Scrittura,  Vita da scrittori (e non)

Scrivere per i lettori

…ma senza esagerare

Febbraio! Luce e temperatura sono già in lento crescendo, anche se di notte siamo ancora sotto lo zero. I picchi hanno iniziato a… picchiare nel boschetto dietro casa; ho visto il primo scoiattolo, magro per il letargo invernale, ma manca ancora un po’ all’uscita in massa dalle tane. Gli uccelli però cantano già in modo diverso, e le piante stanno preparando le gemme per la primavera.

Con questo esordio bucolico potreste pensare che io stia dissodando l’orto – che non ho – o facendo lunghe passeggiate all’aria aperta – che non faccio, almeno per ora. In cambio scrivo. Tra blog, trascrizioni per la biografia di Amela e la Nuova Storia, ogni giorno vorrei avere qualche ora in più a disposizione, ma la verità è che mi sento bene, perché ho ripreso a lavorare.

Come spiegavo QUI, la Nuova Storia mi sta insegnando che posso scrivere anche scoprendo per gradi cosa voglio raccontare. L’effetto è interessante e strano. Dopo diciassette capitoli ho l’impressione che “il grosso” debba ancora arrivare, anche se non so precisamente in cosa consisterà. Starò scrivendo una neverending saga senza accorgermene? Non credo, ma vai a saperlo. Per non parlare del genere. Sento che in questa storia l’elemento romantico è forte, a partire dall’alternarsi dei due protagonisti nella narrazione, ma sono presenti anche altri temi, che ancora non so quanto si riveleranno centrali.

Scrivere per lettori come questi, seduti alla Trobe Library di Melbourne.
Trobe Library, Melbourne – Foto di Andrew Tan da Pixabay

Mi sorge un dubbio: in questa piacevole vaghezza, non starò ignorando a quale pubblico mi rivolgo? Nel caso, sarebbe un bene o un male?

La questione è dibattuta (ne ha parlato anche Daniele Imperi sul suo blog Penna blu). Molti sostengono che sia utile avere in mente a chi si sta raccontando la storia, per scegliere lo stile e il registro di linguaggio giusti, ma anche per sviluppare una trama adatta al futuro pubblico. Alcuni maestri di scrittura creativa consigliano persino di identificare, in base alle caratteristiche della storia, una singola persona tra quelle che si conoscono, che per tutta la stesura sarà “il Lettore”.

Sicuramente c’è da riflettere su questi consigli. Io non invento storie, né le scrivo, per me stessa. Nei momenti di tristezza o di rabbia posso sfogarmi sulla carta, ma questa è un’altra cosa. Romanzi e racconti desidero condividerli con qualcuno, perché per me scrivere significa comunicare con i miei simili.

Non per questo vorrei farlo con “il Lettore” appollaiato su una spalla. Mi viene in mente una storia e cerco di raccontarla nel modo migliore possibile. Questo è lo sforzo, questa è la tensione. Non so se inserire altri elementi da considerare mentre scrivo sarebbe una buona idea.

Julia Cameron, autrice di numerosi testi di scrittura creativa, dice in The Sound of Paper:

Troppo spesso gli artisti si lasciano sviare dal loro percorso pensando a commercializzare il lavoro prima di averlo portato a termine.
[…]
Quando cerchiamo una garanzia di successo, chiediamo un’arte priva di rischi. L’arte, però, è rischiosa per definizione.

Julia Cameron

Credo che anche la ricerca preliminare di un pubblico definito possa, se portata all’eccesso, rientrare nella commercializzazione prematura di cui parla la Cameron.

Questo non significa che io abbia del mio pubblico un’immagine del tutto sfocata. Credo che chiunque, al momento in cui inizia la stesura di una storia, abbia istintivamente un’idea di chi potrebbe leggerla. In corso d’opera possono verificarsi cambiamenti inaspettati, ma in linea di massima l’idea c’è.

Non è detto però che sia giusta (ricordate Corrado Guzzanti? “La risposta è dentro di noi, ma purtroppo è sbagliata.”) Scherzi a parte, se mi chiedete come immagino il mio pubblico, indicherò lettrici donne tra i 25 e i 60 anni; tra i 15 e i 35, in teoria, nel caso dei romanzi YA, ma con estensione ai 60 (ci sono anche donne… ehm… adulte che apprezzano questo tipo di storie, come me).

E gli uomini? Non scrivo anche per loro? Certo che sì, anzi, ho avuto buoni riscontri dai lettori di sesso maschile, ma faccio fatica a visualizzarli in massa, forse per il loro numero più ridotto. Questo per dire che immaginare un pubblico può essere utile, ma può anche portare fuori strada, e farci vedere limiti dove non ce ne sono.

Prendo l’occasione per ringraziare qui Marco Freccero che, oltre a essere un uomo-lettore e un autore che stimo molto, ha inserito Cercando Goran nella sua newsletter di questa settimana. Ora sembra una sviolinata, ma conoscendo i gusti di Marco in materia di letture, è stata davvero una bella sorpresa (non mi ha paragonata a Dostoevskij, se ve lo state domandando).

Tornando all’argomento: la consapevolezza del pubblico cui ci si rivolge non può mancare quando si scrive per bambini o ragazzi. In certe fasce di età è la psicologia dello sviluppo a dare indicazioni su cosa sia opportuno inserire e come, anche se molte barriere possono essere valicate. Nel caso dei miei romanzi YA (già, ce n’è un altro in attesa di revisione) non è stato così complicato, ma lo stesso ho tenuto conto dell’età dei potenziali lettori, o non sarei riuscita nemmeno a scrivere.

Questo non ha reso in alcun modo più facile la strada di Veronica c’è. Dire che il romanzo vende poco sarebbe un eufemismo; di fatto è come se non fosse mai stato pubblicato. Non si è ancora creato – non sono ancora riuscita a creare – un punto d’incontro tra il romanzo e il suo pubblico di giovani, ma anche di adulti che amano i romanzi di formazione. Ci riuscirò nel prossimo futuro, oppure no? Per questo servirebbe la palla di vetro, ma una cosa è certa: ho scritto la storia che avevo per le mani e non ne sono pentita, anche se forse restare sulla traccia di Cercando Goran mi avrebbe risparmiato qualche difficoltà.

Se cito questo “fallimento”, rischiando che chi frequenta il blog mi valuti come un’autrice da poco, è perché vorrei che nessun autore alle prime (o seconde) armi perdesse fiducia in se stesso sulla base dei risultati dei propri libri. Essere autocritici è importante, questo sì, e altrettanto lo è utilizzare in modo intelligente le critiche esterne; scegliere come criterio di giudizio il numero di copie vendute, invece, non ha senso, perché sono compresenti nel sistema troppe incognite indipendenti dalla qualità.

Per lo stesso motivo in questo post pubblicai i risultati ottenuti da Cercando Goran, cifre alla mano. È importante sapere che basta non avere un editore importante alle spalle, non essere portati per il marketing o godere di una cerchia di conoscenti ridotta, che non crea un grande passaparola, perché – magia! – anche una bella storia rimanga invisibile.

Domandarsi per chi si scrive può essere legato alla scelta di cosa scrivere. Questo è un problema che non mi sono mai posta. Ho sempre scritto le storie che mi accendevano la fantasia, di qualunque genere e lunghezza fossero, quando hanno bussato alla mia porta.

Sarà un vantaggio questa versatilità, oppure un handicap? Cimentarsi in generi diversi è un’esperienza affascinante e utile, ma può anche creare problemi nel farsi conoscere e distogliere dal tipo di approfondimento che nasce da una dedizione più focalizzata.

Varrebbe la pena di mirare un po’ più razionalmente le storie che scrivo? Non parlo soltanto di genere, di età e sesso dei lettori, ma anche di eventuali sequel a storie che ho già scritto. A volte mi è stato chiesto se un mio romanzo avrebbe avuto un seguito, o suggerito di dare a un racconto lo spazio di un romanzo.

Non resto indifferente a queste ipotesi. Mi sento molto legata ai miei personaggi, alcuni in particolare. Altroché se mi piacerebbe vivere con loro qualche nuova avventura. Esito però a cercare attivamente una trama per un sequel o uno spin-off. Non voglio finire a lavorare su storie annacquate o tenute in piedi con gli stuzzicadenti. Nel dubbio, aspetto che l’eventuale trama mi cada sulla testa come un meteorite, e mi dedico ad altro.

Mi viene in mente la risposta data da Diana Gabaldon a un intervistatore che le chiedeva come facesse a inventare storie così complesse e ricche di dettagli, ipotizzando tra le righe schiere di galoppini al suo servizio, stile James Patterson.

Quando trovo un filo, tiro e scopro cosa c’è attaccato.

Diana Gabaldon

Non è una bella definizione del lavoro di chi scrive narrativa?

Mi sento privilegiata ad avere trovato sul mio percorso tanti fili da tirare, che vedo come altrettante offerte difficili da rifiutare… ma rifletterò sicuramente anche sulla focalizzazione e sull’identikit del mio pubblico. Senza esagerare.

Come immaginate il vostro pubblico?
E soprattutto, lo immaginate oppure no?

16 commenti

  • Marco

    Io non lo immagino: e si vede
    Probabilmente è donna, dai 30 anni in poi. Per il resto non me ne preoccupo, e i risultati (o meglio: i “non risultati”) si vedono!

  • Daniele Imperi

    Penso anche io che si debba identificare il pubblico in certe specifiche circostanze, come per esempio per le storie per bambini e ragazzi o indirizzate a sole donne.
    Io scrivo rivolgendomi a un lettore che abbia i miei stessi gusti

  • Sandra

    Anni fa feci una presentazione in una biblioteca di un paese del Veneto, la bibliotecaria aveva un budget libri e aveva comprato i miei primi 3 romanzi, c’erano queste signore anziane arzillissime che se li rubavano “lo prendo prima io, no io!” Immaginati tipo delle Miss Marple, le ho adorate, in prima fila, attentissime. Purtroppo non c’è stata più l’occasione di rivederle e mi spiace molto ma a lungo ho pensato a loro scrivendo. Più in generale faccio come te: scrivo la storia che mi piomba in testa e vada come vada.

    • Grazia

      Siamo in tanti a scrivere così. Forse è il modo giusto per tiare fuori il nostro meglio, anche se può rendere meno in termini di copie vendute. Poi è tutta una questione di obiettivi, di priorità, di scelte. C’è chi riesce a tenere un piede nella profondità della scrittura e uno sull’acceleratore del marketing. Che posso dire? Beato/a lui/lei!

  • Giulia Mancini

    Io fatico a immaginarmi un pubblico, per i romance penso a delle donne dai 25-30 in su, per i gialli, non vorrei sembrare megalomane, ma immagino vagamente i lettori che amano Carofiglio o De Giovanni perché aspirerei a scrivere storie simili. In generale però scrivo la storia che bussa alla mia porta senza pensare troppo al pubblico, magari lo inquadro meglio dopo averla finita, anche perché durante la fase della scrittura mi immergo molto nella storia per riuscire ad avere altri pensieri…

    • Grazia

      Hai aggiunto un aspetto nuovo, che non avevo considerato: immaginare, anche se vagamente, i nostri lettori come quelli di autori che apprezziamo nello stesso genere. Mi sembra una buona ispirazione. Quasi quasi la adotto.

  • Tenar

    È un gran casino!
    Credo che ognuno cerchi fondamentalmente di fare del proprio meglio e di sperare in bene, si sa che il successo letterario è un’alchimia difficile da prevedere anche per gli addetti ai lavori. Forse è diverso per romanzi orientati a un pubblico di bambino o adolescenti. In quel caso ci sono delle norme anche linguistiche da seguire, frasi più semplici (a seconda dell’età del lettore ideale), un lessico da usare o non usare, tematiche da affrontare in un determinato modo. Da quel che ho capito in questi casi specifici le case editrici sono molto attente al rispetto delle norme linguistiche. Del resto anche io, come prof, per la prima media consiglio alcuni testi e per la terza altri, differenti sia per tematiche che per sintassi.

    • Grazia

      In quel campo è normale farlo, oltre che richiesto. Bello però che la gamma degli argomenti che si possono toccare con i bambini si sia così ampliata negli ultimi decenni.

  • Marina Guarneri

    Ho sempre pensato che avere una buona fantasia fosse sufficiente per scrivere una storia e di fatto è così, però, nel tempo, mi sono resa conto che se vuoi che quella storia abbia dei lettori, devi orientarla verso una porzione di pubblico. Ciò non vuol dire che se io scrivo un libro per ragazzi, questo non possa essere letto da un adulto, però forse è un bene sapere a chi rivolgersi prevalentemente quando si scrive (non per se stessi, per intenderci). Non so se è la stessa cosa, ma anche quando ho in mente di partecipare a un concorso letterario cerco di inviare racconti che penso possano calzare a quel tipo di pubblico che legge quella data rivista letteraria. Insomma (al netto del tema previsto dal regolamento, quando è previsto) mi adeguo un po’, anche forzando leggermente i miei orientamenti narrativi.

    • Grazia

      Anch’io ne tenevo conto, quando partecipavo ai concorsi, anche se forse in modo diverso: per decidere a quale concorso partecipare guardavo le foto dei premiati degli anni precedenti. Così mi facevo un’idea approssimativa di quante chance poteva avere il mio racconto (se ne aveva). Alcuni concorsi hanno un pubblico molto… stagionato.

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