza di stalking dal vivo, e devo dire che non riesco a prendere le persecuzioni di questo tipo con filosofia.

  • Ferruccio Gianola

    Sdrammatizzo ma capisco bene cosa vuoi dire: è un anno che mi sta rompendo le scatole. Essendo solo virtuale nel mio caso dà fastidio quanto un cagnolino che ti abbaia in strada (con rispetto parlando del cagnolino). Ma prima o poi ne combinerà una da polizia postale

  • Luz

    La tua riflessione colloca questo fenomeno in un’ottica diversa, irrefutabile direi. In effetti, purtroppo la parola ha finito con l’avere un’accezione non sempre positiva, anzi. Perché facciamo fatica a pensare a qualcuno di diverso che non sia una Ferragni et similia. Se invece pensiamo a una Greta, lo scenario cambia. È una influenzer potentissima, ha milioni di follower e sta attirando folle oceaniche di giovani. Dunque in tal senso il fenomeno è bello e buono secondo l’antico significato delle virtù greche.
    Siamo un po’ tutti influenzer, hai ragione. Io cerco di suscitare un’influenza positiva su alunni, allievi pubblico. Chi ha questo ruolo deve incarnare un modello positivo, costruttivo.
    Ferragni & Co. purtroppo non lo sono.

    • Grazia

      Quando si parla di modelli da seguire, si deve per forza cercare di capire dove portano. Per quanto mi riguarda, influencer che basano il loro impatto soltanto sull’esteriorità sono inutili. Abbiamo già abbastanza “apparire” intorno, datemi un altro verbo! Poi è questione di gusti, naturalmente.

  • Elena

    Non seguo nessuno, per natura sono allergica a chi mi propone come devo essere/comportarmi/vivere, ecc.
    Ma li ammiro o le ammiro, tutte/tutti. Hanno il fluido e sono capaci di monetizzarlo. Ci vuole metodo, studio e pervicacia, a me mancano per questo genere di cose. Ma sono d’accordo con te, siamo tutti influenzer. E’ bene rendercene conto, perché spesso sono più i comportamenti deteriori che vengono mutuati piuttosti che quelli virtuosi. Per questi ultimi occorre molta molta pazienza nel mostrarli e viverli nella quotidianità. Ma questa è un’altra storia. Sto cercando di trovare un esempio come quello che ha portato Marco perché non credo ci sia soddisfazione più grande del trasmettere qualcosa di buono a un ragazzino. Lo dico io che non sono madre e di certe cose se vuoi ne ho ancora più bisogno

    • Grazia

      Le doti meno appariscenti spesso sono quelle da coltivare con calma nella propria vita, per farle agire giorno per giorno, in profondità. Vorrei anch’io trovare un esempio del livello di quello di Marco, ma non lo trovo. Mi sa che ci ha fregati tutti. 😉

  • Giulia Mancini

    L’uomo del trattore ti ha regalato quello che io chiamo “un sorriso gratis” ispirandomi alla canzone di Gino Paoli, con un sorriso ti ha rimesso al mondo un sorriso gratis, è capitato anche a me di uscire dal buio grazie a un sorriso di qualcuno (in questo gli orientali hanno ragione). Non seguo nessun influencer e mi stupisco ogni volta che sento parlare di qualche sconosciuto e scoprire poi che è un influencer. Ogni tanto mi chiedo il perché del successo strepitoso di alcuni di questi, credo sia perché la maggior parte della gente ha bisogno di identificarsi o di seguire una moda, cosa a cui io sono diventata piuttosto allergica. Ho faticato una vita a imparare a pensare con la mia testa, sentendomi bene nella mia pelle imperfetta, figurati se adesso voglio lasciarmi influenzare. Nonostante questo ho i miei influencer familiari, uno di questi è il mio compagno che mi spinge a fare acquisti ragionevoli (per esempio un mobile nuovo o qualcosa di davvero utile) lo fa suggerendo con dolcezza finché mi convinco e alla fine sono pure contenta dell’acquisto. Sono un bradipro quando si tratta di comprare cose nuove, soprattutto perché vorrei occupare meglio il mio poco tempo libero. Io, a mia volta, forse sono un po’ influencer per i miei nipoti, che mi chiedono sempre consigli sull’università o sulle scelte lavorative…

    • Grazia

      Giusto! Non mi era venuta in mente quella frase di Paoli, ma è proprio così. Anch’io sono pessima nello shopping… trovo sempre qualcosa di più interessante da fare. 🙂

  • Nadia

    Io sono allergica agli influencer dichiarati perché non voglio che nessuno scelga per me. Non compro perché lo ha fatto tizio o Caio, bello o noto che sia. Però mi piace essere una influencer per i miei figli soprattutto con il mio comportamento, mi piace sapere che i miei gesti vengono osservati da chicchessia e possono dimostrare che la voglia di vivere si trova, esiste dentro e regala infinite soddisfazioni. Mi piace molto il contenuto del tuo post per la prima volta dà un significato positivo a un ruolo che invece per lo più mi stava antipatico.

    • Grazia

      Questo modo di influenzare l’ambiente è davvero importante. Pensa che differenza se ogni genitore riuscisse a insegnare valori “buoni” ai propri figli… La scelta se recepirli o meno spetta ai figli stessi, ma sarebbe già un grande contributo.

  • Elizabeth Sunday

    Come Nadia, anch’io sono allergica agli influencer dichiarati. Quando ancora leggevo qualche travel blog italiano, trovai la pagina facebook di un’amica (virtuale) travel blogger che aveva definito se stessa nell’About “influencer”. Mi fece sorridere, perché io non potrei mai definire me stessa influencer, nemmeno se lo fossi.
    Condivido la tua riflessione.

    • Grazia

      Definire se stessi “influencer” mi sembra proprio un’assurdità. Semmai lo dicono gli altri di te, non te lo dici da solo… tanto è una cosa che ha a che vedere con il loro modo di vederti, non con te come persona.

  • Veronica

    Non capisco come ci si possa lasciar “influenzare” nelle proprie scelte da altri, ma comprendo bene il ruolo degli influencer e prendo da loro spunto per riuscire io stessa a influire e dirottare l’attenzione sui miei contenuti. Ma molto più importante del chi sono queste figure, e della loro importanza in ciascun settore, sono, come dici tu, i meccanismi sociali che innescano nelle persone “normali” e nella visione generale della capacità di ispirare, stimolare e suggerire. Purtroppo, più visibilità hanno gli influencer canonici, meno peso avranno persone e gesti come quello capitato a te. Più sarà necessario mettere in scena le proprie capacità di persuasione, meno si sentirà la necessità di farlo nel proprio quotidiano, lontano dalla videocamera. Siamo tutti influencer è verissimo, ma lasceremo sempre più che siano altri a darci le nostre linee guida.

    • Grazia

      Benvenuta, Veronica! 🙂 Anche se la tendenza forse è quella che dici, sono convinta che parallelamente si sviluppino tipi di influenza interessanti. Io ne ho nominati due, ma ne esistono molti altri. Penso per esempio a certi video, spesso girati negli States, in cui si riprendono persone indigenti cui qualcuno dona denaro o paga il conto del dentista, oppure certe trasmissioni in cui viene risolto il problema di una famiglia. Al netto dei casi inventati, e anche se la spettacolarizzazione in sé può suscitare critiche, credo che sia un modo attuale per esprimere un concetto importante: fare felici gli altri rende felici loro, ma anche chi dona e chi guarda. Può essere di ispirazione.

  • Sandra

    Un paio di mesi fa una collega di un’altra sede, la ditta per la quale lavoro ha più sedi, ha chiesto il part time come il mio, che fa gola a tanti, e io ho cominciato a dire di essere un’influencer, facendo ridere tutti.
    Quelli stra famosi, be’, non ne seguo, credo siano di 2 categorie: chi ha una fama pregressa, esempio classico i calciatori, e poi prevalentemente con Istagram pubblica 4 foto e c’è chi ovviamente lo paga perchè in uno scatto indossi es una certa maglietta, verrà seguito e venderà. E chi invece ha costruito la propria fama direttamente su Instagram o Youtube, tipo Clio make up, be’ li ammiro, ma se tutto rimane, come per Clio, in limiti di normalità. Ciò che mi spaventa è l’idea che tutti possano farcela, non è così. Recentemente a una giornata con la Ferragni sono arrivate ragazze da tutta Italia, e c’è chi ha pagato una bella cifra, potrei sbagliarmi ma ricordo sui 500 euro, per potersi fare un selfie con lei! Ma cosa diavolo cambia se ti fai una foto? Pensi forse di farti contagiare dalla sua aurea e poterla emulare? Ma stiamo scherzando?
    In definitiva, ma lo puoi immaginare, preferisco di gran lunga il tuo uomo sul trattore.

    • Grazia

      Lo “yes, we can”, in effetti, è buono quando è uno stimolo a superare le nostre insicurezze e i nostri limiti, ma da lì a credere che tutto sia a portata di mano, e anche che abbia senso perseguirlo, ce ne passa… Come dici tu, normalità: non servirebbe altro. Invece bisogna fare di tutto un fenomeno, con relativi codazzi di fan ed eccessi insensati.

  • Marina Guarneri

    Ci sono fenomeni che trovo accettabili finché non diventano virali: gli influencer sono sempre esistiti, solo che non si chiamavano così e non avevano il volto di Chiara Ferragni (per citarne una, la più conosciuta e discussa.) Se sono persone preparate, competenti nei rispettivi settori professionali nulla quaestio, ma purtroppo oggi il termine è facilmente assimilabile più a esperti tra l’altro in ambiti di mio totale disinteresse: moda, make-up, hairstyle e io li trovo insopportabili. Non mi influenzerebbe nessuno di loro e mi dispiace che possano essere da esempio a tanti ragazzi che, poi, pensano sia facile improvvisarsi sul web per ottenere il consenso del pubblico.

    • Grazia

      La penso anch’io così. Ci sono troppe bolle di sapone in giro, prive di sostanze nutrienti per la mente e lo spirito. In teoria ognuno sceglie quello che preferisce, in pratica lo spazio occupato dalle une ne toglie alle altre, ed è un vero peccato.

  • Barbara

    Io sono un influencer: non so ancora come, ma ho influenzato Grazia a leggere Outlander! 😀 😀 😀
    Mi piace molto di più la tua definizione e in effetti sì, siamo tutti influenzati (etciù… salute!) La prima influencer allora è la maestra, magari già all’asilo? Di sicuro i professori. Se io ancora ricordo una frase del mio professore di Ragioneria, “Non ci sono formule per idee confuse”, è perché era davvero un professore tosto, e in un certo senso assomigliava all’epoca a Steve Jobs (mi ha fatto le prime ore di Informatica, direi che la mia professione è pure merito suo!). Non subisco gli influencer “estetici” e nemmeno quelli “culinari”. Anzi, i miei influencer sono i blog che seguo che in tema di scrittura/lettura mi influenzano parecchio. Forse perché li ritengo influencer più che competenti e di una cosa che mi interessa. 🙂

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