Scrittura,  Vita da scrittori (e non)

Scrittore professionista… o professionale?

Quando si inizia a scrivere, è facile rimanere impigliati nelle definizioni. Scrittore, io? Ma su, semmai aspirante scrittore… o scrittore esordiente. Troppo serio, poi mi tocca esordire. Facciamo scribacchino, va bene? Oppure scrittorucolo. No, aspetta, è dispregiativo; non voglio sottovalutarmi da solo… magari scrivente? Altro che scrittore professionista…

Futilità?

Non è un vero problema, ne convengo; anzi, credo che a molti di noi sia capitato di sbuffare alla vista di tante inutili acrobazie. Purtroppo i dubbi restano. Per quanto tempo si resta “scrittori esordienti” dopo la prima pubblicazione? L’aspirante scrittore è una persona che vorrebbe scrivere ma non scrive, oppure una persona che già scrive e aspira a diventare uno scrittore professionista? E poi, cos’è di preciso uno scrittore professionista? Il criterio sono i soldi guadagnati, la capacità di mantenersi con la scrittura, le copie vendute, la costanza nelle pubblicazioni… cosa?

Lo scrittore professionista deve essere ambizioso... a quale prezzo?

Questi problemi me li sono posti anch’io, in passato. Nei primi anni, quando scrivevo a testa bassa, ne ho prodotte di storie; ma mi metteva a disagio definirmi scrittrice, mi sembrava di volermi mettere troppo presto il marchio di qualità sulla fronte. In quel periodo, però, ero anche convinta che a incoronarmi, prima o poi, sarebbe stato il Buon Editore. Per dire che di stupidaggini ne avevo in mente, a quel tempo.

Così mi sono destreggiata tra tutte le varie definizioni possibili, fino a quando non mi sono resa conto che alcuni termini non mi si adattavano più. Ho così iniziato a definirmi (quando è necessario) “autrice”, ottimo termine neutro, che non fa capire bene di cosa, ma pone fine all’annosa questione. Quando in qualche ufficio mi viene chiesta la professione, sputo un “casalinga” che fa avvizzire le piante sulla scrivania… ma questo è dovuto al mio identificare la casalinghità con i lavori di casa, non ai miei (eventuali) problemi di identità.

Il potere dell’etichetta

Sono questioni futili, sì, ma non del tutto. Ciò che mi attribuisco, nel bene e nel male, cambia qualcosa nella percezione di me stessa. In questo modo influenza i miei comportamenti e anche ‒ almeno in potenza ‒ i miei risultati.

Come dire che se mi considero una dilettante, perché non mi sembra di produrre niente di pregevole, oppure so di vedere la scrittura come un passatempo e niente di più, è probabile che io resti… dilettantesca. Perciò anche scegliere le parole giuste per definirsi è importante. Meglio ancora sarebbe evitare di appiccicarsi delle etichette che saranno sempre e comunque inadeguate, ma non sempre riesce facile.

È un male essere dilettanti?

Forse anni fa avrei detto di sì; ora rispondo: dipende da cosa si chiede alla scrittura e a cosa si è disposti a darle. Non tutti abbiamo lo stesso approccio: c’è chi ci si diverte senza problemi e chi sente il desiderio, o il bisogno, di andare oltre.

Il dilettante è una persona che fa ciò che fa per il piacere di farlo. Non presuppone un’evoluzione di alto livello alla sua passione, o se la immagina, lo fa con leggerezza, senza inserirla tra i suoi obiettivi.

Il dilettante è libero sotto ogni aspetto. Se non migliora, non delude nessuno. Scrivere quando gli va e come gli va, senza che nessuno lo pungoli. Le critiche gli bruciano, ma sa che non gli cambiano la vita. In breve, non subisce le pressioni di un professionista. Una condizione sotto molti aspetti invidiabile, no? Se non fosse che raramente il dilettante è davvero contento di restare tale.

Anche per la mancanza delle pressioni di cui sopra, spesso il dilettante non va d’accordo con l’autodisciplina. Fatica a scrivere con costanza e a portare a termine le storie che inizia, e non si impegna a coltivare un metodo che gli sia di aiuto. Se è contento così, non si sente spinto a migliorare, perché sta già bene dove si trova. Non scrive con l’ambizione appollaiata sulla spalla.

L’ambizione è buona o cattiva?

In sé, l’ambizione è buona. Ci spinge a impegnarci a fondo in ciò che facciamo e mobilita energie insospettate. Non ci fa sentire la fatica e ci aiuta a superare i nostri limiti per crearne altri più ampi, che ci permettano di espanderci, anch’essi da superare in futuro. Senza ambizione, siamo fermi.

Resta da decidere a cosa ambire. Scegliere un obiettivo giusto aiuta, sceglierne uno sbagliato ci danneggia. E bisogna sceglierlo! Meglio non aspettarsi di veder crescere un fiore dove invece si svilupperà un fungo velenoso…

Ambire al successo è un grosso rischio. Significa puntare a un premio che mette in ombra il percorso, per focalizzare l’attenzione solo sul suo raggiungimento. Questo ci espone al fallimento, e soprattutto ci fa perdere di vista il motivo per cui abbiamo iniziato a scrivere.

Ecco qual è l’obiettivo buono, secondo me: continuare a vivere l’esperienza vivificante della scrittura, che ci tiene compagnia nelle nostre giornate e fa ribollire la nostra mente di nuove idee. Non solo: diventare autori migliori, per arrivare non sappiamo dove, ma sicuramente a essere diversi da quello che eravamo e siamo come persone, oltre che come scrittori. Questo tipo di ambizione può portare solo buoni frutti, e – non sempre, ma perché no? – anche i risultati materiali che esprimono il riconoscimento del nostro valore.

C’è un vantaggio nel sentirsi dei professionisti?

Psicologico, forse; pratico, per niente. Scrivere diventa una professione in casi rarissimi. Che senso ha vivere la scrittura con questa idea in mente? Sarebbe come dipingere pensando di finire al Louvre, o suonare pensando che comporremo la colonna sonora di un colossal.

Credo che la chiave sia distinguere tra sentirsi dei professionisti ed essere professionali. Non è la stessa cosa. Il professionista svolge un lavoro, viene pagato, ha scadenze e obblighi contrattuali. È la nostra situazione? Probabilmente no. Questo non significa che dobbiamo accontentarci di scrivere mediocremente, o comunque non al meglio delle nostre possibilità. Essere dilettanti professionali mi sembra un’ottima opzione.

Meglio non perdere la ragione

Nel senso di non dare di matto, sì, ma non solo. L’esperienza creativa, di qualunque tipo sia, coinvolge l’artista sul piano pratico e organizzativo, ma soprattutto sul piano psicologico. Perché l’esperienza possa continuare, giocano un ruolo importante fattori come fiducia in se stessi, intraprendenza, costanza, autodisciplina, curiosità, resilienza.

Questo può spingere a perdere di vista la dimensione più razionale dello scrivere, che si esprime nelle sue modalità e anche negli obiettivi. Il risultato dei nostri sforzi può essere imprevedibile, il talento non si pesa, ma è certo che la costanza paga, come è certo che interrompere una storia dopo l’altra senza averle finite non ci aiuta, per portare solo due esempi.

Mi sembra importante, in definitiva, distinguere l’inafferrabile dall’afferrabile, per lavorare sulla parte dello scrivere che è in nostro potere, lasciando che il resto si manifesti in maniera naturale.

Ho capito nel tempo che nel mio modo di vivere la scrittura è implicito il bisogno di andare oltre, di scavare e di cercare, anche se non so dire in quale direzione, per conoscere meglio me stessa e le storie che mi è dato di raccontare. Ho finalmente smesso di identificare l’“oltre” con la riuscita nel mondo editoriale, che comunque apprezzerò, se arriverà. Mi sono anche riappacificata con l’ambizione, che oltre a ostacolarmi mi è stata di grande aiuto. Per me queste sono grandi vittorie.

E voi, come vivete la scrittura?

24 commenti

  • Sandra

    Grandi vittorie anche per me ultimamente, dopo tanti capitomboli e dubbi.
    Condiviso i tuoi ragionamenti e l’analisi delle parole per definirci, autrice lo uso spesso anch’io.

    • Grazia

      Speriamo che inizi una buona stagione per tutti noi. Ho notato che le fasi di molti di noi spesso sembrano sincronizzate. Immagino che esista un invisibile motivo, tipo energie cosmiche, fasi lunari e simili.

  • Luz

    Come ho detto più volte, viverla credendosi degli scrittori e scrittrici provette, certissimi che un editore “X” non faccia altro che aspettare la nostra pubblicazione, è la cosa più ingenua e sbagliata che ci sia.
    Mi piace la definizione “professionale”, mi ricorda anche quello che cerco di fare con il teatro. Non mi piace “dilettante”, perché come tu scrivi ricorda quello che appunto per diletto si accontenta di restare lì dove si trova.
    Mi piace moltissimo il termine “autore”, che in definitiva descrive al meglio il nostro fare.
    Si è autori nel fare bene e con dovizia una cosa, lo si è nella scrittura quando la si affronta con cognizione, rispetto, attitudine. Nella scrittura c’è molto dilettantismo, ahimè.

    • Grazia

      L’ambizione “sbagliata” dovrebbe essere facile da riconoscere, vero? Nel mio caso, di solito non ho un Ego così smisurato da farmi immaginare di meritare più degli altri. Il fatto di avere ricevuto molti riconoscimenti nei miei primi anni di scrittura, però, quando ancora non avevo capito come funzionava l’editoria, mi ha illusa dello “yes, we can”. Invece we can… try, and do our best. Just that.

  • MikiMoz

    Già, mica perché non si è professionisti non bisogna essere professionali! Hai ragione: è necessario SEMPRE dare il meglio di sé. Il massimo che si possa dare, e specie farlo per chi legge.
    La vedo come te sull’ambizione, quella giusta che permette di progredire.
    Sai comunque che anche io, per anni, non mi definivo “blogger”?
    Non chiedermi il perché, mi sembrava un termine lontano da me…

    Moz-

    • Grazia

      Non credevo che anche il termine “blogger” suscitasse gli stessi dubbi. Io per esempio non ci ho mai pensato: se hai un blog non occasionale, sei un blogger. Però quello che dici mi fa pensare… Io non ho l’impressione che bloggare sia la mia “vocazione”, perciò sono rilassata in quel campo, mentre con la scrittura sono molto cauta. Forse per te è vero il contrario?

      • MikiMoz

        Non saprei nemmeno cosa risponderti con precisione.
        Forse ai tempi dicevo semplicemente che “avevo un blog”, perché blogger mi faceva pensare a chi aveva progetti da guru del web o fanaticherie assortite tra numeroni sparati alti e pretese da sito divulgativo.
        Poi ho capito che sono più blogger io di tanti di questi individui

        Moz-

        • Grazia

          Ah, questo è certo. Ci sono blog strafighi dove il contatto con i lettori è del tutto assente; a volte il blogger non lo trovi nemmeno al contatto email che cita nei contatti. Se il blogging fosse questo, mi interesserebbe poco.

  • Marco

    Sei sempre un dilettante. Anche se ti chiami “Tolstoj”
    Siccome tutti si definiscono “scrittori”, io dico “Raccontastorie”. O Autore indipendente. E provo a essere professionale. Ma è una faticaccia!

  • Barbara

    Io mi definisco scribacchino per giusta umiltà, e pazienza per chi ha voluto dare a questa parola un significato negativo. Lo faccio anche per distaccarmi da chi mi chiama scrittrice in maniera canzonatoria, tipo “ma dove vuoi andare?”. Se sono però tra persone intelligenti e professionali uso il termine “autore”.
    Concordo sulla tua idea di essere professionali prima che professionisti, il che presuppone ad un approccio di qualità alla scrittura, non meno del nostro meglio, sempre. Del resto il termine “dilettante” mi fa tornare in mente La corrida di Corrado: quanti dilettanti allo sbaraglio erano invece artisti fatti e finiti, prodigiosi?!
    Sto ragionando anch’io su questi aspetti in questi giorni, per il nuovo post in arrivo, ma sono partita da un altro punto di vista.

    • Grazia

      Non intendevo prendere in giro chi usa questi termini, anche perché in questo caso mi dovrei prendere in giro da sola! Si potrebbe dire che con il passare del tempo mi sono accorta di problemi più gravi, che hanno fatto passare in secondo piano la definizione… Aspetto il tuo post.

  • Nadia

    Se mi lascio condizionare dal parere altrui mi considero anche io una semplice autrice che mette insieme tre parole, intrattiene qualcuno senza poter dire che quello sia un vero e proprio lavoro. Se invece a rispondere sono io, la risposta è che scrivo perché mi crea un’enorme soddisfazione mettere su carta pensieri e parole, e sì sono una scrittrice. Scrivo e mi pagano per questo, qualcuno mi legge e mi segue, qualcuno mi critica, altri mi superano a passo lungo, ma di fatto scrivo e provo un immenso piacere nel farlo.

    • Grazia

      Ecco: avere dei lettori – pochi, tanti – che pagano per leggere ciò che scrivi, qualunque cosa sia, mi sembra un segnale ben preciso. Naturalmente la soddisfazione viene prima di tutto e avvolge tutto.

  • Marina Guarneri

    Ho passato diverse fasi nella mia vita: sono stata un’aspirante scrittrice quando avevo il giardino dei desideri tutto fiorito; sognavo la pubblicazione come l’obiettivo primario di tanti miei progetti. Poi sono stata una scrittrice esordiente dopo la vittoria del concorso e la pubblicazione del libro: avevo realizzato il mio sogno, ho cominciato a immaginarmi di più, ma, nel tempo, questo di più è diventato pesante. Professionale ho cercato di esserlo sempre, attenta, sistematica, con una coscienza spiccata verso i limiti, ma così facendo sono diventata semplicemente una dilettante: mi sono rivista molto nelle tue parole, anche se il termine non sempre è visto con un’accezione positiva. Vivo bene: non punto in alto, credo non sia più il mio vero sogno, scrivo sempre con piacere e non mi stanco di correggere il tiro tutte le volte che posso. Non ho mollato, insomma, solo che mi piace alleggerire tutto con una buona dose di semplicità e relax.

    • Grazia

      Da questi discorsi sulla scrittura emerge un quadro interessante, a più facce. Di fatto c’è un modo di vivere la scrittura per ognuno di noi, anche se le somiglianze sono tante. Nel tempo si possono passare fasi diverse, senza per questo compromettere la passione per la scrittura. Rinunciare del tutto è possibile, ma nessuno lo fa senza battere ciglio, come se fosse una scelta come un’altra.

  • Giulia Mancini

    Il bisogno di scavare, cercare e di andare oltre identifica anche la mia scrittura. Non mi faccio troppe domande sulla mia definizione, forse “autrice” è una definizione in cui mi riconosco un po’ di più, ma non mi soffermo troppo su quello che sono nell’ambito della scrittura. Sicuramente non mi considero più del tutto dilettante, perché qualche esperienza l’ho maturata in questi anni e comunque quando scrivo cerco di farlo con molta serietà arrivando a un risultato il più possibile curato. In ogni caso scrivere mi appassiona ed è per questo che, nonostante tutto, continuo a farlo.

    • Grazia

      Con il tempo certe definizioni si depennano da sole, comunque non sono mai importanti come la passione che si mette nello scrivere. Senza quella, ogni difficoltà diventa insormontabile.

  • Ferruccio

    Dal mio punto di vista ciò che conta è quello che si dichiara a se stessi. Ho letto qualcosa di analogo anche nel tuo post legato al potere della suggestione e di come ci si auto condiziona con le etichette, perciò bisogna scegliere quelle giuste di “parole potenzianti”. In vita mia quello che mi viene naturale è scrivere e possiedo delle doti che ben si abbinano con questa attività a tal proposito non mi monto la testa ma non mi pongo neppure limiti

  • Tenar

    La mia posizione, che per altro pecca parecchio di presunzione, è che io non devo definirmi in alcun modo. Sono gli altri se mai che sentiranno oppure no l’esigenza di definire me. Quindi sono “scrittrice” se vengo riconosciuta come tale dagli altri, se no sono una che scrive. Del mio tempo libero, in linea di massima, non devo rispondere a nessuno, se non ai miei famigliari. Dei miei scritti devo rispondere ai chi legge quello che scrivo, che sia un amico, un lettore su un sito o qualcuno che ha acquistato un mio libro. Per il resto, mi piace scrivere, cerco di farlo bene e spero che qualcuno mi legga.

  • Lisa Agosti

    Ciao Grazia, ieri dopo aver letto questo post sono andata dal dentista e quando mi ha chiesto la professione ho detto “scrittrice”… haha, non ti dico che reazione! Io sono arrossita fino alle caviglie e il ragazzetto che compilava i dati è rimasto con la penna a mezz’aria del tipo “ma questa non vorrà mica che scriva davvero così”? Poi ha tossito sorridendo e mi ha chiesto delucidazioni. Io ho provato a spiegargli che non mi sento di chiamarmi psicologa dopo tanti anni che non pratico né posso definirmi viaggiatrice perché è un mestiere che non paga. L’unico contratto che ho al momento è quello con la casa editrice che ha pubblicato il mio romanzo e l’agenzia di Milano per cui scrivo quindi tecnicamente la mia professione è quella di scrittrice. A quel punto c’erano tre persone nella stanza e il camice bianco più anziano ha fatto un cenno del capo tipo “va beh, passiamo oltre…” e il tutto è finito nell’imbarazzo più imbarazzante! La prossima volta gli dico che sono casalinga!

    • Grazia

      Dovevano essere imbarazzati loro! Non andava bene perché non ti hanno mai vista in televisione e non hai i capelli brizzolati e la barba? Non meritavano una spiegazione…

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